Quand'è, o signori, che è comparso sulla scena del mondo il manichino? Quand'è? Quand'è? Curiosa davvero! Sento di essermi dimenticato di qualche cosa e non riesco a capire di che. Ah, per bacco! scusate tanto, nientemeno che m'ero dimenticato di bere il bicchier d'acqua di rito.

Io veramente non ho sete; ma siccome ho visto come tutti i conferenzieri prima di entrare nell'argomento bevano un bicchier d'acqua, io, ripeto, non ho sete, ma per non infrangere la consuetudine, giacchè lo bevono tutti, lo bevo anch'io.

(L'oratore vuota un bicchiere, poi manda un sospiro di contentezza e sorride).

Ah! ora capisco perchè si beve il bicchier d'acqua. Ma davvero che questo bicchiere d'acqua mi ha dato una larghezza di vedute, una lucidità di mente tale, che incomincio a credere sul serio di arrivare fino in fondo senza fermarmi mai più. Dunque dicevamo? Ah! dicevamo: quand'è, o signori, che è comparso sulla superficie della terra il manichino? Per rispondere a questa dimanda sento il bisogno di ricorrere ad una frase fatta. L'origine del manichino, o signori, si perde, pur troppo, nella notte dei tempi. Ed ora, giacchè ci sono, sèguito. Accendiamo dunque il lanternino della storia, o per dir meglio, delle induzioni; e ricerchiamo questa origine.

Ci sono molti i quali affermano che il manichino c'era già prima che il mondo esistesse; e costoro aggiungono che basta gittare lo sguardo su tanti quadri, per vedere come su quelle pitture colui che si affanna con le braccia spalancate a creare tutto questo po' po' di mondaccio birbone, non sia altri che un manichino rivestito di stoffe aranciate e azzurre, campeggiante in una bella aureola di giallo di Napoli: ma questa può sembrare un pochino sballata, e così pare anche a me. Non teniamone conto. Scartiamola, e procediamo diritti per la nostra via. Però prima di addentrarci nella selva selvaggia delle induzioni, stabiliamo bene una cosa. Si conoscono o non si conoscono manichini preistorici? Qualcuno di voi potrebbe dirmi che i manichini preistorici esistono, e sono posseduti dal signor Dovizielli[1]; ma questo sarebbe uno scherzo e la gravità della mia conferenza ne andrebbe perduta. No, i manichini preistorici fino ad ora non si conoscono. Forse fra qualche mese, fra qualche anno, la scienza, che progredisce sempre nelle scoperte utili, inventerà anche il manichino fossile; ed allora sarà il caso di riparlarne: allora Temistocle Gradi ci farà sù un bel racconto. Paolo Lioy ci scriverà sopra un articolo per il Fanfulla della domenica e un Pascarella dell'avvenire lo illustrerà con una nuova conferenza. Auguro a quel Pascarella dell'avvenire la fortuna di avere innanzi a lui un pubblico così colto, numeroso, e gentile come questo che ora mi ascolta. Assodato, adunque, come i manichini preistorici non esistano, io mi risparmio di sciorinarvi le teorie darwiniane, e vado innanzi.

Assolutamente è chiaro, o signori, che il manichino ha dovuto comparire sulla superficie della terra subito dopo che l'uomo nella sua qualità di essere ragionevole, e di principe della natura, ha sentito il desiderio di possedere qualche cosa di falso somigliante al vero, ma che però cotesto vero non riuscisse a raggiungerlo mai. Mi spiego. Per ricercare l'origine del manichino, o signori, è necessario, logicamente parlando, di ricercare la origine dell'arte. Quando, o signori, è nata l'arte nel mondo?

Belle dimande direte, voi. Ma che sul serio, dico, vogliamo credere alla storiella dei due amanti di Sidone? All'amante maschio che parte proiettando nettamente sul muro l'ombra della sua persona, e all'amante femmina che resta, e che vedendo sul muro l'ombra del suo innamorato corre a graffiarne il contorno con un chiodo o con una lisca? Scioccherie. L'arte è nata con l'uomo, e l'uomo non appena è comparso su la scena del mondo, ha inteso la necessità, il bisogno ineluttabile dell'arte. E io me lo figuro, quest'uomo primitivo, che, aperti gli occhi alla luce, appena ha cominciato a passeggiare per le vie del mondo, invece di fabbricarsi un paio di brache per ripararsi dal freddo, un ombrello, magari da pochi soldi, per difendersi dalle piogge torrenziali, io me lo figuro, reggendosi con una mano la foglia di fico — l'unico tout de même allora di moda — segnare con l'altra, su di una pietra non ancora ricoperta di muschi, con una silice dura il ritratto del suo babbo, della sua mamma e della sua innamorata; me lo figuro e lo compiango. Badate bene però, che non mi arrischio di metterlo fuori qui questo compianto, perchè qui troppi pittori mi ascoltano. Anzi io qui dirò come l'arte sia prepotente bisogno nell'uomo e qualche volta anche nella donna, e sosterrò come l'uomo perfetto sia colui che dipinge quadri. Solamente io spero che lor signori vorranno essere tanto ragionevoli da lasciarmi aggiungere all'uomo perfetto che dipinge quadri, l'uomo perfettissimo: quello che li compra!

Accertata adunque l'esistenza del pittore nelle prime epoche mondiali, è appunto a quelle epoche che risale l'origine del manichino. Difatti, ammesso una volta il pittore, bisognerà logicamente ammettere la differenza d'ingegno di codesti pittori. E, se ci sono pittori a corto di moneta, ora che governi, comuni e Provincie Dio solo sa quanto spendono e spandono per proteggere l'arte e gli artisti; se vi sono pittori con le tasche vuote ora che si pagano migliaia e migliaia di lire pochi palmi quadrati di tela dipinta; ma figuratevi quali eserciti interminabili di pittori affamati han dovuto passeggiare sulla superficie della terra quando non esistevano nè governi, nè comuni, nè provincie; quando non c'erano Accademie entro le cui pareti si raccogliessero le speranze migliori dell'arte; quando non c'erano mecenati; quando ancora non eran nate quelle famose lotterie per vendere i rimasugli delle Esposizioni; quando non c'erano negozianti di belle arti; quando, o signori, non esistevano neanche gli americani, poichè a quell'epoca l'America ancora non era stata inventata.

Concludiamo. Ammesso il pittore, abbiam dovuto logicamente ammettere il pittore affamato. Ammesso il pittore affamato, il problema dell'origine del manichino è risoluto.

A me par di vederlo cotesto sventurato inventore. Un giovinotto alto e largo quattro volte me, con una folta capigliatura nera, spiovente sulle sue spalle quadrate con una barbettina a pizzo sul mento. A me par di vederlo, cotesto pittore allupato dell'antichità, con le mani strette nervosamente su la pancia vuota, passeggiare a passi concitati innanzi alla porta del suo studio. Figuratevi che studio! Una capanna immensa costruita coi rami di quegli alberi che ora si vedono verdeggiare soltanto negli scenari delle operette fantastiche. Mi par di vederlo passeggiare e mi par di udirlo bestemmiare in sanscrito, come un turco, perchè il modello da lui fissato non arriva ancora.