4. Guerra di Pirro [290-264].—Venivano intanto con gli altri cadendo sotto a Roma anche i magno-greci. Ed era pure il tempo della maggior potenza esterna di lor nazione; il tempo che gli Alessandriadi tenean regni dall'Illirio all'Indo. Taranto assalita dai romani ricorse al piú vicino di coloro; ad uno, se non de' piú potenti, certo de' piú prodi e piú ambiziosi, a Pirro re dell'Epiro. Venne questi nel 280, e vinse due volte a Pandosia e ad Ascoli; ma, perdurando al solito i romani, ed attendendo egli meno a proseguir la guerra difficile che a farsi un imperio facile, si distrasse in Sicilia. E sí tornonne; ma fu sconfitto allora a Benevento e ripatriò in Epiro. E, caduta Taranto nel 272, la potenza romana s'estese sui greci nell'ultima penisola.
5. Prima guerra punica [264-241].—Tra breve n'uscí per la prima volta invadendo Sicilia, ed assalendovi Cartagine che signoreggiava i greci signori degli antichi siculi. Cartagine, fondata parecchi secoli prima di Roma, giá colonia de' fenici o poeni di Sidone, giá regno, poi repubblica indipendente, aveva estese le proprie colonie e il dominio in tutta l'Africa occidentale, in Iberia, in Sicilia. Roma cittaduzza latina avea sanciti trattati di navigazione con lei [508], Roma giá potente gli avea rinnovati [345]. Ma ora Roma cresciuta in signoria ed ambizione occupava Messina [264]. Cartagine nol patí, e la guerra diventò terrestre insieme e marittima. I romani, con quella facilitá che ebber sempre a mutar modi di guerra come di governo secondo le occorrenze, a prendere ciò che paresse lor necessario da fuori come d'addentro Italia, da' nemici come dagli amici, armaron flotte alla cartaginese, diventaron potenza di mare, e vinsero due grandi vittorie navali all'abordaggio, modo solito de' piú arditi e men periti in quell'arte. Quindi passarono in Africa, per ferire, secondo loro uso, il nemico al cuore. Ma furono vinti lá; e vi rimase prigione quel Regolo, che, rimandato in patria per negoziare, si fece immortale tornando a' ferri per morirvi, e cosí lasciar Roma libera nel suo costume di perdurare finché vincesse. Ed ella vinse di nuovo in mare ed in terra, e compiè la conquista di Sicilia; e allora fece pace, escludendo la rivale dall'isola. La quale fu poi la prima che ella governasse come vinta, a «provincia», cioè con un pretore che signoreggiava cittá e principi governanti in apparenza.
6. Nuove estensioni [241-218].—Alle vittorie contro ai forti sogliono succedere conquiste minori, vittorie contro ai deboli rimasti indifesi. In una ventina d'anni, Roma aggiunse al suo giá lato e vario impero, la Sardegna e la Corsica; guerreggiò e vinse nell'Illirio, e cosí asserí sua potenza nell'Adriatico e s'appressò a Grecia; e, spingendo contro ai galli la guerra allentata giá ne' pericoli, pressata sempre ne' respiri, vinse presso a Chiusi, giunse al Po, ed ivi piantò due colonie, Piacenza e Cremona.
7. Seconda guerra punica [218-201].—Ma intanto risorgeva Cartagine, meno indebolita giá che non concitata dal risultato della prima guerra. Annibale, capo in quella repubblica del partito della guerra, capitano giá vittorioso in Ispagna, e giovenilmente fecondo di quelle idee nuove ed ardite onde sorgono le guerre e i capitani immortali, ideò venir di Spagna a Italia per terra, attraversando Gallia transalpina, Alpi e Gallia cisalpina. Cosí fece. Gran disputa ne rimane tra gli eruditi, dove ei varcasse l'Alpi. Dicesi al Monginevra o al Piccolo o al Gran San Bernardo, passi i piú consueti nell'antichitá. Ma se fosse disceso per passi noti, sarebbe stato notato; e da niuno di questi detti (bensí dal Moncenisio e da molti altri) si vedono que' nostri piani, che le tradizioni dicono mostrati allora per la prima di tante volte dal duce agli invasori stranieri. Ad ogni modo Annibale scese ne' taurini, vinse i romani, prima al Ticino, poi alla Trebbia, poi al Trasimeno. Ma, o sbigottito, come molti, anche grandi guerrieri (non Alessandro, Cesare e Napoleone), dal pericolo d'occupar dopo una gran guerra una gran capitale, o veramente impotente a ciò, girò intorno a Roma, prese Capua; ed ivi e nella penisola meridionale comunicante con la patria, colla Sicilia e con Filippo re di Macedonia nuovo alleato suo, stabilí, come or si direbbe, una nuova base d'operazioni. Ma Roma perdurava negoziando in Grecia, e guerreggiando in Italia, in Sicilia e in Ispagna stessa. E qui fu vinta primamente sotto due Scipioni. Ma mandatovi il terzo, Publio Cornelio che è il grande, ei vi restituí e in breve vi fece soverchiar la potenza romana, e ridusse il paese a province; mentre Asdrubale ne partiva per Italia, e qui poi era sconfitto e morto, prima di raggiungere Annibale fratel suo. E allora Scipione fatto consolo, negletta la guerra di Annibale in Italia, ne portò una nuova in Africa; e con Massinissa alleato suo vinse due battaglie contra i cartaginesi e Siface, ed una terza ed ultima poi a Zama contro Annibale sforzato ad accorrervi. Quindi Cartagine domata dovette fare meno una pace che non una capitolazione; fu multata, spoglia di sue navi e suoi elefanti, ristretta all'Africa, ivi diminuita a pro di Massinissa, ed impegnata a non guerreggiare se non consenziente Roma; ridotta, in somma, a poco piú che provincia.
8. Dieci anni di estendimenti [200-190].—Di nuovo seguono conquiste piú facili, ma pur grandissime. Si assale, si vince Filippo re di Macedonia, a castigo dell'alleanza testé pattuita con Annibale; si restituisce di nome la libertá a' greci, in fatto si fanno alleati cioè seguaci di Roma. Poi, prendendone pretesto a liberar pure i greci d'Asia minore, si passa in quella, e s'assale Antioco re di Siria; si vince in due battaglie navali ed una terrestre presso a Magnesia; e, fatta pace, si dividono le conquiste d'Asia tra gli alleati di Roma. Intanto si perseguitano fin lá in Asia i nemici nazionali, i galli, che v'aveano spinta una migrazione; si ferma alleanza cioè preponderanza su Egitto; e si guerreggia e vince in Liguria e in Ispagna. Cosí la guerra e la politica romana s'estesero dall'Atlantico all'Eusino; e ciò in quarant'anni; comparabili, anzi (posciaché durò l'effetto loro) superiori a' dieci da noi veduti dell'imperio di Napoleone.
9. Séguito e conseguenze [190-150].—Ne' quaranta seguenti, si continuò ed ordinò il principiato. Si contese di nuovo con Filippo, si guerreggiò con Perseo successore di lui, ed ultimo re di Macedonia. Perciocché, vincitore dapprima, vinto poi a Cidna, ei fu preso e tratto in trionfo a Roma; e Macedonia ne rimase liberata, a modo di Grecia, sotto l'alleanza romana. E si continuò a guerreggiare in Ispagna, Liguria, Sardegna, Corsica, Istria ed Illirio; e si decideva a Roma delle successioni de' regni di Siria e di Egitto.
10. Terza guerra punica, l'acaica, la spagnuola ed altre [150-134].—Dopo tanto padroneggiare tutto intorno al Mediterraneo era conseguente, inevitabile compier l'annientamento dell'antica rivale. Fu meno una guerra, che non un disarmamento e una distruzione; provocata da Catone e da quel suo continuo «delenda Carthago», che sarebbe stato piú generoso se detto contro un nemico piú forte. Scipione Emiliano condusse quest'ultima guerra punica, eseguí la distruzione [146]. Né furono diverse l'ultima guerra greca, la distruzione della lega achea e di Corinto. E, distrutti cosí in un anno i due maggiori centri commerciali del Mediterraneo, la preponderanza marittima di Roma diventò signoria unica, e il Mediterraneo lago italiano. Rimaneva, quasi sola grave, quella guerra di Spagna, che s'era fatta tanto piú accanita dopo che, cacciati i cartaginesi, rimanevano gli spagnuoli soli a difendere la propria indipendenza. Allora furono que' magnifici esempi (cosí ben imitati lá al nostro secolo) di Viriate, un «guerrigliero», che non cessò se non quando fatto uccidere a tradimento; e di Numanzia, una cittá, che non s'arrese se non quando distrutta. Finalmente, dopo sessanta e piú anni, soggiacque sotto Scipione Emiliano tutta la penisola [133], salvi i celtiberi, i piú perduranti fra que' perduranti.—E quasi a un tempo, ma in modo opposto, per viltá, fu acquistato un regno in Asia: quel di Pergamo, lasciato in testamento da Attalo re alla fortunata o perfida Roma.
11. La corruzione, le fazioni interne.—Qui incomincia una seconda parte della storia di Roma capo d'Italia. Fin qui i turbamenti civili erano stati cosí poca cosa da non potersi notare in un sommario: le guerre, le conquiste erano state tutto. Ora, estese queste in tutta l'Italia propriamente detta, in Liguria, in quasi tutta Gallia cisalpina, quasi tutta Spagna, quasi tutto il lido africano, e in Asia e Grecia, Macedonia ed Illirio, si rallentano le conquiste e fervono le guerre civili piú e piú per tutto l'ultimo secolo della repubblica. La vinta Grecia vinse Roma coll'arti; l'Asia, col lusso e la corruzione. Dicemmo i carichi accomunati per legge tra patrizi e plebei; ma in fatto erano rimasti de' patrizi, e cosí questi riportavano quasi soli dalle guerre le prede, i metalli tanto piú preziosi a casa quanto ivi piú rari fin allora. E dicemmo molte cittá d'Italia spogliate a pro dei cittadini romani, patrizi e plebei; ma di fatto le porzioni de' plebei poveri, comprate a poco contante dai patrizi arricchiti, ricaddero in questi quasi tutte. Quindi quell'ire di popolo a nobili, legalmente ingiuste, equamente giustissime, ma avvelenate dall'invidie; e adoperate poi dagli avidi di popolaritá, non men frequenti ne' governi liberi che gli avidi di favore ne' principati assoluti. In tutto, la condizione della repubblica romana al principio dell'ultimo secolo era molto simile a quella dell'Inghilterra presente: un'aristocrazia prepotente in ricchezze territoriali e nelle forme costituzionali primitive, ma prepotente la democrazia per il numero suo, e per le conquiste nuovamente fatte od in corso di farsi in quella costituzione.
12. I Gracchi [134-121].—Lo scoppio venne dai Gracchi, una famiglia nobile di parte popolana. Tiberio tribuno fece passare una prima legge agraria che limitava la quantitá delle terre possedibili da ogni cittadino; poi una seconda per lo spartimento de' tesori testé legati dal re di Pergamo. Erano appunto di quelle leggi tribunizie, piú facili a farsi che ad eseguirsi; ne sorsero turbamenti maggiori che mai, e non terminati né dall'uccisione di Tiberio perpetrata in piazza da Scipione Nasica, né dall'allontanamento di questo capo della parte aristocratica. Successero nuovi capi. Scipione Emiliano della parte aristocratica, Caio Gracco, fratello di Tiberio, della democratica; poi nuove leggi agrarie, e parimente ucciso Caio; e allora la vittoria parve rimasta al senato. Ma tra tuttociò s'erano inventate e incominciate le distribuzioni di grano al popolo, nuovo incentivo ad ozio e corruzioni; e s'era inventato e proposto quell'accomunamento compiuto de' diritti romani ai popoli italici, dal quale, benché non sancito allora, rimase l'addentellato a turbamenti maggiori.—Intanto, s'era vinta una prima ribellione di schiavi in Sicilia; eransi conquistate le Baleari; e passatosi oltre Alpi negli allobrogi, negli arverni ed a Marsiglia, erasi intorno all'ultima stabilita quella provincia romana che si chiama oggi ancora Provenza.
13. Guerra di Giugurta [118-106].—Sorse tra breve una guerra piú grossa: una di quelle inevitabili tra la civiltá, di natura sua progrediente, e la barbarie, di natura sua offerente occasioni a que' progressi. Giugurta, re de' numidi, assalí ed uccise due principi alleati romani. Si ruppe la guerra, si fece una prima pace. Ma Giugurta, chiamato a Roma per giustificarsi, perpetrò una nuova barbarie contra un altro principe parente suo. Si riaprí la guerra, condotta male primamente da parecchi, poi felicemente da Quinto Metello, e finita poscia da Mario suo subalterno che lo soppiantò. La Numidia fu divisa tra parecchi principi di quella nazione e Bocca re de' mauritani, giá alleato poi traditor di Giugurta, che egli avea dato in mano a Mario. I romani non avean fretta mai di aggiungersi province; furono meno avidi di conquiste che non si scrive, non le fecero guari se non isforzati o poco meno; come i piú de' conquistatori, quando una volta hanno incominciato, come ora gli inglesi all'Indie.