Se il lettore si riferisse unicamente alle tabelle surriportate e badasse specialmente ai totali delle anomalìe nei genî, stimerebbe, per esempio, molto più anomalo il Lascher (4 anomalìe) che il Fuchs (una sola anomalìa) e altrettanto Gambetta quanto Kant (3 anomalìe), mentre l'unica anomalìa di Fuchs (interruzione della scissura di Rolando) è in realtà assai più rara e grave, perchè rappresenta un arresto di sviluppo a condizioni embrionali, che non le quattro di Lascher prese insieme; allo stesso modo che due delle tre anomalìe di Kant hanno un significato assai più notevole che le tre di Gambetta. E così Pizzarro con tre sole anomalìe (di cui una è la presenza della fossetta occipitale mediana) è assai più anomalo dei due Séguin, che ne hanno 9 ciascuno. Lo stesso si dica di Scarpa, molto anomalo, con una sola anomalìa importantissima, ecc.
CAPITOLO XVI. La pazzia del genio secondo i pensatori antichi.
Contro coloro che apprezzano una dottrina in ragione della sua antichità, e per questo, appunto, sdegnano la dottrina della psicosi del genio come infetta da troppo audace modernità, o come frutto dello scetticismo scapigliato della età nostra, mi gioverà dimostrare, coll'aiuto del dotto ellenista Bersano[93], quanto quelle conclusioni fossero accette persino all'antichità classica presso coloro, dunque, che noi siamo avvezzi a venerare, fin anche quando sbagliano; e come furono, anzi, accolte concordemente dalle due scuole opposte di Grecia: dalla positivista di Aristotele, come dalla spiritualistica di Platone, ai quali nessuno ebbe il coraggio di voler appioppare che inventassero o favorissero tali dottrine per invidia dei grandi loro contemporanei o dei loro... antenati, come da mediocrissimi o ignorantissimi critici si pretese susurrare oggidì.
Cicerone in una notevole pagina[94] si fa l'eco delle discussioni che negli ultimi tempi della Repubblica romana commossero le anime timorate dei sacerdoti e degli àuguri, come ora dei sullodati critici. In questa pagina, che tocca la questione del presentimento del futuro, egli, prendendo il suo coraggio a due mani, combatte Aristotele, che rappresenterebbe l'indirizzo seguito dalla mia scuola, in nome del pregiudizio, del senso comune, della religione.
Aristotele[95], infatti, aveva notato — e l'osservazione è ora stupendamente riconfermata dagli studi sull'ipnotismo e sul mediumismo — che la facoltà di presagire il futuro è spesso dovuta, più che ad una speciale forza dello spirito, ad una speciale debolezza del corpo. Al che Cicerone[96] oppone energicamente: non avere noi il diritto di attribuire ai frenetici, piuttosto che ai cardiaci o ad altri ammalati qualsiansi, questa che è divina prerogativa di uomini, non fisicamente deboli e degenerati, ma di animo eletto e puro: all'affermazione di Aristotele, fondata sull'esperienza, egli oppone — proprio come i miei critici — la pura e semplice sua convinzione che rifiuta di prendere in esame i fatti; anche qui appare la poca consistenza di Cicerone nel campo del pensiero speculativo; tra l'acutezza di osservazione, che ha fatto di Aristotele uno dei più grandi pensatori umani, e la leggerezza di Cicerone, quanto immenso è il divario! (Bersano).
Nè questo è l'unico punto di contatto tra il pensiero di Aristotele e quello della mia scuola.
Già Aristotele aveva cercato, nell'esame della costituzione psico-fisica degli eroi e dei poeti nazionali della Grecia, le ombre che, anche nella sua mente, accompagnano la grande luce del genio. Il passo è nei Problemata, sect. XXX.
In questo passo è pure notata l'importanza dei fenomeni epilettici nel genio. Bersano, anzi, vi trova la conferma di un'opinione che già io avevo timidamente avanzata, secondo cui fin dai vecchi pensatori l'epilessia era posta in relazione col genio artistico e religioso, avvertendo però che in questo passo di Aristotele è usata la parola melanchonia e melanchonicoi, per indicare tutta quella serie di fenomeni patologici che, fatta ragione delle diverse spiegazioni della medicina antica e moderna, ora sono compresi sotto il nome di nevrastenia e nevrastenici.
V'ha di più: nel primo problema della sezione XXX Aristotele stabilisce nettamente, senza più discutere, da tutta una serie di fatti esaminati, che: "gli uomini superiori nel campo filosofico ed in quello politico, in quello poetico e nell'artistico sono tutti per temperamento melanchonicoi", ed alcuni in grado tale da andar soggetti a quelle malattie che — continua Aristotele — provengono dalla atra biles, e che noi invece ora diremmo nervose. Aristotele ricorda così Lisandro, epilettico ed eroe, e l'eroe nazionale degli Elleni, Eracle, da essi circonfuso di così alta idealità religiosa ed umana; da lui appunto pensa Aristotele che "gli Elleni siano partiti per chiamare malattia sacra l'epilessia"[97]; il che fa intravvedere — scrive ancora Bersano — che nella coscienza stessa, se non del popolo, almeno di qualche pensatore greco, l'epilessia era posta in relazione con alcuni dei più elevati fenomeni dello spirito, specialmente col genio artistico e religioso, e col coraggio degli eroi, per cui fu detta anche male eroico.
Dopo Eracle, esamina Aristotele altri due eroi mitici, Aiace e Bellerofonte. Del primo ricorda solo che diventò affatto forsennato, e passa oltre; la figura di Aiace, pazzo, giganteggiante nella tragedia sofoclea, dovendo essere impressa nell'animo di tutti i Greci. Pel temperamento di Bellerofonte egli trova un dato prezioso in Omero: l'amore morboso per la solitudine. Infatti Omero canta che, caduto Bellerofonte in odio agli Dei tutti, errava, solo, per la pianura di Aleia, struggendosi nell'anima sua e sfuggendo le orme degli uomini[98]. — Questi sono i tre esempi tipici che egli cita, soggiungendo che ad essi si potrebbero aggiungere quelli di molti altri eroi.