Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse due secoli più tardi, beccò da Plinio senza criterio, ed espose in istile ricercato notizie varie, massime di geografia, e il suo Polistore ebbe gran corso nel medio evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione del mondo: pure vedemmo come Greci fossero quelli, di cui Augusto si valse per misurare e descrivere l'impero. E dalla Grecia vennero, nel tempo che discorriamo, i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella Siria, nella Fenicia, nell'Egitto fin alle caterrate, poi in Grecia, Macedonia, Italia, eccetto la Gallia Cisalpina e la Liguria, in diciassette libri diede la storia della sua scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e degli Stati, dei personaggi più celebri, sa portarvi la critica. L'altro descrisse l'universo in modo d'acquistare il nome di Tolomaico al sistema che, in opposizione coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per centro ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i paesi matematicamente per longitudine e latitudine[268].
L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio Mela spagnuolo ( De situ orbis ), in prosa concisa ed elegante compendiando il sistema d'Eratostene; all'aridità d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare graziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti cose da gran lunga perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea, famose per battaglie; nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali importanti; nè Stagira patria d'Aristotele.
Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente[269]; in un tempio della Terra n'era dipinta una dell'Italia[270]; una di tutto il mondo in un portico di Roma[271]; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; ed entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa una descrizione di tutto l'impero, che andò perduta. D'un'altra, ordinata dall'imperatore Teodosio, abbiamo una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana, carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta.
I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle arti meccaniche, misurava il guadagno, teneva i registri. Allo studio di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo, Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alla metà del quadrato eretto sopra uno dei lati[272]; e fu tenuto un portento Sulpicio Gallo che prediceva gli eclissi.
Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto Vespasiano capitanò in Bretagna prima d'Agricola, poi fu console, augure, amico di Plinio, lodato da Marziale; e sul morire dispose non gli si ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato se la vita mia lo meriti»[273]. Soprantendente agli acquedotti, diede la storia di queste memorabili costruzioni, veramente italiane. Lasciò inoltre quattro libri di Stratagemmi, compilazione fra militare e storica, povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità sicura di chi sa quel che n'è.
La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata coltivata; i medici erano la più parte schiavi o stranieri, e Giulio Cesare pel primo comunicò ad essi la cittadinanza. In bottega pubblica ( jatreon ) faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni, fra i chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, e sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari novità e bizzarre teoriche, colla sicurezza che alletta le malate fantasie, e dà reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chiamata medicina contraria, perchè nelle febbri lente ed ostinate il professore ad un tratto abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare i precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti, e Antonio Musa suo liberto lo guarì sostituendovi di balzo i bagni freddi. Era il caso di dire con Celso: Quos ratio non restituit, temeritas adjuvat. Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche; onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, immunità a tutti quei della sua professione.
Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar questa a Roma un secolo prima dell'êra vulgare, le differenti malattie deduceva da viziosa dilatazione o stringimento de' pori, e la pratica riduceva a rimedj che producessero l'effetto contrario. Pronta, sicura, piacevole doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, ginnastica, fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco violento e interno, e frequentando i semplici. Colla quale blanda pratica riconciliò alla medicina i Romani, che n'erano disgustati dalla sanguinaria del chirurgo Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in quel di carnefice, e forse per questo aveva attirato alla sua arte le esagerate invettive dell'antico Catone[274].
Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio Celso[275], del quale s'ignorano la patria e i casi, e della cui Enciclopedia ( Artium ) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina, i quali forse sono mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè osservatore, pur ricorrendo all'induzione, non crede importante nella medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda di non prendere abitudini, nè ledere la temperanza; poi raccoglie quanto dissero i precedenti, giudicandone con buon senso ed esponendolo con eleganza spigliata. Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di sparare gli uomini vivi, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de' gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare le parti interne per rimedio e pietà, non per barbarie.
Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso Empedocle, introduttore della dottrina degli elementi. Acrone, di Agrigento come lui, giovò assai agli Ateniesi nella peste che proruppe durante la guerra Peloponnesiaca, e fondò la scuola empirica. Menecrate, contemporaneo di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, menavasi dietro come corteo i suoi guariti, principalmente gli epilettici; ma colla sua vanità buscò beffe. Erodico da Leonzio inventò la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj, susseguiti dal bagno; ma Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio di passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, cercò combinare le dottrine metodiche coll'empirismo, ed è notevole per aver insegnato a non isradicare il dente leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per avere applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo di tenervi una torpedine viva: rimedio adottato anche da Dioscoride.
Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di varj sistemi, preteriremo, ma non Claudio Galeno da Pergamo, che con ingegno vasto quanto Aristotele, altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò tutte le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità, applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. A Roma acquistò credito, malgrado gl'intrighi dei suoi colleghi, i quali all'ignoranza univano l'invidia, fin al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti. Curò Marco Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello anatomico riconosceva i misteri della vita e la scienza divina; eppure non seppe salvarsi dall'andazzo del suo secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un salasso, e lo stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo come assurdo.