Quibus oceanus vincula rerum
Laxet, et ingens pateat tellus,
Tethysque novos detegat orbes,
Nec sit terris ultima Thule.
333. Nella Satira I esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere satire all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da frenarsi allorchè incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone riempiuta dalla pingue sua pancia? E che? tanti vizj non li flagellerò io co' miei versi? Chi può dormire fra questi padri che corrompono le nuore avare, fra sposi infami e adulteri giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i versi alla meglio come li facciamo Cluvieno ed io».
Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò sul teatro. Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli di Tèntira per diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità del misfatto, perchè le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive sicuro coll'orso; e finisce col riflettere cosa n'avrebbe detto Pitagora, il quale neppur tutti i legumi permetteva.
334. Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,
Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli.
335. Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava assurdo l'uso della mitologia nei versi? Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus
Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum