L'imperatore non era il popolo? adunque la legge contro chi menomasse la maestà del popolo fu applicata all'imperatore, e gli offri modo legale a grandi atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a cavalieri oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori infedeli, adultere famigerate: e il popolo applause al severo mantenitore della legge. Ma appena trapelò l'inclinazione del principe, ecco una fungaja d'accusatori. I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e in un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà dell'avvocatura e alla prosa della vita, eppure avidi d'adoprare l'abilità imparata per acquistarsi onori, fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il lusso dei grandi, correvano, all'usanza antica[106], ad accusare chi primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo delle invidie plebee contro l'aristocrazia di averi o di merito.
Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille tranelli; traevasi appicco dai dissidj delle famiglie; tenuissime prove bastavano dove così piaceva al padrone; e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto d'una statua d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno del corpo od entrasti in postribolo con un anello o con una moneta portante l'effigie imperiale; tu in una tragedia sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un giardino, nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore; tu interrogavi i Caldei se un giorno potrai divenir re, e tanto ricco da lastricare d'argento la via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio Cordo che, nella storia delle guerre civili di Roma, intitolò Bruto l'ultimo de' Romani. Cremuzio nel difendersi diceva: — Sono talmente incolpevole di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i libri di lui, ma il divieto li fece più preziosi e cercati; ove Tacito esclama: — Ben è folle la tirannia nel credere che il suo potere d'un momento possa estinguere nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno, ne cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono ad altro che a procacciar gloria alle vittime, infamia a sè»[107].
Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica; chi piange Augusto, riprova Tiberio; che tace, macchina; chi mostrasi mesto, è scontento; chi allegro, confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello, fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle delazioni; anche i primi del senato le esercitavano o all'aperta o alla macchia; ben presto si accusò senza nè timore nè speranza, unicamente perchè era l'andazzo; furono processate persone, non si sapeva di che, condannate, non si sapeva perchè.
Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici e da parenti, timorosi d'andare involti nella sua ruina. Fuggire era impossibile in così vasto impero: la campagna ridondava di schiavi vendicativi: ognuno agognava di cogliere il proscritto per salvare se stesso. Tradotto a senatori complici o tremebondi, ostili fra di loro, a fronte di quattro o cinque accusatori addestrati nelle scuole a trovare e ribattere argomenti, ove nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura degli schiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale scampo poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi coll'imputar di complicità gli stessi accusatori o i giudici: scherma, di cui Tiberio prendeva mirabile sollazzo. Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al supplizio e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge colla spada, e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo: uno dinanzi ad essi sorbisce il veleno, e senz'altro vien tradotto alle forche: di Carnuzio che riuscì ad uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un altro che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non mi sono ancora abbastanza rappattumato con te».
Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano la vita e alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno si temeva un traditore! Deboli e paurosi perchè isolati, piegano alla prepotenza, o cospirano con essa; il senato, nel quale stavano accolti coloro che poteano far fronte a Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto ciascuno di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una genìa così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue. Il merito divien colpa a' suoi occhi: un architetto che raddrizza un portico minacciante ruina, è bandito; uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è subito messo a morte[108].
In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a volta rimproverare o da un viglietto gettatogli, o dal teatro col susurro o col silenzio; ora uno che va a morte, si sfoga in invettive contro di lui, or una spia gli ripete con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta; poi lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei cortigiani, e vuole in più disimpedita guisa associare i due elementi del paganesimo, sevizie e voluttà. Amplissima vista di mare, il prospetto della ridente Campania, e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura, in inverno il promontorio di Sorrento ne ripara i venti impetuosi. Quella scelse per prigione e paradiso (26) il minaccioso e tremante imperatore: gli scogli vi rendono disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare i signori che di loro ville popolano la costa Campana e Pozzuoli e Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna dedicata a un Dio, terme, acquedotti, portici, d'ogni maniera delizie. Ancor privato indulgeva alla crapula, sicchè i soldati, invece di Tiberius Claudius Nero, lo chiamavano Biberius Caldius Mero: allora creò un sovrantendente dei piaceri; premiò colla questura uno che vuotò d'un fiato un'anfora, e con ducentomila sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi, i beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato. Laide pitture, scene di mostruoso libertinaggio doveano solleticare lo smidollato vecchio: se i genitori ricusano offrir le fanciulle alle imperiali lascivie, schiavi e satelliti le rapiscono: se, brutto, ulceroso, le donne il prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da trascendere la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie conservarono fin oggi la figura di sue turpi dilettanze; mentre un grazioso bassorilievo del Museo Borbonico ce lo rappresenta sopra un cavallo menato da uno schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa cadere degli aranci: idillio fra le tragedie.
E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi saranno accuse, torture, supplizj; vi saranno sofisti e grammatici, coi quali disputa del come si chiamasse Achille mentre stava da donna alla corte di Sciro, chi fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano gli astri, gli animali, interrogati da Trasillo rodiano. I senatori deputati a recargli o richiami od omaggi, dopo lungo aspettare son rinviati: fin le lettere non riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano, prefetto de' pretoriani.
Costui, di mezzana condizione, di turpi costumi, di spirito e corpo vigoroso, erasi traforato nella grazia di Tiberio col rendergli rilevanti servizj e sleali. Ordì con esso di perdere Agrippina vedova di Germanico, la quale col costume severo e coll'amorosa venerazione verso l'estinto sposo dava ombra all'imperatore. I costei amici sono un dopo l'uno accusati e morti; ond'essa vien guardata con una specie d'orrore. Ucciderla però non ardiva Tiberio: onde uscito di Roma, ronza nella parte più deliziosa d'Italia; poi restituitosi a Capri, scrive una lettera ambigua al senato, imputando colei d'orgoglio, i suoi figli d'impudicizia. Il senato vede la mina contro la casa di Germanico, ma è rattenuto dal favore del popolo per questa. Quand'ecco da Capri giungono rimproveri perchè non s'abbia verun riguardo alla sicurezza dell'imperatore e dell'impero; e tosto Nerone è esigliato, Druso messo prigione (30), nè tardarono a morire. Agrippina confinata nell'isola Pandataria, dissero si fece poco poi ammazzare; e Tiberio si lodò al senato di clemenza per non averla fatta esporre alle gemonie.
Snidatone Tiberio, Sejano governò Roma a sua posta. Rese importante il comando de' pretoriani, ai quali, col raccorli in un campo solo sotto Roma, attribuì pericolosissima potenza. Disponendo a suo arbitrio delle cariche, poteva acquistarsi amici: colla promessa di sposarle, traeva principali donne ad ajutare il suo ingrandimento, e scoprire i segreti de' mariti: Tiberio stesso lo chiamava il consorte di sue fatiche, lasciava effigiarlo sulle bandiere, e bruciar vittime quotidiane sulle are di esso.
Non contento del dominio, Sejano vuole anche le apparenze; e poichè fra lui e l'impero si frapponea Druso figlio di Tiberio e di Vipsania, seduce la costui moglie Livilla e glielo fa avvelenare, poi chiede a Tiberio la mano di essa. Da quel punto diviene presuntivo erede; in conseguenza Tiberio lo teme, in conseguenza lo odia. Ma come abbatterlo se ha tutto l'impero in mano? Tiberio comincia ad elevargli a fronte Cajo Cesare Caligola, prediletto dal popolo e dai soldati perchè figlio di Germanico; poi manda secretamente al senato Macrone (31), colonnello dei pretoriani, con lettera nella quale sul principio getta qualche lamento contro di Sejano, poi parla d'altro; torna alle querele, indi divaga; si rifà sopra Sejano con parole sempre più acerbe; ordina sieno condannati a morte due senatori, intimi del ministro; e mentre questi stordito non osa proferir parola a loro scampo, ode chiudersi la lettera col comando ch'e' sia arrestato. Detto fatto, gli amici lo abbandonano; pretori e tribuni gli recidono la fuga; il popolo, partigiano d'Agrippina e vindice de' figli di Germanico, lo insulta allorchè il console lo mena al carcere; e mentre, se fosse riuscito, avrebbe avuto adorazioni, vede dappertutto abbattersi le sue statue, e il senato decretarlo al supplizio[109].