—Povera Angiolina! quante premure! Iddio te ne rimeriterà. Ti farà felice,

—Ah!… esclamò con un sospiro la fanciulla. Dunque, tornando al nostro discorso, io conosceva il luogo del tuo supplizio; ma come liberarti? io, inerme, povera, fuggiasca, che altro asilo non aveva per me che una misera osteria di cattiva fama, altro sostentamento che quello della carità dei padroni dell'osteria stessa? senza amici a cui fidarmi, io quasi disperava, e calcolava che ogni istante nelle mani di quell'uomo essere doveva insoffribile per te. Stolta! e non sapeva che alle buone azioni ci aiuta sempre un Dio? sì, venne il soccorso. Una sera capitò nell'osteria il tuo Giovanni; la sua figura vantaggiosa, il suo bell'aspetto mi fece subito tale impressione che non me ne scorderò mai.—

E qui bisogna pur dirlo, vi era nell'espressione della voce dell'Angiolina tale una dolcezza inesprimibile, tal mestizia nei suoi sguardi che le davano un celeste incanto.

—Veduto il tuo Giovanni e saputo dalla Concetta esser egli appunto quell'amante di cui mi avevi favellato. Ah! dissi, ecco il soccorso di Dio! e colle mani giunte, col cuore immerso nel giubilo ringraziai il Dator d'ogni bene. A Giovanni io spiegai il tutto. Lui solo può dirlo di qual gioia si sentisse compreso nel saperti ritrovata, ma ahimè! nelle mani però dell'empio tuo persecutore. Poche ore bastarono per porre in pronto il mezzo di salvarti, se pure ne fossimo stati in tempo. Il cielo secondò le nostre brame, una scala di corda e due rampini servirono per far giungere alla finestra l'Arciero, uno dei più famosi ladri della città. Ah! non ti stupire dei mezzi che adoprammo per salvarti. Costui, giunto alla finestra, reciso il cristallo con un brillante che aveva in dito, aperse la finestra della camera, disceso, spalancò l'uscio di strada, e noi ci introducemmo nell'abitazione seguendo l'amante di Concetta, fummo nel sotterraneo del pozzo. Il tuo Giovanni aveva vestito l'uniforme per maggior sicurezza nel caso che fossero accorsi dei curiosi; ei sapeva qual divisa rispettata vestisse, divisa che allora portava indebitamente, ma che adesso veste in ragione del suo ufficio. Il di più dell'avventura notturna non posso dirtelo; tu sai ch'io colpissi, che versai il sangue d'un uomo infame, ma che, ahimè! si vanta mio genitore.—

Il racconto terminò con lacrime di tenerezza. Le due amiche salirono sul ponte a passeggiare per respirare le placidissime aure marine. Il nostro Giovanni si rimase nella camera solo. Colla donna del cuor suo era egli felice? ah! pur troppo due cose lo tormentavano nell'anima: l'amore fervente di patria e le nessune nuove della sventurata sorella. Rosina peraltro, tutta in preda alla gioia di esser per sempre sfuggita all'empio signor Basilio, sapeva salvi la madre ed il fratello, e sperava di veder ricomposti gli sbilanciati interessi della madre stessa, mercè le assidue cure del padre Gonsalvo. E nei primi momenti di un appagato amore ella non aveva altre afflizioni che l'afflizione dell'uomo adorato. Ma egli era allora suo sposo? quali erano state le vicende sue nei due mesi dell'avvenuto ratto e liberazione? Noi potremo saperlo leggendo le seguenti lettere dirette alla madre ed al fratello.

LETTERA I.

Mia cara madre, Malta, li 27 marzo 1821.

Non prima d'ora ho potuto scrivervi, durante il mio viaggio; il medico mi aveva proibito d'occuparmi. Sì, madre mia, io sono stata sull'orlo del sepolcro: un Dio mi ha conservata all'affetto vostro e di colui che mi ha salvata ed al quale col più sacro titolo appartengo. Il venerando padre Gonsalvo, il mio tenero Giovanni so avervi scritto la istoria delle mie sventure fino alla notte in cui venni esanime e puro scheletro involata a morte certa, poichè il barbaro mio rapitore era già sul procinto di seppellirmi: inorridisco al solo pensarvi. Iddio mi usò misericordia di avermi tolti i sensi in quell'estremo momento: almeno io non vidi l'ultima volta colui che ha rovinata e dispersa completamente la nostra famiglia, ne ha involate le sostanze, disonorato il nome. Ma il tempo della giustizia divina verrà e verrà tremenda: colui non è morto, Iddio non senza ragione serba quella vita abominevole; chi sa qual morte gli prepara la vendetta dell'Onnipossente? Nel momento della mia liberazione io nol vidi, come anche non vidi le creature che mi liberarono, cioè Giovanni ed Angiolina. (Di costei, mia tenera amica, so avervi scritto a lungo il buon padre Gonsalvo.) Quando ripresi i sensi mi avvidi di essere in una stanza mobile; infatti io mi trovava in un naviglio: come mi vi conducessero, eccovelo.

Giovanni aveva condotti nella camera del signor Basilio uomini arrischiati e pronti ad ogni suo cenno: a costoro affidò l'Angiolina svenuta, e quanto a me volle egli stesso darsi cura di questo, com'egli lo chiamò, carissimo peso. Ei temea sempre di perdermi nuovamente. In breve fummo condotte in una barchetta che ci attendeva nel fosso vicino e di là fummo trasportati da quell'agile schifo oltre il Calambrone. Come ei facesse ad oltrepassare la dogana senza che fosse veduto quel che stava in fondo al battello, nol so; ma mi do a credere che quei remiganti, espertissimi contrabbandieri, non nuovi a passare alla insaputa delle guardie doganali, manco pensassero a quella difficoltà; forse le guardie furono innocenti, forse comprate, ma ciò non interessa al mio racconto. Quando mi destai dal mio lungo sopore, io, come vi diceva, era in una comodissima camera di un naviglio, la bandiera del quale così è temuta che, sebbene a poche miglia di distanza dal signor Basilio, non sarebbero bastati cento suoi pari a levarmi di colà. E poi il degno signor galantuomo aveva altro da pensare in quel momento. Noi anzi per molti giorni il tenemmo siccome morto; e se nol fu, convien dire che il demonio avesse prodigiosamente salvato quel suo favorito. Al primo ritornare in vita io non riconobbi nè Giovanni nè Angiolina, che continuamente al mio fianco stettero ad assistermi, nè da me furono riconosciuti se non dopo qualche giorno e quando mille cure vi vollero per farmi riprendere le forze smarrite a causa degli orribili patimenti da me sofferti in quel pozzo del signor Basilio. Come fui in grado di poter resistere alla consolazione, Giovanni mi si palesò qual era: ciò basta; di più non posso dirvi, sebbene siate mia madre; è un segreto che egli confidò a me sola e che niuno oltre di me può conoscere. Vi basti che esso è degno di me, di voi, di Alfredo, di tutta la famiglia. Io credo che il mio Giovanni sia uno di quegli esseri straordinari che appariscono a quando a quando nel mondo per far prendere al secolo in cui nacquero tutta l'impronta delle loro passioni: giovane ancora, egli non è conosciuto, ma tempo verrà che si farà conoscere ed il mondo lungamente parlerà di lui, quando solo uno di quegli alti meriti che lo adornano egli si avesse. Io gli debbo l'onore e la vita, che senza di lui avrei perduta nelle mani del signor Basilio. Datosi egli a conoscere, senza quel misterioso linguaggio che è solito usare quando in specie lavora ad un gran piano che va maturando, egli mi si appalesò, ed io non resistetti ai di lui desiderii di farmi sua sposa; quando pur l'amore non mi avesse consigliato di fare tal passo, mi vi spingevano la mia ragione, la mia critica situazione. Che aveva a fare io isolata al mondo? Che avrebbe detto il mondo se avessi dimorato sciolta dai vincoli del sacro legame coll'uomo cui sono debitrice della vita? Sì, mia cara madre, padre Gonsalvo ci dette la benedizione nuziale poco prima che il naviglio mettesse alla vela. Il giorno di tale avvenimento fu giorno festivo per tutto l'equipaggio; il legno fu tutto bandiere, ed in mezzo agli evviva di quella buona gente fui salutata sposa, La mia debolezza era estrema; appena potei uscire dal letto della mia lunga infermità per trasportarmi all'altare, ma di più non poteva indugiarsi. Ah! madre mia, io fui felice, felice però quanto poteva esserlo una figlia che non vide la madre assistere ai suoi sponsali, che vede l'uomo che ama non lieto ma cogitabondo. Ahimè! sempre più mi persuado non esservi in terra completa felicità.

Noi siamo a Malta; il mio avventuriero (che così soglio per vezzo chiamare il mio sposo) trova oro ed amici in tutte le parti del mondo. Al vedere come è ossequiato, come è compiaciuto, come ricercato da tutte le persone, voi lo credereste un gran principe: io però non me ne meraviglio; le più scelte dame di qui si compiacciono chiamarmi sorella, mi scelgono per compagna e per intima amica. Ah! son pur lieta in questa isola amena, e spero farvi un progetto al quale m'auguro vedervi sorridere. Ma…. qui chiudo la lettera: pochissimo vi ho scritto come figlia, troppo come convalescente; se lo sapesse il medico! mi sgriderebbe, ma gli farò il piccolo torto di non dirgli nulla.