«Finchè i governi si ordinano a sêtte, sentenzia assai bene d'Azeglio, le sêtte si ordinano a governi». Quando la posta regia frodava sulle lettere; quando la polizia pensava ad arrestare gli onesti patriotti, e trafficando coi ladri, lasciava libertà ad ogni eccesso nei postriboli e nell'interno delle carceri la necessità delle cose contribuiva a proteggere nel camorrista chi poteva mandarvi un plico sicuro, salvarvi da una pugnalata nel carcere, o riscattarvi a buon prezzo un oggetto rubato, od emettervi, in piccole questioni, dei giudizi forse altrettanto equi e certo meno costosi e meno ritardati di quelli che potevano offrire i tribunali.
Era la camorra una specie di adattamento naturale alle condizioni infelici di un popolo reso barbaro dal suo governo.
Anche il brigantaggio era spesso una specie di selvaggia giustizia contro gli oppressori. Al tempo della servitù in Russia, i moujik, indifferenti alla vita, provocati da sofferenze continue di cui niuno si preoccupava, eran pronti a vendicarsi coll'omicidio, come ben ci mostrò già il canto rivelatoci da Dunon. Non v'è (dice il noto autore dello studio sulle prigioni in Europa) famiglia grande di Russia che non abbia un massacro dei suoi nella sua storia di famiglia.
La mancanza di circolazione dei capitali, e l'avarizia, spingevano i ricchi dell'Italia meridionale ad usure e malversazioni contro i poveri di campagna, che non sembrano credibili. A Fondi, scrive il Jorioz, molti divennero briganti in grazia delle angherie del sindaco Amante.—Coppa, Masini, Tortora furono spinti al brigantaggio dai maltrattamenti impuniti dei loro paesani.—I caffoni (diceva alla Commissione d'inchiesta il Govone) veggono nel brigante il vindice dei torti che la società loro infligge.—Il sindaco di Traetto, che si spacciava per liberale, bastonava per istrada i suoi avversari, e non permetteva loro di uscire alla sera.—Le questioni che nascevano fra i ricchi e i poveri, per la divisione di alcune terre appartenenti ad antichi baroni, il cui possesso era dubbio ed era stato promesso a tutti, ed in ispecie ai poveri coloni, gli odi che dividevano i pochi signorotti dei comuni dell'Italia meridionale, e le vendette esercitate contro i clienti degli uni e degli altri, furono cause precipue del brigantaggio. Sopra 124 comuni della Basilicata, 44 soli non diedero alcun brigante; erano i soli comuni, dove l'amministrazione era ben diretta da sindaci onesti.—Dei due comuni, Bomba e Montazzoli, vicini a Chieti, il primo, ove i poveri erano ben trattati, non diede briganti; mentre il secondo, ove erano malmenati, ne fornì moltissimi.—Nelle piccole terre dell'Italia meridionale, osserva assai bene Villari, vi ha il medio-evo in mezzo alla civiltà moderna; solo che invece del barone despotizza il borghese.—A Partinico, città di 20,000 anime, si vive in pieno medio-evo, perchè i signorotti tengono aperta una partita di vendetta che dura da secoli.—a San Flavio due famiglie si distrussero a vicenda per vendicare l'onore.
«Abbiamo sempre in Sicilia, scrive il Franchetti, una classe di contadini quasi servi della gleba, una categoria di persone che si ritiene superiore alla legge, un'altra, e questa è la più numerosa, che ritiene la legge inefficace ed ha innalzato a dogma la consuetudine di farsi giustizia da sè. E dove la maestà della legge non è conosciuta nè rispettata, saranno rispettati i rappresentanti di essa? Il pubblico impiegato in Sicilia è blandito, accarezzato finchè gli autori dei soprusi e delle prepotenze sperano di averlo connivente, o almeno muto spettatore delle loro gesta; è insidiato, avversato, assalito, combattuto con tutte le armi, non appena si riconosce in lui un uomo fedele al proprio dovere.
«Dopo l'abolizione della feudalità, continua altrove il Franchetti, se non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la prepotenza dei grandi ed i mezzi di sancirla; le giurisdizioni e gli armigeri baronali. L'istrumento che conveniva adesso di adoperare per i soprusi era in molti casi l'impiegato governativo o il magistrato. E ad assicurarsi la loro connivenza non bastava la corruzione, conveniva inoltre adoperare una certa arte. La stessa doveva adoperarsi per acquistare o conservare l'influenza su tutti coloro, che la loro condizione economica non rendeva addirittura schiavi. La violenza brutale dovette in parte cedere il posto all'abilità e all'astuzia.
«... Ma non perciò era esclusa la violenza almeno nella maggior parte dell'isola; nulla era venuto ad interrompere le antiche tradizioni, e rimanevano sempre gl'istrumenti per porla in opera.
«Rimanevano gli antichi armigeri baronali mandati a spasso, oltre a tutti gli uomini che avevano già commesso reati, od eran pronti a commetterne, e che non potevano non essere numerosissimi in un paese dove era tradizionale la facilità ai delitti di sangue, e la inefficacia della loro repressione. Se non che adesso, i primi come i secondi, esercitavano il mestiere per proprio conto, e chi avesse bisogno dell'opera loro, doveva con loro trattar volta per volta e da pari a pari» (Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia. Firenze, tip. di G. Barbèra).
Armi.—Un'altra circostanza è la facilità di portare e maneggiare armi. I gladiatori, sotto i Romani, furono i più terribili capi briganti; giunsero a convertire le masnade in vere armate. È da notare che «in tutto il mezzogiorno d'Italia, dice Tommasi-Crudeli (pag. 73), cominciando dalla campagna di Roma, il coltello, piuttosto che un'arma proditoria, è la spada del popolo. Quasi sempre, infatti, l'uso del coltello è preceduto da una sfida formale. L'abitudine di questi duelli è così radicata, che durante il rigorosissimo disarmo della popolazione siciliana, operato dal Maniscalco, in ogni quartiere di Palermo v'erano dei ripostigli praticati nei muri e conosciuti da tutti i popolani del quartiere, nei quali erano nascosti due coltelli, a cui si andava a dar piglio in occasione di rissa. Veramente il coltello non viene adoperato in Sicilia per ferimenti proditori; ordinariamente per questi vengono riserbati i rasoi e le armi da fuoco».
Ozio.—E, figli più spesso della barbarie, vi possono molto l'ozio e la miseria, che sono pure le cause di tanti crimini comuni. Tutti convengono, che l'infierire della mafia in Sicilia, sia dovuto, specialmente, all'influenza dei conventi, che distribuendo le zuppe, favorivano il pullulare dell'ozio. Cessate le zuppe, i neghittosi divennero mafiosi. La mafia, dicono tutti i prefetti, è un prodotto dell'ozio; dove si trovano oziosi, che vogliono vivere senza lavorare, ivi è la mafia. A Palermo non esisteva pochi anni fa alcun opificio, tranne la fonderia Orotea e la fabbrica di tabacchi. I ricchi non mettono in circolazione i loro capitali; il popolo non trova da impiegarsi, e quando è arrivato a prendere un piccolo posto, ne è geloso, per tema che qualcuno gli venga a prendere lo panuzzo (Locatelli, op. cit.).