Ma fra gli Stati esiste una moralità come fra' particolari, o norma unica ne è l'interesse? Come platonico, egli unisce la morale e la politica, e fa da Lelio proclamare che alle società nulla nuoce più che l'ingiustizia, nè alle genti è possibile governarsi e vivere senza rispettare il diritto: ma nell'applicazione ricasca all'angustia del patriotismo, crede che Roma conquistò il mondo nel difendere i suoi alleati, e sostiene legittima la conquista di essa, cogli argomenti onde Aristotele sosteneva legittima la schiavitù: natura ha stabilito che chi è superiore per ragione sia anche per autorità, e la dominazione di Roma è giusta perchè fu un bene pei popoli, i quali perivano in grazia dell'indipendenza[52]. Il patrioto dimentica che la filosofia non dee fondarsi sopra le conseguenze delle azioni, ma sopra le azioni stesse; che l'avvenire è di Dio, ma regola invariabile dell'uomo dev'essere il dovere.

Tirone suo liberto raccolse le lettere di lui ad Attico, al fratello Quinto e a varj personaggi, carteggio importantissimo a quella posterità cui non lo destinava. Ivi non più retorica, ma parla col cuore in mano, con lingua svincolata dal periodare oratorio; e sebbene le molteplici allusioni, i proverbj, le prudenti reticenze, naturali in così fatte scritture, le oscurino a volta a volta, siamo empiti di meraviglia da quell'elegante naturalezza, dall'erudizione spontanea, dal frizzo, dalla concisione, dal felice accoppiamento dell'ingegno col gusto[53].

Non esitammo a tornare e ritornare sopra questo grand'uomo, il quale ci presenta l'intero circolo della sapienza romana, e i cui libri, eternati dalla chiarezza ed eleganza, esercitarono non solo sulla successiva scuola romana, ma su quella ben anche de' secoli nuovi, maggior efficacia che non i filosofi profondi.

— Possiedi la materia, le parole verranno dietro, rem tene, verba sequentur », avea detto il prisco Catone, conforme al vecchio spirito di Roma, e alla natura stessa della lingua latina, sì poco poetica quanto mal appropriata alle indagini del pensiero sopra se stesso. Ma i letterati la alterarono colla fraseologia, nè mai ci si persuaderà che veruno parlasse come scrivono Sallustio, Livio o Cicerone. Misurava essa piuttosto il valor delle sillabe dall'accento, e a ciò crediamo si conformassero i metri originali: ma quando adottarono i greci, non poteano togliere per fondamento la lunghezza o brevità naturale delle sillabe, e doveano riportarsi all'uso de' Greci. Se non che il metro greco perdette la serenità e l'anima, contrasse alcun che di duro, principalmente in grazia della divisione fissa della cesura nell'esametro e nei versi alcaici e saffici.

Quinto Ennio che adottò il verso esametro come eroico, è da Oidio detto massimo d'ingegno, d'arte rozzo, e Quintiliano lo paragona a un bosco antico, le cui elevate quercie ispirano venerazione più che non dilettino all'occhio. Oltre voltar drammi e poemi dal greco, consueto esercizio delle letterature nuove, dotò Roma della prima epopea, intitolata Annali romani, la quale si continuò a leggere lungo tempo in pubblico; e d'un'altra in onor di Scipione Africano (t. I, p. 360).

Unico genere cui la poesia latina trattasse con originalità fu la satira[54], di cui fanno merito a Lucilio di Suessa, che ne scrisse trenta libri di mordacissime, dando all'esametro l'andar libero e la sprezzatura che lo avvicinano alla prosa. Di genere diverso erano quelle di Ennio; sul cui modello Varrone scrisse le Menippee, dette così da un tal Menippo di Gadara scrittore mordace, e dove la prosa alternavasi col verso.

Questi appartengono all'età arcaica; ma anche i posteriori, poetando d'imitazione più che di lena, dovettero fondare il linguaggio poetico sopra forme metriche e grammaticali differenti dalle popolari; talchè quello risultò di una mal fusa mescolanza, finchè si sbandirono le parole composte e le costruzioni esotiche. Di tale appuramento la lode appartiene a Cajo Valerio Catullo veronese (n. 86), il quale adempì colla latina quel che il Petrarca colla lingua nostra, spogliandola delle forme aspre, e vestendola di grazie ingenue, al tempo stesso che da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi. Vi si sente però ancora la scabrezza; non ancora il suo pentametro finisce in bisillabo, come negli elegi posteriori, nè chiude il senso; frequenti gli iati, non iscarse le parole composte: talchè, sebbene accuratissimo nei brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l'episodio di Arianna abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo, mostri bellezze virgiliane di concetto, di sentimento, d'espressione, in generale quell'aria al tempo stesso di negletto e d'affettato lo disgiunge troppo da Virgilio, al quale di sedici anni appena era maggiore.

Ma se il Petrarca nostro ornò l'amore di velo candidissimo, Catullo il presentò colla procacia della Venere terrestre. Perocchè abbiam già notato (Cap. XXVIII ) come la poesia si facesse ministra di corruzione e divulgatrice d'errori; nel che la assodò Tito Lucrezio Caro (n. 95). Al modo degli antichi nostri Pitagorici, e più specialmente di Empedocle, trasse costui in versi la filosofia epicurea nel libro De natura rerum, cioè delle cose che posson nascere o no, proponendosi di sciogliere gli animi dalle pastoje della religione[55]. Chi crede bellezza la difficoltà superata, gli farà merito d'averla vestita di frasi o almeno di numeri poetici. Confessa egli medesimo che, per la povertà della lingua e la novità della cosa, è assai difficile illustrare con versi latini le oscure dottrine greche; laonde vegliava le notti nel pensare con quali parole e con quali versi potesse illuminar il lettore sopra le cose occulte[56]: ma il genio di accoppiare la meditazione intima dei sentimenti e delle idee coll'ispirazione delle grandezze naturali, gli manca. Perchè ha viso di pensator forte, alcuni gli riscontrano tutti i meriti; può ad altri piacere quel fare antico; ma realmente mostra più studio che ingegno, accumula ancora le parole composte[57]: ben talvolta esce in armonie che Virgilio non isdegnò; ma se eccettui la protasi del poema, l'esordio del secondo libro, la descrizione della peste, e il fine del terzo ove Natura rimprovera agli uomini il timor della morte, il restante è agghiacciato argomentare e arido addottrinamento: e se per estro ed elevazione toglie la mano a tutti i Latini, cede ai migliori in quella rapida vigoria che nel tempo stesso sviluppa e compendia, e nell'artifizioso concatenare bellezze a bellezze, produrre variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle con lungherìe disopportune.

Tutti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto Aurelio Properzio. Il primo, di famiglia equestre, sdegnò i favori di Mecenate e d'Augusto; e «possedendo ricchezze e l'arte di goderne»[58], tranquillavasi in una villa fra Preneste e Tivoli, cantando gli amori suoi con Delia, con Glicera, con Nemesi, e le lodi di Messala Corvino, alle cui spedizioni era ito compagno. Il suo linguaggio si direbbe di quieta ma sentita passione; talmente parla, racconta, si lagna, si contraddice, senza far mente mai al lettore: il che somiglia a naturalezza, mentre il terso stile e l'artifizioso magistero rivelano una cura attentissima, e già gli antichi gli assicuravano l'immortalità.

L'elegia, cioè il verso esametro avvicendato col pentametro, era stata dai Greci de' migliori tempi adoperata alla precettiva ed alla politica, e da' posteriori all'erotica. Di quest'ultima si fecero imitatori i Latini, meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e la riflessione, e le impressero quel tono querulo e patetico, che venne poi carattere dell'elegia, e che in Tibullo principalmente tocca a quella malinconia, che forse troppo vien cercata dai moderni. Ogni cosa egli riferisce all'amore; se brama la pace, si è perchè lo strepito di Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio, gli è perchè Delia non può passeggiare sotto l'ombre avite; se della morte si consola, gli è perchè Delia accenderà il suo rogo, e gli darà il triplice addio.