Difatti in quella casa c'erano parecchi studii per pittori e scultori. I primi occupavano il primo piano che era anche l'ultimo; i secondi stavano nelle camere terrene. Ma oltre alle stanze che servivano d'incomodo asilo agli artisti, nello stabilimento ce n'erano anche altre tre le quali, benchè in origine fossero state costruite anche loro per essere consacrate all'arte, avean finito con l'esser destinate all'industria. Nella prima abitava una torma di lavandaie e di stiratrici; nell'altra dimorava un vecchio contadino le cui figliuole all'occorrenza si adattavano anche a far da modelle; l'ultima era nè più nè meno che uno spedale per i cani, diretto da una vecchia popolana che a vederla quando cuoceva i medicamenti per le sue bestie inferme tra il fumo che usciva dalle pentole, pareva una strega che preparasse filtri per qualche incantesimo.

Il padrone dello stabilimento quando andammo a proporgli di cederci in affitto una stanza che stava per essere abbandonata da un pittore triestino, ci accolse affabilmente. Era in manica di camicia; e poichè il sole splendeva in quel giorno più del solito, ci forzò a sederci su un murello, accanto alla porta della sua casa, per fare insieme quattro chiacchiere. Ci parlò del Vaticano, della Sistina, del Bramante, di Michelangiolo, di Raffaello, e poi volle anche raccontarci la eroica difesa di Roma del quarantanove alla quale egli aveva preso parte; e non smise, se non quando la sua serva venne ad annunciargli che il pranzo era pronto. Allora, dopo averci chiesto i nostri nomi, e averli segnati con un mozzicone di lapis in un libricciuolo foderato di cartapecora, ci lasciò dicendoci che nel pomeriggio potevamo andare a pigliar possesso dello studio.

— Andateci pure — ci disse — e il triestino prima di andarsene vi consegnerà le chiavi.

Nel pomeriggio tornammo nello stabilimento con le nostre cartelle; salimmo una scaletta; traversammo un corridoio oscuro, e picchiammo alla porta del triestino.

Un concerto di furiosi abbaiamenti e guaiti ci rispose dal fondo del corridoio.

S'udì una voce urlare per rabbonire i cani irritati, e poi... Silenzio.

Bussai di nuovo più forte.

— E avanti perdio! — tuonò, allora, una voce minacciosa di dentro allo studio. E noi, entrammo e restammo ritti, impalati vicino all'uscio.

Nello stanzone un giovinotto radunava in una cartella alcuni disegni. Qualche quadretto stava gittato in terra, e un tavolino a tre gambe s'appoggiava al muro per non cadere.

— Buon giorno — disse il giovinotto senza neppure guardarci.