Ma come condurre una rivoluzione senza crudeltà? Cassio, per mantenere l'esercito o punire avversarj, mandò ad uccidere Ariobarzane re di Cappadocia, e tassò enormemente quel regno; a Tarso impose mille cinquecento talenti, raccogliendoli dal vendere i terreni pubblici, gli ornamenti del tempio, poi i fanciulli, le donne, i vecchi, persino garzoni atti alle armi. Da Rodi, vinta più volte, in fine presa, gli fu esibito il titolo di re, ch'egli sdegnosamente rifiutò, dicendo esser anzi suo assunto di distruggere i re ed i tiranni: e cinquanta primarj cittadini mandò a morte, altri all'esiglio, tutto il paese a ruba: infine obbligò tutte le provincie d'Asia ad anticipare il tributo di dieci anni.
Intanto Bruto invase la Licia che gli aveva negato soccorsi, e assediò Xanto, ove il fior del paese ricusava ogni accomodamento proposto da lui, benchè egli avesse persin rilasciati senza riscatto i prigionieri. La città fortissima con eroica ostinazione si difese; e quando i Romani penetrarono di forza, gli abitanti appiccarono il fuoco, trucidarono donne, fanciulli, schiavi, poi si avventarono nelle fiamme. Bruto, promettendo un regalo a chiunque salvasse uno Xantio, non campò che alquanti schiavi e donne le quali non avessero un marito da ucciderle. Poi coll'esempio di Xanto e colle cortesie tentò indurre la città di Pàtara alla sua amicizia, esibendo anche cederle i cittadini presi di quella: ricusato, cominciò a mettere gli Xantj all'incanto, ma non gli reggendo il cuore di condannare a perpetua servitù così prodi guerrieri, li restituì in libertà. Avendo poi i suoi corridori côlte alcune donne pataresi, le rimandò senz'altro; ond'esse persuasero i cittadini a sottomettersi.
Dalla Licia Bruto entrò nella Jonia e fece scannare il retore Teodoto, che si vantava consigliatore della morte di Pompeo. A Sardi si ricongiunse con Cassio; nè gli dissimulò il suo scontento, perocchè, mentre egli volea mantenere stretta giustizia, l'altro vi sorpassava ogniqualvolta convenisse, chiudeva gli occhi sulle iniquità dei suoi amici. — Neppur Cesare opprimeva nessuno (dicea Bruto), ma era reo di proteggere gli oppressori. Che se mai fosse permesso mancare alla giustizia, tornerebbe meglio soffrire le iniquità de' fautori di Cesare, che permetterle agli amici nostri».
Quell'anima generosamente illusa, quanto dovea soffrire a queste vessazioni, o allorchè i soldati suoi lo costringevano ad uccidere qualche turbolento, o nel contemplare gli orrori d'una guerra civile nascere da un fatto ch'egli reputava non solo glorioso, ma giusto, e che si protestava pronto a rinnovare! Dalla stomachevole realtà rifuggiva nell'ideale dello stoicismo; ma l'immaginazione perturbata gli presentava fantasmi e il maligno suo genio che minacciava disastri: onde, comunque il confortasse o lo deridesse l'epicureo Cassio, egli pieno di apprensioni per la patria, per gli amici, per la causa, sentendo avere sacrificato l'umanità, la gratitudine, fin la coscienza, invocava la fine d'una lotta, a cui non reggeva il suo vigore di filosofo e di cittadino.
I due capi repubblicani sentivano che solo in Italia potea difendersi la causa italiana: laonde, padroni delle provincie d'Oriente dall'Olimpo all'Eufrate, risolsero farsi incontro ad Antonio ed Ottaviano (42); e incoraggiato l'esercito con discorsi, sagrifizj e largizioni, tragittato l'Ellesponto, menarono ottantamila fanti e duemila cavalli nella Macedonia, e nelle vicinanze di Filippi si trovarono a fronte l'inimico. Forze quasi eguali, ma più vistoso l'esercito repubblicano; e l'abilità dei generali, la padronanza dei mari, per cui ai triumviri intercettava i viveri e i rinforzi, potevano dargli vittoria, se, giusta il parere di Cassio, si fosse evitata la battaglia, costringendo i triumviri a sloggiare per fame. Ma Bruto anelava di metter un fine a sì diuturne miserie del popolo; bisognoso dell'altrui approvazione, non reggeva alle accuse di timidità, e temeva la diserzione de' soldati, cui gli antichi commilitoni rinfacciavano di servire agli assassini del loro generale. Il sajo rosso sventolò dunque sul padiglione dei generali, accintisi alla giornata non tanto colla fiducia di vincere, quanto coll'espressa risoluzione di non sopravivere alla sconfitta.
Bruto, ragionando quanto sia dolce l'acquistar la libertà, e decoroso il morire per la patria, tanto infervorò i suoi, che con impeto avventatisi sui nemici, penetrarono fin nel campo d'Ottaviano, e ne bersagliarono la lettiga a dardi e giavellotti, sicchè fu creduto ucciso; ma la lettiga era vuota (42), avendo sinistri sogni allontanato il triumviro dalla pugna. Antonio accorso al riparo, disfece l'ala di Cassio, indarno valorosissimo; il quale da una collina mirando lo sterminio de' suoi e credendo ogni cosa perduta, si uccise. Bruto sopragiunto trionfante, pianse il collega, qualificandolo l'ultimo dei Romani; e si pose in luogo da poter aspettare che il nemico andasse a fasci. Perocchè già la flotta era stata battuta affatto, talchè nessun sussidio poteano aspettarne i triumviri, accampati fra i pantani dello Strimone, dove pullulavano le malattie, e scarseggiavano i viveri. Non avendo dunque speranza che nella battaglia, provocavano con incessanti avvisaglie i soldati di Bruto, i quali dal prospero successo imbaldanziti, costrinsero il lor generale a menarli alla mischia. Tant'era questo o mal servito o tradito, che solo sul punto dell'attacco udì la vittoria dalla sua flotta riportata già da venti giorni, e che mutava ragione a' suoi consigli quand'egli non poteva più dar indietro[274].
Combatteva dunque mal suo grado; mal suo grado dovette far uccidere parecchi prigionieri schiavi o liberi, perchè il custodirli occupava troppi guerrieri; dei cittadini e liberti romani rinviò gran numero, alcuni anche nascondendo e trafugando per sottrarli a' suoi uffiziali; a questi dovè consegnare due buffoni che contraffacevano Cassio; e per non vedersi abbandonato dall'esercito, prometteva il saccheggio di Tessalonica e Sparta se uscisse vincitore (40); unico delitto, dice il morale Plutarco, di cui siasi egli contaminato!
Anche la virtù aveva egli dunque sagrificato alla sua causa; onde conturbata dal rimorso l'immaginazione, credette rivedere uno spettro che aveagli promesso ricomparire a Filippi, e che gli prediceva imminente la sua fine. Avversi augurj scoraggiavano il suo campo, che egli tentò riconfortare, e — Giacchè avete per forza voluto mettere a repentaglio una vittoria che aspettando era infallibile, acquistatevela almeno col coraggio».
Più incalzanti argomenti proponevano i triumviri; l'alternativa di morire di ferro o di fame. Si diè dentro colla rabbia d'una guerra civile e i repubblicani soccombettero; l'esercito andò a macello; i primarj uffiziali caddero al posto assegnato, tra cui il figlio di Catone con generoso fine riparò una vita obbrobriosa.
Bruto fu salvato da Lucilio Lucino cavalier romano, che fintosi lui, si lasciò menare prigioniero. Fuggendo, arrivò in una valle, e ringraziato alquanti amici che non l'avessero abbandonato, gli esortò a tornare al campo, ove credeva non disperate le cose. Allora pregò uno schiavo ad ucciderlo; ma l'epirota Stratone, suo intimo, esclamò, — Non sia mai detto che Bruto, in mancanza d'amici, è perito per mano d'uno schiavo», e gli presentò la punta della spada: Bruto vi si confisse, esclamando, — O virtù, io t'aveva creduto qualcosa di reale, ma vedo non sei altro che un sogno».