Dalla vittoria duplicatogli l'esercito, batte francamente la campagna, e annunzia la libertà a quanti vivono schiavi in Morgantina. Quivi l'eguale promessa avevano fatta i padroni; onde gli schiavi in città combattendo ostinati, respinsero Salvio: ma perchè, cessato appena il pericolo, fu dal pretore abolita la promessa dei padroni, gli schiavi delusi uscirono in frotta per unirsi ai sollevati.

Altri ancora levarono il capo a Segesta, al Lilibeo, (103) altrove. Atenione cilice, forte della persona e astrologo, in cinque giorni ne adunò mille: ma prudentemente non accoglieva tutti i fuggiaschi, sibbene i soli valorosi; gli altri persuadeva a rimanere agli uffizj, e procurargli vettovaglie e informazioni. Voleva ancora fosser rispettati il territorio e gli animali d'un regno che a lui era promesso dagli astri. Con meglio di diecimila uomini assediò il Lilibeo, ma vedendolo inespugnabile, disse che le stelle il consigliavano a levarsi tosto d'attorno a quella fortezza; ed ecco in quel punto entrar nel porto vascelli, portando coorti maure in ajuto degli assediati, che, sortiti di notte, assalgono i rivoltosi e ne fanno macello; fatto che crebbe ad Atenione la fama di profeta.

Non occorre descrivere la condizione del paese. Chiusi i tribunali, ognuno faceva il suo talento: anche i liberi ridotti a povertà rompevano ad ogni eccesso: nessuno s'affidava ad uscir dalle mura. Salvio a Leontini radunò trentamila uomini, celebrò la festa degli eroi Palìci, principalmente venerati in Sicilia; pose residenza nel forte di Triocala, attorno a cui fabbricò una città con fossa e fôro e palazzo, vi elesse un consiglio, e assunse i littori e le insegne della maestà. Di là questo re degli schiavi, emulo degli eroi, mandò ad Atenione volesse unirsi con esso: e quegli posponendo la dignità all'utile comune, venne con tremila de' suoi, mentre gli altri scorrazzavano i campi dilatando la sollevazione.

Roma sentì necessario di finirla con un colpo decisivo, e spedì Lucio Licinio Lentulo con quattordicimila Romani, ottocento Bitinj, Tessali, Acarnani, seicento Lucani, altrettante reclute. Atenione, invece di attenersi alla guerra per bande, in cui deve consistere la tattica de' sollevati, in campo aperto con quarantamila schiavi scese a battaglia presso Scirtea. (102) La disciplina prevalse: ventimila restarono uccisi, gli altri dispersi: Atenione, ferito, stette fra i cadaveri sinchè la notte fuggì, e Triocala fu cinta d'assedio. Gli scoraggiati parlavano di rimettersi alla misericordia de' padroni; ma i più risoluti li persuadono, — È meglio vender cara la vita, che consumarla fra lenti spasimi insultati»: e colla forza della disperazione precipitatisi sui Romani, li sbaragliano e respingono da Triocala.

Gneo Servilio, surrogato nel comando, a nulla profittò; mentre Atenione, succeduto al morto Salvio, prosperava la fortuna degli schiavi. Ma a loro danno (100) movevano i consoli stessi Cajo Mario e Manio Aquilio, che rincacciano i rivoltosi, li vincono più volte, e uccidono lo stesso Atenione; diecimila avanzati rifuggono a luoghi forti, ma ne sono snidati. Un milione di schiavi diconsi periti in quella guerra. Più non ne restavano che mille, attestati con Satiro; e quando si arresero, dalla romana magnanimità furono condannati a combattere colle fiere. Vollero almeno morire nobilmente; e come si videro messi nell'arena colle armi usate a tale battaglia, dispostisi presso gli altari, intrepidamente si uccisero l'un l'altro: Satiro per ultimo si confisse la spada nel petto, con grandissimo divertimento del senato e del popolo romano.

CAPITOLO XX.
Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale.

Lo spettro dei Gracchi era spesso evocato a turbar la quiete de' nobili, i quali aveano creduto assicurarsi il dominio coll'ammazzarli. Opimio fu chiamato a render ragione de' cittadini uccisi, ma n'andò assolto per diligenza di Papirio Carbone. Il giovane Claudio Grasso accusò Carbone perchè, da amicissimo de' Gracchi, si fosse vôlto a patrocinarne l'assassino; e talmente lo incalzò, che quegli prevenne la condanna coll'avvelenarsi.

Miglior vindice del sangue de' Gracchi contro i patrizj sorgeva la gente nuova, e tra questa formidabile Cajo Mario. Nacque di basso luogo in Arpino (135?), e tardi venuto in conoscenza della corruzione e della pulitezza di Roma, conservò sempre dell'irto e del silvestre. Saper di greco mai non volle, dicendo ridicolo imparar la lingua d'un popolo schiavo; niente d'arti, niente di letteratura. Militando a Numanzia, mostrò severa disciplina quando negli altri si rallentava, e tal valore, che Scipione, interrogato un giorno chi potrebbe succedergli nel comando, battè sulle spalle di Mario, dicendo, — Forse costui». Se ne infervorò l'ambizione dell'Arpinate, il quale costretto a spianarsi la via da sè, come chi nasce senza avite clientele, pazientò e soffrì lunghe ripulse, finchè, col patronato de' Metelli, (218) conseguì la questura, poi il tribunato. Allora propose una nuova maniera di dare i voti, per cui il broglio restasse impedito: ed il console Cotta avendolo citato a giustificarsene in senato, Mario vi entrò minacciandolo se non desistesse dall'opposizione; e perchè Metello presidente lo appoggiava, il fece arrestare, sebben suo protettore.

Tale ardimento lo diede a conoscere ai padri e alla plebe per uomo inaccessibile a paure ed a riguardi; e viepiù allorchè non dubitò avversarsi il vulgo coll'opporsi ad una gratuita distribuzione di grano. Malgrado i contrasti fatto pretore, (216) sbrattò la Spagna dalle masnade; poi reduce a Roma, e sposata una dell'insigne famiglia Giulia, prese parte agli affari pubblici, invece di ricchezze, d'eloquenza, di politici scaltrimenti adoprandovi carattere di ferro, instancabile pertinacia al lavoro, ed un vivere popolesco.

Senatori e cavalieri spartivansi allora la padronanza; ai senatori le magistrature e l'autorità politica; ai cavalieri il denaro, le terre, i giudizj; e gli uni connivendo alle trascendenze degli altri, cospiravano a tenere mortificati i plebei. Mario, villano ricalzato, ed inavvezzo agli strepiti del fôro, male orzeggiava tra i due venti, e mostravasi inetto alle intelligenze e pusillanime nei maneggi civili quanto intrepido in una giornata campale. Conobbe dunque che le guerre erangli necessarie per poter primeggiare; e non gliene mancarono in Roma.