Più memorabile è la caduta degli Ebrei, popolo prescelto da Dio a conservar pura la tradizione, finchè, venuta la pienezza de' tempi, sorse di mezzo ad essi e fu da essi sconosciuto e ucciso quel Divino, di cui tutta la loro storia non era che preparazione, simbolo, profezia. Anche perduta la dominazione, unita alla provincia della Siria, e governata da presidi romani, la nazione ebrea rifiutò ostinatamente i costumi de' Gentili e la religione idolatra; e agli imperatori che voleano violentarne le coscienze, opponeva le proteste, e subiva le persecuzioni. Ma internamente le scissure fra la Giudea e la Samaria, le sêtte de' Farisei e Saducei, le ambizioni de' principi e de' sacerdoti, la comparsa di finti Messia, infine la smoderatezza degli Zelanti rendevano infelicissimo il paese, e gli facevano sentire la maledizione del sangue del giusto. Satolli d'oltraggi, trucidati a migliaja, offesi negl'interessi e nelle credenze, insorgono regnante Nerone, il quale deputa a sottometterli Vespasiano. Non v'è orrore che non accompagnasse quella guerra, in cui si conta perissero un milione e mezzo di Ebrei: finalmente Tito, figlio di lui, prese Gerusalemme stessa e la incendiò (70 — 1 7bre), e da quel punto gli Ebrei più non ebbero patria nè altare. Sparsi per tutto il mondo, con una portentosa attività e con irremovibile perseveranza vivono confidati che quel Dio, che altra volta li richiamò dalla schiavitù di Babilonia, faccia splendere ancora il loro giorno. — Sarà il giorno, in cui il sangue, imprecato dai loro padri, scenda sui figli per lavacro di perdono e redenzione.
Tito negli anfiteatri di Berito e di Cesarèa rallegrò il popolo collo spettacolo di centinaja di Giudei accoltellantisi o sbranati dalle fiere: altri condotti a Roma abbellirono il più splendido trionfo, ornato viepiù collo strozzare i principali di essi: altri furono serbati a fabbricar l'arco che ancora chiamasi di Tito, il Colosseo e il tempio della Pace, nel quale furono deposti il candelabro d'oro e gli altri arredi del culto di Ieova.
Vespasiano associossi il figlio vincitore nella podestà tribunizia; e la chiusura del tempio di Giano attestò finite o sospese le guerre. Anche Roma respirava dalle atrocità e dalle pazzie, non così però che le mancassero supplizj; e fu singolarmente deplorato quel dell'intrepido Elvidio Prisco (pag. 163). Alieno Cécina ed Epiro Marcello, spia di Nerone, congiurarono con molti pretoriani; ma scoperti, Marcello prima della condanna si uccise: a condannar Cecina non bastando l'essergli trovata l'arringa disposta per ammutinare i soldati, Tito l'invitò a cena, e ve lo fece assassinare. Compendiose procedure!
Vespasiano, sentendosi morire, esclamò: — Se non fallo, sto per divenire iddio»; burlandosi del divinizzare che i Romani faceano i loro principi. Sereno fin all'ultimo istante, — Un imperatore (disse) dee morire in piedi», tentò alzarsi, e spirò (79) di settantun anno, regnato dieci. Ai funerali de' grandi solevansi rappresentare commedie, ove il morto era messo in burla. Il buffone che, in quello di Vespasiano, contraffacea l'estinto, domandò agli economi quanto costerebbero i funerali, e udita l'ingente somma destinatavi da Tito, riprese: — Date a me quel denaro, e gettate pure il cadavere nel fiume». Fortunata Roma però se d'avarizia solo essa poteva appuntare il successore di Tiberio e di Nerone[214].
Tito Flavio, spertissimo in eloquenza e versi, e più nella guerra, finchè visse il padre mostrò avidità e tracotanza; sorreggeva chi gli offrisse denaro; se portava malanimo contro alcuno, ne facea da prezzolati domandar la testa in teatro o nel campo; e gli amori suoi con Berenice, sorella d'Agrippa II re degli Ebrei, erano riprovati dai Romani, tementi un'imperatrice straniera, quanto dagli Ebrei, scandolezzati che una loro principessa scendesse agli abbracci del distruttore di sua nazione.
Ma fatto imperatore a trentanove anni, Tito mandò Berenice fuor d'Italia, per quanto si sentisse di lei acceso; al fratello Flavio Domiziano, discolo ed intrigante, non solo non fece verun male, ma esibì dividere con esso l'autorità; confermò con editto generale le prerogative concesse da' suoi predecessori a città o persone; lasciava il popolo accostategli fin nel bagno, assegnare quando e come bramasse i giuochi ch'egli dava; nè l'affabilità gli scemava decoro. A chi gli rimostrava il troppo facile suo concedere, rispondeva: — Non conviene che alcuno parta melanconico dalla vista del principe»; ed una sera, non ricordandosi d'aver beneficato alcuno, esclamò: — Perdetti una giornata».
Accettando il pontificato, dichiarò che più non si contaminerebbe di sangue, abolì la legge di fellonia, nè si accusasse più alcuno per aver detto male di lui o de' predecessori. — O sparla di me a torto, e lo compiango; o a ragione, e sarebbe ingiustizia il punirlo della verità. Quanto a' miei antecessori, se ora sono Dei, possono a voglia punire gli oltraggi senza mio intervento». Avendo il senato condannati nel capo due patrizj cospiratori, Tito mandò pregare quell'assemblea di desistere dall'inutile castigo, dipendendo i regni da una potenza superiore all'umana; al tempo stesso invia a rassicurare la madre de' rei, li vuol seco a banchetto la sera, il domani agli spettacoli, passando a loro le spade de' gladiatori, che, secondo il costume, gli venivano offerte ad esaminare.
Non che agognare l'altrui, ricusò regali e legati: eppure in donativi, spettacoli e fabbriche gareggiò con qualunque de' suoi predecessori; e quando inaugurò il colossale anfiteatro, presentò, oltre i gladiatori, una battaglia navale e fin cinquemila fiere. Più savia generosità mostrò in pubbliche sciagure; avendo un incendio guastato il Campidoglio, il Panteon, la biblioteca d'Augusto, il teatro di Pompeo, a non dire i minori edifizj, dichiarò ch'egli toglieva sopra di sè tutti i danni; e per mantenere la parola, senza accettar le somme che città e principi forestieri gli esibivano, vendè perfino gli arredi del suo palazzo. Il Vesuvio, che da immemorabile non eruttava, lui regnante proruppe (79 — 8 7bre) in modo, che Ercolano e Pompej furono sepolte, Pozzuoli e Cuma diroccate, sobbalzata tutta Campania. Tito a proprie spese provvide ai mali riparabili; girò il paese, non per ostentazione e curiosità, ma prodigando denaro. La peste gli diè nuovo campo a mostrare la sua benevolenza; e quasi non dissi la carità. Chi crederebbe che, sotto tal principe, trovasse molti seguaci un finto Nerone venuto d'Armenia, il quale ronzò intorno all'Eufrate, poi si rifuggì tra i Parti?
Mentre Roma si ricreava sotto il buon Tito, e lo intitolava delizia del genere umano, morte glielo tolse (81) dopo due anni e tre mesi di regno, dissero accelerata dal fratello Domiziano, che lo fece scrivere fra gli Dei mentre il denigrava presso gli uomini. Questo Domiziano, privo di studj, marcio di lussuria e di debiti, in guerra sollecito soltanto d'evitar le fatiche ed i pericoli, estinto il padre, tentò guadagnarsi i pretoriani per soppiantare Tito, e Tito gli perdonò. Morto od ucciso questo, fu gridato imperatore, e prodigatigli d'un tratto i titoli e le cariche che a' suoi antecessori conferivansi a poco insieme.
Dapprima vietò perfino i sacrifizj cruenti; largheggiava cogli uffiziali acciocchè la povertà non ne agevolasse la corruzione; ricusava l'eredità di chi avesse figliuoli; e dopo spartite ai veterani le terre confiscate, il di più non tenne per sé, come si soleva, ma lo rese ai prischi possessori. Murò splendidamente, ricompose la biblioteca incendiata, e dodicimila talenti spese nella doratura del tempio di Giove in Campidoglio: eppure la magnificenza di quello era un nulla a petto d'una sola galleria o d'una sala del palazzo. Attendeva in persona a rendere giustizia; notava d'infamia i giudici che accettassero denaro, o i governatori che espilassero; represse la licenza pubblica e la sfacciataggine de' libelli; vietò ai cavalieri di recitare sui teatri; cassò un senatore che danzava; escluse le donne dal ricevere legati e dall'andare in lettiga; dichiarò indegno d'esser giudice un cavaliere che ripigliò la moglie dopo ripudiatala per impudica; molti adulteri punì di morte, e vietò severamente di far eunuchi.