In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennone sia re dei re, ciascuno serba volontà e compie imprese personali; ogni minima cosa è contraddistinta, il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte e i cardini loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza odierna, serve però a intrattenere sopra quel personaggio. Nei caratteri invece sta il debole di Virgilio. Giunone al principio è triviale, nè tutta la sua enfasi esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro nel congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto di Priamo a' piedi di Achille. Ettore che bacia Astianatte e invoca che chi lo vedrà dica — Non fu sì valoroso il padre», ha ben altro decoro che Enea nello staccarsi dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro il regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. Nè forse un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben ideato e a se medesimo consentaneo: Acate non sai che è fido se non dall'epiteto del poeta: chi il pio applicato ad Enea non intenda nel primo senso di religioso ed obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato ad uomo il quale, ospitalmente accolto in terra straniera, seduce la donna che sa di dover abbandonare; approdato altrove, rapisce quella d'un altro. Ma per tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano a creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, e la grandezza d'Italia, gravida d'imperi e fremente di guerra.
Molti di questi difetti appartengono all'essenza del suo componimento; alcuni sarebbero scomparsi se avesse potuto dare l'ultima mano all'opera sua. La quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta dalla perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava ad Augusto di bruciarla; voto che l'imperatore si guardò bene di adempire. Tal quale la lasciò, male ordinata nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella rappresentazione e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come epopea definitiva servì di norma e talvolta di ceppo agli epici posteriori, che professavano seguirla da lungi e adorarne le vestigia[97].
In somma la letteratura romana può considerarsi come una fasi della greca. Nei Greci si trovavano in armonia il sentimento dell'ordine generale qual base della moralità, e il sentimento della libertà personale, non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la legge politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava la propria libertà nel trionfo dell'interesse generale. In questo istante dell'umanità, fu prodotta nel suo più splendido fiore la bellezza sotto la forma dell'individualità plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la religione dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero indefinito dello spirito, raggiunse il perfetto equilibrio fra l'immaginativa e la ragione; la civiltà profittò di tutti i passi precedenti, unificandoli e perfezionandoli in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più elevato.
I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non credettero potere far meglio che imitarla. Il linguaggio della magistratura, dell'imperio, era il latino; ma il greco quel della coltura, della eleganza; sarebbe parso sacrilegio il parlare altro che latino dal tribunale o dalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza ad uno che non sa il latino: ma nella conversazione si parla il greco; in greco si scrivono le note e le memorie; il greco si usa in famiglia, si usa coll'amante, dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi non la imparano; e Plutarco, che tanto n'avea bisogno per iscrivere le sue vite, ben tardi cominciò a leggere qualche scritto romano, comprendendolo dal senso piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non capire la bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi de' loro artisti; ma appena sceso dai rostri, parla greco, va in Grecia a perfezionare la sua educazione, traduce i greci filosofi.
Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato una poesia originale, con forma e lingua proprie: Roma invece dal bel principio s'acconciò all'imitazione, e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette pur riceverne l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e convenzione; e tale si mostra in tutta la loro poesia. Potrebbe mai credersi che Virgilio, Orazio, Ovidio prestassero fede a quei numi, che adopravano per macchina ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un inno ove apparisse, non dirò la divota ispirazione ebraica, ma neppure la convinzione che alita in Omero, in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non sentiva i numi nel cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato da positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in ciò poteva far di meglio che seguitare i Greci, i quali ne avevano esibito i più squisiti esemplari.
— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi ai giovani di buone speranze; non già meditare sopra se stessi, sulla natura, sul mondo: divenire per gloria eterni si confida non tanto per coscienza delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi capolavori dei maestri, per averne scelto il meglio a guisa d'ape[98], e tradotte le muse di quelli a favellare con intelligenza la lingua del Lazio. Che se poniam mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci sembra quel loro continuo assicurarsi dell'immortalità, e d'associare il proprio nome all'eternità della romana fortuna[99].
Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi, venendo dopo, eredita dai predecessori, senza perdere quel che v'ha di proprio nello spirito, nella lingua, nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si faceano ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente, per conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere l'altezza, cui soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno si perviene. Quel bisogno artistico di esprimere e di comunicare i sentimenti più nobili e più profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura, fu poco sentito da' Romani, sprovveduti dello slancio ideale, dell'intuizione calma della natura, e dello spirito estetico tanto proprio de' Greci; l'elemento religioso vi rimaneva interamente subordinato al politico; di rado seppero il semplice ed il naturale elevare all'idealità; e diedero facilmente nel falso, e in quel sublime di parole scarso d'idee, che costituisce il declamatorio. La poesia romana non differì dalla greca per lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar l'universo, per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo, tutto è riflesso e calcolato, nulla della semplicità di Omero, e l'abilità del linguaggio e l'arte retorica mal suppliscono alla forza spontanea e alla fecondità d'invenzione.
Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, e nessuno raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno si attenne senza restrizione, come Livio, Virgilio, Orazio, mentre più nazionali si conservarono Ennio, Varrone, Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può reggersi che su tradizioni e sentimenti nazionali. La lirica massimamente ne risentì, poichè a quest'armonica espressione degl'intimi sentimenti nulla più nuoce che il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione, ed esser frenati nella commozione dal pensare che il poeta non s'ispira ma ricorda.
Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento! qual perfetta aggiustatezza di pensiero! qual compiuta venustà di forme, e purezza ed eleganza e nobile armonia di stile, e variazioni di ritmo! Un alito di regola e di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice ed austero dà a conoscere che l'autore è padrone di sè e del suo soggetto. Tutti poi s'improntano d'un marchio, che li fa originali da ogni altro; ed è l'idea di Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difetto di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei grandi autori di Grecia. La quale differenza è portata naturalmente dal diverso vivere d'un popolo eminentemente individuale e libero nell'esercitare come gli piace le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni altra idea predomina quella della patria grandezza.
A stampare questo carattere assai valse l'esser le romane lettere fiorite per opera de' principali cittadini, i quali abbracciando intera la vita nazionale, considerano ogni cosa nelle più ampie sue relazioni, a differenza di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura riducendola a semplice arte. E la letteratura latina, a tacere di noi pei quali è un vanto patrio, merita maggiore studio che non la greca, perchè, provenendo da un grandissimo centro di civiltà, meglio rivela la condizione sociale del genere umano.