Marziale, x. 30.

Vedi le odi d'Orazio Jam pauca aratro — Beatus ille — Robustam, amice; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale Meursio, De luxu Romanorum.

Nel Palazzo di Scauro, frammento d'un viaggio fatto a Roma verso il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi, Mazois suppone che Meroveo, figlio d'Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero a Roma, v'incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi dell'arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini, agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano, poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli edifizj privati spessezza maggiore d'un piede e mezzo; dappoi si pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni maggior elevatezza; anzi si cadde nell'abuso, onde savie prescrizioni fissarono l'altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl'incendj non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj, e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta e trascinano a rovina le case sopraccaricate d'appartamenti. Ciò forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli, o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri, liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo sotto l'altana ( solarium ) non costa meno di duemila sesterzj l'anno, e una casa comoda e piacevole non s'appigiona a meno di trentamila. Gl'incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono sovente l'orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione ed a stravaganti capricci».

Sopra ciò vedi Plinio, Nat. Hist., XXXVI. 24. A Cicerone reduce furono assegnati d'indennità per la villa di Tusculo denari 500,000, per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari 2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d'un fasto voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro al Palazzo di Scauro l'opera dell'architetto francese L. P. Hudebourt, Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline. Parigi, 1838. Gabriele Peignot ( Sur le luxe des Romains dans leur ameublement ) raccolse curiose particolarità.

Il gusto de' quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel 146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d'Aristide di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire 114,000): l'Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana d'Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di poi fu venduto per tante monete d'oro quante ne portava. Marco Agrippa pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente dal mare si comprò lire 480,000; l'Ajace furioso, e la Medea che uccide i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.

Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro, costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.

Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede d'avorio.

Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire, triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d'argento, o intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi dovean pure essere i letti nuziali.

Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi. Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire, perchè il tiranno non l'ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati cinquecento d'egual peso. L'imperatrice Livia offrì in Campidoglio un vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio, tesoriere dell'alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.

Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi di forma e di materia.