Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee dicendo, — Sta notte (12 magg.) dormiremo nel campo di Pompeo». Erano concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento. Avendo Cesare ordinato a' suoi di dirigere i tiri al viso (48), gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati, volgeano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo nel vedere in rotta il fiore de' suoi, ritirossi nella sua tenda, e qui pure sopragiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri alloggiamenti?» e deposte le divise del comando fuggì verso Larissa. Ducento soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o venti mila; contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L'han voluto; mi ridussero alla necessità di vincere per non perire»[156].
La posterità, non abbagliata dall'esito, poco valuta il giudizio che di se stessi pronunziano gli eroi; ma ricordando Mario e Silla e gli antichi eroi micidiali de' vinti, tien conto a Cesare della sua moderazione. Certamente dei due caratteri de' Romani, la voluttà e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: — Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che risente di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di quel che ho fatto, benchè mi si dica che coloro, cui ho donato vita e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non voglio smentirmi, mi piace non si smentiscano neppur essi»[157]. Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»; entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d'una solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere, amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse con festa Marco Bruto, che, seguìti gli stendardi di Pompeo, veniva implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.
Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare della vittoria; e ben capì che la guerra non era compita. Le flotte di Pompeo padroneggiavano i mari, assediavano le sue galee a Messina; Egitto, Africa, Numidia, il Ponto, la Cilicia, la Cappadocia, la Galazia poteano surrogare nuove forze alle sbaragliate: senonchè Pompeo, avvilito alla prima volta che la fortuna gli fallì, più non confidava che nella fuga. Da Larissa passa nella val di Tempe, poi incalzato senza posa da Cesare, consiglia gli schiavi di presentarsi a questo con fiducia, s'imbarca sul Peneo con qualche liberto, e raggiugne una nave sulla vela. Raccolto alquanto denaro dagli amici sui confini della Macedonia e della Tracia, a Lesbo toglie seco la giovane moglie Cornelia e il figlio Sesto, che vi avea mandati in sicurezza, e risolve di chiedere asilo a Tolomeo Dionisio, giovane re d'Egitto, cui il senato avealo destinato tutore. Per quanto amici e moglie lo sconsigliassero, scese soletto nello scalmo speditogli dal regio pupillo: ma a questo i governanti aveano persuaso che, invece d'inimicarsi Cesare fortunato ed imminente, n'acquistasse la grazia coll'uccidere Pompeo; il quale in fatti alla vista de' suoi fu assassinato.
Tal fine ebbe il Magno, viziato dalla troppo benigna fortuna, dalla mediocrità reso inetto a raggiungere quello cui la sua ambizione lo spingeva. Un liberto ne arse il busto, e sepellì oscuramente le ceneri sovra la spiaggia[158]: la sua testa imbalsamata fu offerta a Cesare, che vedendola pianse, e giunto ad Alessandria tre giorni appresso, fece innalzare un tempio a Nemesi in espiazione dell'assassinio, e rendere in libertà gli amici di esso incarcerati da Tolomeo. Poi senza lasciar trar fiato ai nemici (47), gl'insegue all'Ellesponto, e scontrata la flotta pompejana di settanta vascelli, le intima d'arrendersi; ai Gnidj condona il tributo per riguardo al favolista Teopompo loro compatrioto; agli Asiatici rimette un terzo de' tributi; riceve in protezione Jonj, Etolj ed altri; perdona al gàlato re Dejotaro, a Marco Marcello, a Quinto Cicerone già suo ajutante nella Gallia, e a quanti gli chiesero la grazia; côlta una figlia di Pompeo, la mandò ai fratelli in Ispagna; e scriveva a Roma che il frutto più caro delle sue vittorie era il salvare ogni giorno qualche suo avversario.
CAPITOLO XXVII.
Dittatura di Cesare.
L'Egitto, che noi dalla storia sacra conosciamo sin da fanciulli come antichissima sede d'una insigne civiltà, con re potentissimi, con macchinosi edifizj, era anche da' Greci e Romani venerato quasi culla dell'incivilimento, e primeggiò nel mondo politico finchè Alessandro Magno non abbattè i Faraoni, ai quali sottentrò la stirpe de' Tolomei, recandovi un'altra floridezza che presto appassì. Alessandria, città della quale in sogno gli Dei indicarono l'opportunità ad Alessandro, si riempì dell'arti e dell'operosità greca, in contrasto coll'immobilità egiziana; necessario scalo fra il Mediterraneo e il mar Rosso, fra l'Europa, l'Arabia e l'India, vera capitale dell'Oriente pel commercio e per le delizie, fossero le regate e i freschi di migliaja di gondole illuminate sul popoloso braccio del Nilo, fossero le voluttuose solennità di Canòpo, fossero i ginnasj e le biblioteche ove si raccoglieva e si comunicava la scienza di tutta l'antichità, fossero i meravigliosi monumenti, le vie larghe trenta metri, orlate di colonne fin pel tratto di trenta stadj.
Ma ormai Roma pensava ridurre l'Egitto a provincia, ajutata in diritto da un testamento di Tolomeo Alessandro II che la chiamava erede, e in fatto dalla debolezza indottavi dall'avvicendarsi di pretendenti. (73) Tolomeo Aulete comprò il titolo di re e d'alleato dei Romani col pagare seimila talenti a Cesare e Pompeo; ma per raccorli dovendo smungere i sudditi, ne fu espulso. Ramingò allora a Cipro (58), ove Catone lo accolse colla sua severità, biasimandolo d'essersi avversati i sudditi, ma più ancora del confidare che Roma lo ajutasse a recuperare il regno: — Non sai che tutte le ricchezze dell'Egitto non basterebbero all'ingordigia dei grandi? a Roma non avrai che vilipendio e strapazzi». L'Aulete col denaro trovò accoglienza, speranze e null'altro; pure promettendo diecimila talenti a Gabinio governatore della Siria[159], (55) ottenne che costui, senza decreto del senato, menasse armi romane a riporlo in trono. Vilmente e crudelmente vi si resse fino al 52; e per assicurare la successione a' suoi figli Tolomeo Dionisio di tredici anni e Cleopatra di diciassette, promessi sposi benchè fratelli secondo l'uso egizio, li mise in tutela del popolo romano.
Cleopatra, venuta in dissensione col fidanzato, rifuggì nella Siria, levando truppe, nel tempo appunto che Cesare, vincitore a Farsaglia (48), sbarcava ad Alessandria. Questo, non che saper grado a Tolomeo Dionisio del vile assassinio del suo tutore Pompeo, pretese il residuo della somma promessa dall'Aulete per avere il titolo di re, e che fosse rimessa al suo arbitrio la querela dei fratelli. Cleopatra, nottetempo penetrata nella camera di Cesare, lo dispose tutto in suo favore.
A Tolomeo parve leso il diritto sovrano, e gridandosi tradito, ammutinò il popolo. Cesare, con pochissima truppa in mezzo d'una città abituata alle sommosse, sostenne un assedio, piuttosto che cedere Cleopatra: perchè la flotta non cadesse in mano degli Alessandrini, v'appiccò il fuoco, il quale s'apprese all'arsenale, di là alla biblioteca, riducendo in cenere cinquecentomila volumi raccoltivi dai Tolomei. Giuntigli poi soccorsi, domò i tumultuanti, ed essendosi Tolomeo annegato nel Nilo, Cleopatra fu salutata regina d'Egitto.
Il vincitore logorò alcun tempo (47) in trionfali sollazzi e nell'amore di Cleopatra, postasi in tutela, cioè in dipendenza di lui; con essa s'imbarcò sul misterioso fiume, col seguito di quattrocento vele visitando il curioso paese; poi balzando dalla voluttà all'impeto guerriero, avventasi incontro a Farnace, figlio del re Mitradate, che della guerra civile aveva profittato per ricuperare ed estendere i dominj, lo sconfigge presso Zela, e scrive al senato: — Venni, vidi, vinsi».