Lucano, VII. 21.

149. Dureau de la Malle pretende che l'erario dissipato da Giulio Cesare fosse di duemila milioni della moneta presente ( Economie des Romains, vol. I. p. 91). Ora Jacob ( On precious metals vol. 1) asserisce che tutti i metalli preziosi d'Europa, prima della scoperta dell'America, sommavano appena ad ottocentocinquanta milioni di franchi. Guaj se nella storia antica si pretende esattezza di cifre!150. Ad Attico, VIII. 7. 10.151. Pompeo aspira ad una dominazione simile a quella di Silla; chiaramente lo mostrò: e' non lascerà un tegolo in Italia, se riesce. Fa terribili minaccie contro i ricchi e contro quelli che non l'hanno seguito. Ad Attico, VIII. 11; IX. 7. Ripete, Se l'ha potuto Silla, perchè nol potrei io? Ivi, IX. 10. Sua idea è di far perire prima Roma e l'Italia per fame, tôrre il denaro ai ricchi, devastare le campagne, metter fuoco dappertutto. Poi vuol trattare nulla meglio la Grecia, e crede che il bottino che lascerà farvi ai soldati lo metterà di sopra di Cesare, IX. 7. 10. Nel suo campo non si parla che di proscrizioni, e si gode di richiamar quello che nomasi regno di Silla, IX. 11.152. Nil tam populare quam odium popularium. Cicerone ad Attico, II. 9.153. Svetonio, in Cesare, 62.154. Πίστευε τῆ τύχη γνοὺς ὅτι Καίσαρα κομίζεις. Come questo motto è snaturato nella diluita declamazione di Lucano! Qui la poesia sta tutta nella prosa.155. La cecità de' suoi nemici è stupendamente ritratta in questo passo di Cesare: His rebus tantum fiduciæ ac spiritus Pompejanis accessit, ut non de ratione belli cogitarent, sed vicisse jam sibi viderentur. Non illi paucitatem nostrorum militum, non iniquitatem loci atque angustias, præoccupatis castris, et ancipitem terrorem intra exstraque munitiones, non abscissum in duas partes exercitum, cum altera alteri auxilium ferre non posset, causa fuisse cogitabant. Non ad hæc addebant, non ex concursu acri facto, non prælio dimicatum, sibique ipsos multitudine atque angustiis majus attulisse detrimentum, quam ab hoste accepissent. Non denique communes belli casus recordabantur, quam parvulæ sæpe, causæ vel falsæ suspicionis, vel terroris repentini, vel objectæ religionis, magna detrimenta intulissent; quoties vel culpa ducis, vel tribuni vitio, in exercitu esset offensum; sed, perinde ac si virtute vicissent, neque ulla commutatio rerum posset accidere, per orbem terrarum fama ac litteris victoriam ejus diei concelebrabant. Civ. III. 72.156. «A Farsaglia Cesare non perde che ducento uomini, e Pompeo quindicimila: cosa consueta nelle battaglie degli antichi, senza esempio nelle moderne, ove la quantità dei morti e dei feriti è più o meno, ma nella proporzione di uno a tre, e la sola differenza dal vinto al vincitore consiste soprattutto nel numero de' prigionieri. Effetto della natura dell'armi. Quella da projetto degli antichi facevano generalmente poco danno; gli eserciti loro si attaccavano coll'arma bianca, e però era naturale che il vinto perdesse molta gente, e il vincitore pochissima. Se gli eserciti moderni venissero alle mani, ciò non succederebbe che al finire dell'azione, ed allorchè si fosse sparso già molto sangue: non v'ha differenza tra il vinto ed il vincitore durante i tre quarti della giornata; e la perdita cagionata dalle armi da fuoco è pressochè eguale da ambe le parti. La cavalleria, nelle sue cariche, ha qualche somiglianza colle truppe antiche: il vinto perde molto più del vincitore, perchè lo squadrone fuggente è inseguito e caricato colla sciabola, soffrendo così molto danno senza arrecarne.

«Gli eserciti antichi combattendo all'arma bianca, abbisognavano d'uomini più esperti, dovendo sostenere tanti combattimenti particolari: un esercito dunque d'uomini agguerriti e veterani avea necessariamente il vantaggio; e fu per questo che un centurione della legione decima disse a Scipione in Africa: Dammi dieci de' miei camerata che sono prigionieri, e lasciaci combattere contro una delle tue coorti, e vedrai chi siamo. Questo centurione diceva vero: un soldato moderno che tenesse un simile linguaggio, non sarebbe che un millantatore. Gli eserciti antichi si affrontavano colla cavalleria, e un cavaliere armato dal capo alle piante avrebbe affrontato un battaglione». Napoleone.

157. Ad Attico, IX. 15.158. Adriano fece ristorare il sepolcro di lui, e scrivervi questo verso: Τῶ ναοῖς βρίθοντι, ποσὴ απάνις ἔπλετο τύμβου: «Ebbe già templi, or ha una tomba a pena».159. La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.160. Cicerone, allora sul denigrare, scriveva che Sullanas venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores existimentur suæ. Ad fam., XIII. 8.161. Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto. Ad Attico, VII. 12. — Incertum est Phalarimne sit imitaturus. Ivi, 20.162. Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime Cæsar velle videatur. Epistolar. lib. IV, ad Sulpicium. — Admirari soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit, Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius dignitate restituit, etc. Lib. VI, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono profuse nell'orazione pro Marcello, che o non è sua, o men degna di lui.163. Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni. Lucano.164. Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d'insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».165. Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi. Scis quam diligam Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar, nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda. Ad Attico, XIV. 12.166. Cicerone, ad fam., IX. 15, scrive: — Talvolta odo che un consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria o in Armenia, prima ch'io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi scrissero ringraziandomi ch'io avessi opinato perchè si desse loro il titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».

Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival nei Romani sotto l'Impero, considerano Cesare come l'uomo che si collocò alla vanguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopo Bury, Histoire de la vie de Jules César, 1758, e Meissner, Vita di Giulio Cesare, continuata da Haken, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta dai Commentarj, da Plutarco, da Svetonio. Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase incompiuta.

167. Servio scriveva a Marco Tullio ( ad fam., IV. 5): Ea nobis erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria, honestas, dignitas.168. Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus. Ad fam., IX. 15. — Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo. Ad Attico, XIII, 31.169. Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de' tragici, che hanno bisogno d'esagerate situazioni. Bruto nacque nell'85 av. C., cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de' suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.170. Quidquid vult, valde vult. Cicerone, ad Attico, XIV. 1. — ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως. Plutarco in Bruto, 1.171. Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva magnam fecisse... Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla sunt; domi industria, foris justum imperium. Sallustio, Catilin.172. Plutarco, in P. Emilio, dice che l'universo fremè d'orrore al finir della guerra coll'Epiro, ove dalla ruina d'una nazione erasi cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco. Livio, XLV. 34. 35.173. More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos, sepulcra, fana... juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis liberis, conquerentes se pelli agris focisque. Appiano, De bello civ. Impius hæc tam culta novalia miles habebit?

Barbarus has segetes? En quo discordia cives

Perduxit miseros! En queis consevimus agros!...

O Lycida, vici pervenimus, advena nostri

(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelli