Alfine l'imperatore mandò ad abbarrare i valichi dell'Appennino; poi incalzato, raggiunse l'esercito con un codazzo di senatori che lo rendeano viepiù spregevole; ed ora a questi, ora a quelli si volgeva per pareri; poi, ad ogni annunzio dell'avvicinar del nemico, sgomentavasi e s'ubriacava. Udito che anche la flotta di Miseno avea voltato bandiera, tornò a Roma intenerendo il popolo con preghiere, con lagrime, con promesse, più esorbitanti quanto meno pensava mantenerle; e così raccozzò una ciurma cui diede il nome di legione. Ma come Primo fulminando varcò l'Appennino, costoro disertarono a frotte.
Sabino, governatore di Roma, benchè fratello di Vespasiano, si tenne in fede: sol quando si bucinò che, per cessare il sangue, Vitellio abdicava, egli assunse le armi; ma il popolo, invaso da subita frenesia, lo chiuse in Campidoglio, e nell'assalto s'incendiarono le case vicine e i portici, tra le cui fiamme penetrati, i Vitelliani passarono per le spade chiunque resisteva; Sabino fu trucidato a rabbia del popolo, il quale mal si potrebbe dire perchè con nuovo furore proteggesse una causa non sua, e principi che domani avrebbe forse trascinati nel Tevere.
Primo, come ode arso il Campidoglio e ucciso Sabino, difila sopra Roma: Vitellio, sebbene rimbaldanzito da quel furore vulgare, mandò colle Vestali un ambasciatore chiedendo un sol giorno per risolvere; ma non l'ottenne, e i suoi furono rincacciati nella città. Presa anche questa, si battagliò per le vie, e cinquantamila uomini perirono; mentre il vulgo, cui la sua bassezza faceva sicuro, applaudiva o fischiava i colpi, piacevasi scovare se alcuno si rimpiattasse nelle case, gridando viva e muoja, come cosa pazza.
Vitellio, scoperto in un canile (20 xbre), fu menato per la città con abiti laceri, corda al collo, braccia al dosso, fra gli urli della plebaglia che due giorni prima l'adorava. Al moltiplicare degli insulti, quest'unica voce oppose, — Eppure io fui vostro imperatore».
Di otto imperatori di Roma, era il sesto che periva di morte violenta.
Coll'uccisione di suo fratello Lucio Vitellio che comandava un esercito a Terracina, fu terminata la guerra, ma senza che fosse pace. I soldati vincitori inseguivano i nemici, scannandoli ovunque li scontrassero; col pretesto di cercarli sforzavano le case; e la ciurma gli avviava ed emulava. Primo valevasi del comando per rubare più degli altri: Domiziano, figlio del nuovo imperatore, che nella sollevazione erasi trafugato in abito di sacristano d'Iside, allora dichiarato cesare, tuffavasi nelle laidezze. Scompigli sovra scompigli, fra' quali alla povera Italia restava appena fiato per acclamare Vespasiano augusto.
CAPITOLO XXXVII.
I Flavj.
La casa Flavia, nè antica nè illustre, proveniva da Rieti. Tito Flavio, avo che fu di Vespasiano, militò nelle guerre civili, e dopo la rotta di Farsaglia tornò nel paese natìo come esattore delle gabelle. Suo figlio Flavio Sabino l'eguale industria esercitò in molte città dell'Asia con fama d'onesto; poi ritiratosi negli Elveti, arricchì prestando, e da una Vespasia Polla generò Sabino e Vespasiano. Valenti guerrieri entrambi, quest'ultimo divenne senatore e console col blandire i potenti; la finta vittoria di Caligola sui Germani festeggiò con giuochi straordinarj; propose che gli accusati di fellonia fossero pubblicamente uccisi ed esclusi dalla sepoltura; in pien senato rese grazie a Caligola d'averlo invitato a cena; proconsole in Africa, servì tanto bene Nerone, da attirarsi il pubblico odio. Reduce, si trovò in sì basse acque che diede in pegno al fratello le sue terre, e al vivere cercò modi poco onesti: ma a grave pericolo il pose l'essersi lasciato prendere dal sonno mentre Nerone recitava proprj versi; onde ritirato in campagna attendeva male nuove, quando si udì prescelto a capitanar la guerra della Giudea. L'oscurità de' suoi natali, togliendo ogni ombra a Nerone, gli aveva meritato quel comando, nel quale mostrossi eccellente; pazientissimo alle fatiche, divideva gli stenti coll'infimo soldato: se non che disonoravasi coll'avarizia.
Fu il solo che, assunto all'impero, si mutasse in meglio. Appena seppe morto Vitellio, racconsolò di vettovaglie l'Italia; conferì governi e comandi ad amici suoi, sperimentati nel vivere privato e sui campi; e non si trovò costretto a corrompere i soldati con improvvide liberalità. Crasso Muciano, mistura d'ottime e di ribalde qualità, molle e attivo, superbo e compiacente, avido dei godimenti e indomito alle fatiche, con potere illimitato e bastante severità diede buon incammino alle cose di Roma. Intanto Vespasiano in Alessandria faceva miracoli; rese la vista a un cieco, bagnandogli di saliva gli occhi; un rattratto, appena da lui tocco, ricuperò l'uso della mano: tutto ad onore e gloria del dio Serapide. Entrando nel tempio, Vespasiano vide dietro di sè un tal Basilide, che in quell'istante si trovava ottanta miglia lontano e ammalato. Avvenimenti attestati da Svetonio, Dione e Tacito, il quale dice che al tempo suo la menzogna non avrebbe potuto aver corso.
Glorioso per vittorie e per miracoli (70), Vespasiano arrivò in Italia; e se, appena eletto, tanta folla accorse a riverirlo da non bastarvi l'ampia città d'Alessandria, pensate al giunger suo nella metropoli! Ognuno se ne prometteva rintegrata la disciplina, rimesso in lena l'impero, e tutto ciò che i popoli mal condotti aspettano ad ogni mutar di principe.