Lo dicemmo; il 1833 fu l’anno piú basso, piú oscuro di tutto questo periodo. D’allora in poi, piú o meno prontamente si risalì, si rischiarò il cielo d’Italia. Gli storici distesi accenneranno essi piú esattamente i fatti, i principi, le continuate opposizioni, le nuove titubanze, le fermate, i ritorni indietro, la vittoria ultima dell’opinione liberale, progressiva, giusta, naturale al secolo, alla civiltá cristiana, ai decreti evidenti della provvidenza. Io accennerò solamente quello che mi pare primo principio, e, se non causa, occasione, mezzo usato da Dio, in tutto ciò. Carlo Alberto fu negli ultimi anni suoi sinceramente pio, intimamente, forse scrupolosamente coscienzioso. Ed io credo che la sua coscienza primieramente liberale si sollevasse contro agli stessi atti suoi del 1833, fosse l’origine di quell’austeritá de’ suoi atti, di sue parole, di tutti i suoi modi, di tutta sua vita, che incominciò appunto negli anni che seguirono l’origine del suo fermarsi nella via antiliberale, del chiamar uomini meno estremi, massimamente in fatto di persecuzioni e polizia, del suo camminar piú fermo nelle riforme. Fecene molte d’allora in poi; il suo Stato era rimasto il piú retrogrado tra gli italiani; fecene il piú progredito, il meglio ordinato. Riformò tutta la legislazione civile, e ridussela in codici; riordinò, ampliò la magistratura; ordinò le opere pie, le finanze dello Stato, che furono le piú fiorenti d’Europa; e con cura speciale l’esercito; protesse le lettere, le arti, le scienze, le societá d’agricoltura, le accademie, le universitá, i congressi. Tutto ciò indubitabilmente; tutto ciò, a parer mio, troppo lentamente, insufficientemente, come se avesse a durar sempre il regno assoluto o s’avessero secoli a far passi alla libertá. E quindi, quando venne questa, ed insieme l’occasione dell’indipendenza, il suo Stato ed egli stesso si trovarono apparecchiati all’una ed all’altra poco piú che se non si fosse fatto nulla; e tutte le riforme fatte da lui ebbero od han bisogno d’essere riformate; tutte le opere fatte con previsione, mancanti nella mira principale, non poterono durare. Insomma, il Piemonte non fu portato a segno d’entrare cosí bene come avrebbe potuto nell’occasione, non o mal preveduta, del 1848. Ma il Piemonte, ultimo degli Stati italiani dal 1814 al 1833, fu da quell’epoca all’incirca portato da Carlo Alberto a segno d’entrar prima, piú e meglio degli altri Stati italiani, quando scoppiò, quantunque mal preveduta, quell’occasione.
Negli altri Stati non si progredí parimente per due ragioni; la prima, che, qualunque sia la grandezza che la storia futura compiutamente informata e scritta sará per concedere a Carlo Alberto, non è dubbio gli altri principi assoluti contemporanei suoi furono di gran lunga inferiori; e perché poi alcuni di questi altri Stati, meno male restaurati nel 1814, erano fin d’allora a quel punto di bontá a cui Carlo Alberto voleva portare e portò il Piemonte, a quel punto che è compatibile col principato assoluto. Napoli e Parma avevano conservati i codici e l’amministrazione di Napoleone con poche novazioni; avevano ordine sufficiente nelle finanze; e Napoli aveva di piú un esercito ed una marineria militare quasi fiorenti. La polizia v’era dura, intrigante, preoccupata di sètte e controsette; ma quando le prime non iscoppiavano, essa pure rimettendo de’ suoi rigori, ne pareva tollerabile. Della Toscana giá dicemmo che fin dalla seconda metá del secolo decimottavo essa era stata portata a vera perfezione di principato assoluto, e fu restaurata in essa fin dal 1814; e mantenutavi poi da due principi miti, ella sarebbe rimasto lo Stato piú avanzato, il meglio governato, in tutto, che fosse in Italia, se non fosse di quella negligenza ed anzi di quella repugnanza ad avere un esercito, di che son forse ad accusare meno i principi che i popoli, e forse i liberali, gli stessi, i migliori uomini di quell’imbelle od avara regione.—Quanto a Roma e Modena, mal restaurate nel 1814, elle rimasero peggio governate d’anno in anno in tutto questo tempo; cattiva polizia e persecuzioni furono comuni ai due Stati; speciali al pontificio i disordini di finanze, armi straniere, governo ecclesiastico nelle cose piú laicali, ed in che il sacerdozio perde piú di sua dignitá.—Finalmente, il regno lombardo-veneto, anch’esso (cioè il suo nòcciolo di Lombardia) non mal governato come parte d’imperio assoluto nel secolo scorso, non mal restaurato né mantenuto come tale, avrebbe potuto vincere al paragone di Toscana e Piemonte, se in teoria né in pratica fosse possibile far paragone tra qualunque governo anche pessimo nazionale, e qualunque anche ottimo straniero. Se io scrivessi per istranieri che hanno da secoli il sommo bene dell’indipendenza, e non conoscono per prova il sommo male della dipendenza, io accennerei almeno ad alcuni particolari che dimostrano la realitá di questo sommo male, le differenze di schiatta, di lingua, di costumi, di sentimenti, d’interessi; la lontananza del centro governativo, la lentezza d’ogni decisione, i cinquanta o sessanta milioni tolti annualmente al paese, l’ozio naturalmente invadente, i vizi conseguenti, l’avvilimento universale inevitabile. Ma scrivendo ad italiani, che han provato e provano quel sommo male per sé, o nei compatrioti e vicini, ogni cenno che io ne dessi qui, sarebbe inferiore al vero che ne hanno concepito essi.—Insomma, a chi consideri ora tutta questa condizione comparata de’ diversi Stati d’Italia, è chiaro che se mai doveva venire qualche miglioramento vero, qualche impulso grande al progresso italiano, ei doveva venire dal Piemonte: gli altri Stati erano, anche in ciò che avean di meglio, stazionari; il Piemonte, anche in ciò che aveva di peggio, progrediva, aveva giá il moto ascendente; e il moto ulteriore non si poteva sperare se non dal moto. E cosí credevano, speravano allora gli italiani; tutti gli occhi eran rivolti al Piemonte, a Carlo Alberto. E le speranze comuni non furono ingannate.
Niuno di coloro che scriveranno la storia distesa, o qualsiasi compendio di questo periodo, non potranno dividere, come facemmo noi fin qui, la storia politica dalla letteraria. L’una e l’altra ebbero sí sempre molte relazioni pur troppo; ma in questi ultimi anni elle n’hanno tante, che ne rimangono continuamente frammiste.—Ne’ primi anni dopo le restaurazioni, sopravivevano (tranne Alfieri, Parini e Cesarotti) gli uomini principali delle rivoluzioni repubblicane e dell’imperio, Foscolo, Botta, Monti, Denina, Lagrangia, Volta, Canova. Ma lasciando qui le scienze e l’arti, che continuarono con isplendore, ma senza grandezze comparabili a quelle; e delle lettere stesse contentandoci a dir ciò che piú si connette colla politica, noteremo che niuno dei nominati non produsse piú nulla di gran conto, tranne il solo Botta. Il quale, all’incontro, rimasto in Francia, vi compose e pubblicò le due storie d’Italia dal 1530 al 1789, e dal 1789 al 1814, le quali sono forse non solamente le due opere sue migliori, ma i due piú lunghi e piú belli corpi di storia patria che sieno stati scritti da niun italiano. Scritti, a malgrado i difetti, in istile ammirabilmente chiaro, largo, vivo, caldo e naturale, si leggono come una novella da chicchessia dotto od indotto, che è il sommo dell’arte storica. Difettano sí di scienza storica, e piú di scienza politica, a tal segno, che non solamente il vecchio liberale, anzi repubblicano, vi comparisce scrittore scettico, indifferente alle diverse forme di governo, e non persuaso se non della malvagitá degli uomini e dei tempi in generale; ma che nell’ultime pagine da lui scritte in conchiusione della storia dal 1530 al 1789, egli ci lascia quasi un progetto di governo a modo suo, che non rimane né monarchico né repubblicano, ed anche meno rappresentativo, ch’ei descrisse ma non intese né ammise. E quindi l’opere sue contribuirono a mantenere sí, e diffondere, ma non a determinare le opinioni liberali, anzi le indeterminarono e dispersero peggio che mai. Una pubblicazione mensile pubblicata per poco tempo in Milano, proibita poscia dalla polizia, ebbe, s’io non m’inganno, il medesimo vizio, il medesimo effetto. Vennero poi due scrittori, de’ quali non credo sia stato mai dacché si scrive niuno piú amabile, piú simpatico ad ogni cuor gentile, perché niuno scrisse con piú soavi tinte di gentilezza che questi due, Manzoni e Pellico, ammirabili e parchi poeti amendue, e scrittori di prosa tanto piú ammirabili, quanto piú seppero scrivere italianamente con semplicitá. Manzoni, milanese, s’illustrò con cinque canzoni, che riuscirono nuove e forse superiori a tutto, dopo il canzoniero accumulato nei sei secoli della poesia italiana; seguí con alcune tragedie storiche, o come si diceva allora, romantiche, e con alcune note ad esse ed alle storie del Sismondi; giunse al suo colmo in quel racconto de’ Promessi sposi, che fu, che diede il genere del romanzo alle lettere nostre, e lo portò d’un tratto a segno, da superar forse in fatto d’arte, e certamente in utile morale, quanti furono scritti mai in qualunque lingua antica e moderna. Pellico, piemontese, era giá amato per la Francesca, ed altre tragedie, quando, implicato nello scoppio del 1821, fu tratto allo Spielberg, vi rimase intorno a dieci anni, n’uscí poi per grazia implorata dall’Italia, dall’Europa intiera, e pubblicò nel 1833 quel rendiconto delle sue prigioni, de’ suoi patimenti, che diffuse in Italia, in Europa, nel globo intiero, i particolari della tirannia austriaca, tanto piú scandalosi, quanto piú semplicemente e pazientemente descritti. Ambi questi scrittori furono accusati di rassegnazione politica; ma il fatto sta che questa era religiosa, e non entrando in quelle distinzioni tra l’una e l’altra, che sono difficili a farsi in pratica e piú difficili in teoria, lasciavan pure a ciascuno la libertá delle applicazioni; e che anzi il sentimento profondamente religioso insieme e liberale, che presedeva tutte le opere di Manzoni e di Pellico, serví anzi molto meglio che niune delle contemporanee a determinare anche politicamente il liberalismo italiano; serví anzi, riuscí a tôrlo dalle vie empie e perciò stolte ed incivili del filosofismo del secolo decimottavo, fece cattolici molti liberali, e liberali molti cattolici, accrebbe cosí e rinforzò la parte liberale, preparò la pace tra essa e la Chiesa, tra governati e governanti. Non dirò de’ contemporanei che continuarono l’opera di questi due grandi; vengo subito a chi l’accrebbe e determinò anche piú.
42. Continua. La rivoluzione delle riforme [1843-1848].—Dalla metá del 1843 corsero all’Italia quattro anni e mezzo di operositá oramai disusata, e che fu primamente non piú che letteraria, ma a poco a poco pur di pratica e di riforme politiche, rapidamente crescenti fino a quello scoppio del 1848, il quale, comunque sia per essere giudicato, fu incomparabilmente dappiú che non tutti i precedenti da trentaquattro anni, od anzi da parecchi secoli, il quale fu certamente principio o d’un nuovo periodo, o forse d’una nuova etá nella storia italiana. Parecchie delle rivoluzioni continentali moderne iniziarono dalle lettere, quella di Francia del 1789, quelle della Germania principalmente; ma nessuna forse cosí evidentemente come questa italiana. Ma se vogliamo essere compiutamente sinceri ed imparziali ne’ nostri giudizi, noi dobbiam dire che tra gli scrittori e gli operatori di politica suol essere sempre un continuo intercorso, ma di fatti crescenti a vicenda; ondeché poi chi cerca sinceramente gli uomini iniziatori delle rivoluzioni, ne suol trovare due serie diverse, una di scrittori, ed una di operatori. Nel caso presente poi, le due serie sono rappresentate principalissimamente da due uomini, Carlo Alberto, di che giá dicemmo, e Vincenzo Gioberti.—Torinese questi, sacerdote, filosofo, teologo, di grande altezza, scrittore fecondo e magniloquente oltre ogni esempio italiano, fu illustre tra’ compagni ed in sua cittá fin dai banchi universatari, fu implicato nelle persecuzioni che seguirono la congiura del 1833; esigliato, incominciò a scrivere opere miste di filosofia e politica, e tendenti ad accrescere anziché guarire la divisione tra governanti e governati, tra principi e popoli italiani. Ma tra per candore e grandezza nativa, o per sinceritá o gravitá di studi, che gli fecero scorgere insieme e la nuova moderazione di Carlo Alberto, e l’util diretto che ne veniva all’Italia, e quello maggiore che ne verrebbe quando tal moderazione di principato si contraccambiasse ed accrescesse colla moderazione de’ popoli, il fatto sta che nel 1843 egli pubblicò quel libro del Primato civile e morale degli italiani, nel quale, esule generoso, egli si rivolse a lodare, a spiegare, a promuovere quella reciproca moderazione, e farne nuovo sistema di politica italiana. Gli si rivolsero contro naturalmente i piú degli esuli e perseguitati, incapaci di accedere a questa bella iniziativa di perdono, il volgo de’ liberali, le sètte principalmente invecchiate nel loro metodo di congiure e sollevamenti. Carlo Alberto all’incontro protesse il libro, lo lasciò correre ne’ suoi Stati, onde si diffuse in tutta Italia. Seguirono altri libri, altri scrittori che io mi proverei forse ad apprezzare con imparzialitá, entrando in particolari, ma che non mi sento in poche e proporzionate parole; alcuni libri di Durando, d’Azeglio, di Galeotti, e di nuovo di Gioberti e di me; oltre alcuni scritti minori di Capponi e di altri nell’Ausonio pubblicato dalla Belgioioso in Parigi. Osserverò solamente che i primi in tempo e piú fecondi di questi furono quattro piemontesi, due esuli e due tollerati in patria da Carlo Alberto, ondeché si volse a questo piú che mai ogni attenzione, ogni speranza. Le sètte erano soverchiate, respinte nell’oscuritá, fuor del moto e de’ modi presenti. Provarono due imprese: a Rimini ed in Calabria; fallirono, furono seguite quella di persecuzioni ed esigli, questa di supplizi, al solito. Gioberti ed Azeglio tuonarono contro ai persecutori, compatirono ma ammonirono i perseguiti. Tutto ciò fino al principio del 1846, quando d’una contesa di dogane prese occasione Carlo Alberto d’entrare in pratica di que’ principi d’indipendenza, che lasciava oramai predicare apertamente. Austria domandava cessasse certo passaggio di sali per Piemonte a Svizzera. Non ottenuto l’intento, raddoppiò, a rappresaglia, il dazio de’ vini piemontesi in Lombardia. Carlo Alberto lasciò dapprima discutere liberamente nella Gazzetta ufficiale; poi fecevi uscire una dichiarazione governativa anche piú libera. Erano grandi novitá. Se ne commosse a festa il popolo di Torino, e fu la prima di troppe simili dimostrazioni fatte poi.—Ma come succede quando cresce un’opinione buona ed universale in una nazione, sorse fra pochi mesi una nuova e molto maggiore occasione, la morte di Gregorio XVI, l’elezione del successore. Grande l’aspettazione, divise le parti, e brevissimo tuttavia il conclave, fu eletto addí 6 giugno il cardinale Mastai, Pio IX. Dubitavasi di che parte fosse; egli lo chiarí in breve: addí 16 luglio pubblicò la piú bella, la piú larga, ed anzi la sola che meritasse il nome di «amnistia» fra le tante fatte in questo secolo, fecondo d’ogni cosa buona, cattiva e dubbia.
Da quel giorno la rivoluzione italiana, che era stata fino allora piú nelle lettere che nelle opere, uscí dalla teoria, entrò in pratica, entrò in quel secondo periodo che fu detto bene «delle riforme», e che fu pure di un’unione, un’unanimitá, un intendersi quasi tra Stato e Stato d’Italia, tra divisioni e suddivisioni della parte liberale, non escluse (almeno in apparenza) le stesse sètte, e di tutti quanti poi col compatito popolo di Lombardia e Venezia, solo in disaccordo col principe suo straniero; un periodo poi di speranze esaltate, di lodi e adulazioni reciproche, di feste avvicendate colle riforme, e cosí continue. E tutte le rivoluzioni incominciano cosí, per vero dire; e son famose, tra l’altre, le epoche di letizia e speranze del 1640 in Inghilterra, e del 1789 in Francia. Ma niuna arrivò al paro di questa italiana, che durò diciotto mesi di matta letizia. Del resto, fu naturale; i miseri italiani non erano avvezzi piú oramai che a due serie d’idee e di fatti: congiure, repressioni, supplizi, esigli, e di nuovo congiure di tempo in tempo, teatri, canti, amoreggiamenti, feste ne’ tempi ordinari. E cessando i supplizi e lor paure, si precipitarono nelle feste. Accrebberle molti liberali per arte; volevano impegnar i principi, di che pur dubitavano; ed i settari ed altri repubblicani, che prevedevano non aver a rimaner contentati dalle riforme spontanee, apparecchiavano coi moti festosi quelli ostili della piazza. E questo, per certo, fu gran danno venuto da tale stoltezza delle feste, ma non il maggiore. Il quale fu, che questi miseri popoli italiani, disavvezzi, dico, da ogni civile opera politica o militare, se ne disavvezzarono sempre piú tra l’opera puerile delle feste, vi si contentarono, vi si sfogarono; non concentrarono, non risparmiarono, non serbarono all’occasione vera, seria, grave, fatale, tutti que’ pensieri, quelle passioni che non si concitano se non dopo frenate, che son necessarie a concitarsi fino all’ultima loro potenza, per produrre effetti buoni e durevoli. E gli italiani, sciupati, stemprati dalle feste, non ne seppero piú produr di tali; niuno grande, dico, pochi durevoli, molti piccoli: diversi dispersi, inutili o nocivi. Ad ogni modo, fu un vero baccanale di dimostrazioni festive nelle piazze, di festive passeggiate per le vie, banchetti in sale, banchetti all’aria, canto di giorno e di notte, dappertutto, cantate per li teatri, coccarde, nastri, bandiere, catene di pezzuole e veli femminili che si chiamavano d’«unione nazionale», o che so io; poesie, prose, vaneggiamenti, pazzie.—E ad ogni modo questo fu il séguito, la serie de’ fatti, la quale domando licenza di por qui cronologicamente, non soltanto per abbreviare a’ leggitori ed a me un’angosciosa fatica, ma perché parmi che riesca cosí piú chiaro, e quasi parlante da sé, il cenno di questi diciotto mesi, operosi se si riguardi indietro, sprecati in gran parte se si guardi innanzi, o, per parlar piú esattamente, produttori di libertá e di licenza; improduttivi di quell’indipendenza, che è anche piú da desiderarsi, dell’indipendenza che avrebbe dovuto esser la prima e la sola mira degli italiani. All’8 agosto, fu fatto segretario di Stato il cardinal Gizzi, popolare allora. S’incominciò con riforme piccole; accademie, scuole e simili, e commissioni per preparar le piú grandi. All’8 settembre, nuova e gran festa popolare a Pio IX, seguita da altre piccole, ogni volta che usciva egli a visitare una chiesa, un ospedale o una villa. Intorno a’ medesimi giorni, congresso dei scienziati a Genova: era il sesto di que’ convegni annui, vera celia quanto a scienza, veri preparativi quanto a politica, e che perciò erano stati ottenuti a stento sotto ai governi assoluti. Questo fu libero oltre al solito, e naturalmente fu occasione di feste. La piú strana delle quali fu poi, senza paragone, quella pur fatta in Genova addí 5 dicembre, per il centenario del medesimo giorno dell’anno 1746, quando i genovesi cacciarono di lor cittá austriaci e piemontesi, allora male uniti. Se servisse tal festa ad unire o disunire que’ due popoli italiani, forse poteva giudicarsi fin d’allora, certo fu poi giudicato dai fatti. Ai 14 gennaio del 1847, il papa fu complimentato di tutti questi iniziamenti del suo pontificato, conformi alla civiltá universale cristiana e fino extracristiana, da un ambasciatore straordinario del sultano; il quale era stato qui preceduto da un figlio del re di Francia, e fu seguito in breve dal principe Massimiliano di Baviera, e Maria Cristina regina di Spagna, ed un ambasciatore del Chili, e congratulazioni degli Stati Uniti d’America. E dall’Irlanda si partí per Roma O’Connell; ma morí per via, e fu occasione di altre feste e discorsi funebri. E continuando intanto altre riforme piccole in Roma, seguí a’ 12 marzo la prima grande, e tanto grande che in meno di un anno riuscí compiuta la rivoluzione rappresentativa in Italia, dico la riforma della stampa. Non che le fosse conceduta la piena libertá; ma tra ciò che ne le fu conceduto e ciò ch’essa se ne prese a poco a poco in aggiunta, il fatto sta che bastò a quel gran risultato. Ma allora parve troppo poco, ed incominciarono le feste a diventar tumulti. Sorsero e moltiplicaronsi giornali in Roma e negli Stati, come poi, quando vi furono concedute le medesime libertá, in Toscana e negli Stati sardi. E come succede sempre negli Stati liberi, dove la popolaritá è come il favore nelle corti assolute, ma come succede tanto piú negli Stati che sono in rivoluzione di liberarsi, perché la popolaritá vi è allora come il favore nelle corti tiranniche; chiunque corteggiava popolaritá, si pose fatalmente a spingere innanzi la rivoluzione, e pochi vollero od osarono tenerla ne’ limiti della prudenza e della moderazione, pochissimi professaron apertamente queste due ingrate virtú; e di questi, pochissimi perseverarono poi nell’impopolarissima professione.—Ai 14 aprile, seguí una riforma che parve allora e fu festeggiata come maggiore, e fu nulla; un sistema di governo che parve forse ad alcuni poter tener luogo per sempre del rappresentativo, che sarebbe certo stato bene ne tenesse luogo finché fosse finita la conquista dell’indipendenza, ma che, ad ogni modo, nol tenne nemmeno fino al principio di essa, nemmeno un anno. Questo sistema era il consultativo; cioè una Consulta (cosí si chiamò allora in Roma), o di un Consiglio di Stato, od anche di parecchi corpi di diversi nomi, i quali in qualsiasi forma consigliassero il principe nella elaborazione e pubblicazione delle leggi, senza avervi tuttavia niun voto impeditivo o realmente deliberativo. E questo sistema non era nuovo, anzi vecchio ed invecchiato sul continente, dov’era stato provato fin dal secolo decimosesto quasi dappertutto. In Italia era stato riprovato in Napoli e Torino, ma in ombra; ondeché non avea mutato il governo assoluto. Ma provato ora piú realmente in Roma (e poi in Firenze e Torino), e coll’opinione ferma in desiderare governi deliberativi e rappresentativi, ed insieme coll’altra novitá della stampa di fatto libera, egli produsse prontissimamente ciò che doveva produrre in tali condizioni, ciò ch’ei produrrá sempre piú o men prontamente, ma inevitabilmente oramai, il desiderato governo rappresentativo. Perciocché insomma, questi governi consultativi, è una forma ibrida che poté durare due secoli nella civiltá de’ secoli decimosettimo e decimottavo, e senza la libertá né la diffusione della stampa; ma che con queste, e nel nostro secolo decimonono, non avrá forse mai piú tant’anni di vita, quant’ebbe secoli; che non uscirá mai piú di questo dilemma di fatti: o rivoluzione retrograda al governo assoluto, o rivoluzione progrediente al rappresentativo; e cosí sempre rivoluzioni. Ai 14 giugno, riforma minore ma piú durevole, come quella che è logica, e s’adatta ad ogni forma di governo; un primo ordinamento razionale del ministero per ordine di materie. Ai 16 giugno, anniversario dell’elezione dell’adorato Pio IX; e, naturalmente, festa maggiore. Ai 17, anniversario dell’incoronazione, e seconda festa. Parve troppo finalmente; e con bando del 22, Gizzi sgridò il popolo dolcissimamente; e il popolo se n’offese e gridò a Gizzi, quasi uno de’ retrogradi gregoriani, oscurantisti, sanfedisti, gesuiti, austro-gesuiti; nomi che incominciarono a prodigarsi da chiunque voleva andare innanzi a chiunque andava un passo meno che lui.—E sí che Gizzi e il papa andavano pure non poco, forse troppo. Al 5 luglio, istituzione della guardia civica, istituzione anche questa ottima, anzi indispensabile negli Stati rappresentativi, stolta in quelli che volevano rimanere consultativi.—Al 7, rinunzia di Gizzi; al 10, nomina di Ferretti. Addí 16, anniversario dell’amnistia, doveva esser gran festa; fu invece gran tumulto addí 14 e 15, ché sparsasi, naturalmente come succede in tali concitazioni, o ad arte come succede de’ concitatori, o l’uno e l’altro insieme, la voce d’una gran congiura retrograda, sanfedista e via via, si affiggono a’ muri i nomi de’ supposti congiurati, poi si cercano, si entra in lor case, s’arrestano, si serrano in Castel Sant’Angelo, si dá lor caccia per le campagne, e fino oltre i confini, e se n’istituisce, annuente il governo, un gran processo che non riuscí a nulla mai. Intanto, tumulti qua e lá nelle province.—E intanto (che diede ombra di veritá ai sospetti popolari), addí 17, escono gli austriaci dalla cittadella di Ferrara che occupavano dal 1814, s’acquartierano in cittá. Proteste quindi del cardinal Ciacchi governatore addí 6 agosto, e Ferretti a dí 12. Ma addí 13 gli austriaci occupano i posti militari della cittá; riprotestano Ciacchi e Ferretti, risponde il gabinetto di Vienna. Ne seguirono poi negoziati ufficiosi ed ufficiali a Roma, a Vienna ed a Milano, e finirono in dicembre colla restituzione della cittá alle truppe pontificie, con poche e piccole concessioni alle pretese dell’Austria, con grande scapito di sua dignitá e tranquillitá in Italia; essendosene accesi intanto contro lei, e non domati, gli animi di tutti gl’italiani, popoli e principi, Pio IX con gli altri, e Carlo Alberto piú di nessuno. Fu minaccia senza effetto, o, ciò che equivale, fatto piccolo con grande scandalo; grand’errore.—E ne fu agevolato un affare che sarebbe stato grave, se avesse potuto durare, l’effettuazione di quella lega doganale tra gli Stati indipendenti d’Italia, la quale era stata giá piú desiderata che sperata dagli scrittori precedenti le riforme. Mandato monsignor Corboli Bussi da Roma a Firenze, Torino e Modena, se ne stipularono le basi tra le tre prime corti, addí 3 novembre in Torino; e non accedendo Modena austriaca, dichiarò pure non far ostacolo per il suo territorio di Massa, frapposto fra Piemonte e Toscana. Intanto, al 2 ottobre, ordinamento del municipio romano in forma piú liberale, e feste piú che mai in quel giorno, ed alla dimane e cinque dí appresso; e poi al ritorno del papa da sua villa di Castel Gandolfo, e per il viaggio a Porto d’Anzo e per il ritorno, e per una sua visita alla chiesa di San Carlo, e per un nuovo motuproprio sulla Consulta, e per l’installazione di lei addí 15 novembre, e per quella del municipio addí 24, e per la vittoria degli svizzeri contro il Sonderbund, addí 30. Né quest’ultima fu tutta festa: insultaronsi i gesuiti, e fu il primo di que’ tumulti che fecersi poi in tutta Italia contro a quella Compagnia, e furono seguiti dalla cacciata di lei pochi mesi appresso, quando appunto sarebbesi dovuto attendere a cacciare gli austriaci, e non a dividere italiani da italiani, preti o non preti, gesuiti o non gesuiti, scandalezzando, incominciando ad alienare Pio IX.—E finí l’anno in Roma [30 dicembre] con un nuovo e miglior ordinamento dell’ordine delle materie nel ministero. Ed io non so ciò che ne parrá ad altri; so bene che l’avere qui concentrate quelle numerose riforme, que’ grandi passi fatti in diciotto mesi, dal governo assoluto qual era stato lasciato da Gregorio XVI, a questo governo cosí largo di Pio IX, mi fa, non che ingiuste, parere ingiustissime le lagnanze allora di tanti, e duranti in alcuni ancor oggi, che egli andasse troppo lento in esse. E tanto piú, che molto piú lenti andavano gli altri principi italiani.
In Toscana, la rivoluzione delle riforme non si può dire incominciata se non un dieci in undici mesi dopo che a Roma, quando, addí 8 maggio, uscí una legge che rallentò le censure della stampa. Seguirono feste in Firenze e tutto lo Stato, insulti al console austriaco in Livorno; e poi giornali numerosi, liberi oltre la legge, liberissimi, ed alcuni licenziosi. Poi, commissioni a preparare altre riforme; e il governo consultativo che giá esisteva lá in ombra, riordinato, praticato; poi, ai 4 settembre, istituzione della guardia civica; e nuove feste, in cui apparí per la prima volta, fra altre innumerevoli, la bandiera tricolore. Intanto, feste e tumulti in Lucca; paura dei due duchi padre e figlio; e addí 1º settembre, concessione di tutto ciò che era stato conceduto in Toscana; poi fuga dei duchi, e cessione al granduca dell’usufrutto che tenevano finché morisse Maria Luisa, e lasciasse loro Parma. E cosí Lucca fu riunita a Toscana.
In Piemonte poi s’incominciò anche piú tardi; e fu fatale che quel paese e quel re, i quali avean date le prime mosse alle riforme, e dovevano poi prendere la prima e massima, e quasi sola parte all’impresa d’indipendenza, entrassero cosí ultimi in tutto ciò che ne era apparecchio. Ma il fatto sta che Carlo Alberto, vivissimo all’indipendenza, era lentissimo alla libertá, né, io credo forse e potrei dire so, per odio o vil paura ad essa, ma per nobilissima paura che questa nocesse a quell’acquisto d’indipendenza che era insomma il primo, il grande, il supremo de’ suoi pensieri. E certo, che questo spiega e le antiche e le intermediarie e le ultime azioni di lui, e le sue virtú e i suoi errori, le sue lentezze, le sue titubanze, le sue ostinazioni. Ad ogni modo, dal principio del 1846 al settembre del 1847, non s’era fatto un passo, non una riforma in Piemonte. Né una festa o un tumulto, che fu gran vantaggio a tener nuovi gli animi all’opere reali. Né a settembre stesso ed ottobre fu altro che una lettera confidenziale, ma confidenzialmente fatta pubblica, dove Carlo Alberto diceva che «se la provvidenza mandava la guerra d’indipendenza, co’ suoi figli a cavallo se ne farebbe capo». Il mondo sa come essi adempissero la parola. Ma allora non fece grand’effetto. L’opinione era alle riforme, di che il re non faceva né diceva nulla. Sorsero, si rinnovarono frequenti tumulti, i piú pacifici e rispettosi siensi veduti mai. Finalmente, addí 29 ottobre, fu pubblicata una notificazione in che si promettevano tutte insieme le riforme che dovevano portare e portarono il Piemonte al paro dei due altri Stati riformati, Roma e Toscana; governo consultativo, cioè Consiglio di Stato, riordinato, corroborato di membri provinciali, nuove attribuzioni ad esso ed a’ Consigli provinciali e comunali; larghezza alla stampa che in breve ne diventò qui pure liberissima, cercatrice di popolaritá licenziosa; e guardia civica (?). E allora pur qui i tumulti piccoli diventarono feste grandi, ma cosí ordinate, che fu una meraviglia ed un’eccezione. E tutte queste promesse vennero effettuandosi poi con sinceritá e prontezza. Il re s’era deciso oramai; non die’ indietro, non titubò mai piú d’allora in poi. Ma fu certo gran danno che si fosse incominciato cosí tardi, che le riforme non avessero tempo ad effettuarsi, a preparare il paese, quando si venne ai due scoppi della libertá rappresentativa e dell’indipendenza. E fu danno maggiore, che entrando appunto nelle vie della libertá, egli si rallentasse nel pensiero dell’indipendenza a tal segno, che, anche dopo le minacce testé pronunciate, non facesse un apparecchio di guerra, non una riunione, non un collocamento militare di truppe, nulla, salvo la chiamata d’uno dei quattordici contingenti che erano a lor case. Miseria umana! negli uomini come nelle nazioni, una preoccupazione caccia l’altra. Napoleone stesso diceva non potersi fare che una cosa alla volta.
Nei due ducati di Parma e Modena, niuna riforma, pochi tumulti, sufficienti passioni. E cosí in Napoli e Sicilia: salvoché i tumulti scoppiarono in Reggio di Calabria e Messina [settembre]; ma furono repressi. Ferdinando Borbone si vantava di non aver bisogno di dar riforme; esser date da gran tempo lá: ed era vero, in ombra. Non gli venne in pensiero che si domandava e rimaneva a darsi la realitá. E cosi vantava il governo austriaco in Lombardia e Venezia; ed era vero poi, non solamente in ombra, ma in parecchie realitá. Se non che, costá il gran desiderato era di ben altro che riforme, e l’Austria nol poteva effettuare. Festeggiossi, tumultuossi in Milano per l’instaurazione d’un nuovo arcivescovo [settembre], e festeggiossi e parlossi in Venezia in occasione del congresso scientifico. Ma il governo, la polizia d’Austria reprimevano ben altrimenti che quelle de’ principi italiani. La repressione piú efficace fece poi, al solito, tanto piú efficace lo scoppio.
Questa era la condizione d’Italia, questo il progresso della rivoluzione riformativa al principio del fatale anno 1848. E in men di tre mesi era compiuta la rivoluzione, era incominciata l’impresa d’indipendenza. Al 1º gennaio gran festa in Roma, non per altra occasione che del capo d’anno. Se ne spaventa la corte, apparecchia armi. Il popolo se n’offende, e la corte cede, scioglie gli armati; e il papa esce il dí appresso per le vie, e il popolo trionfante, Ciceruacchio capo solito di esso, acclama, inghirlanda, imbandiera la vittima sua.—Addí 2 e 3 moti in Milano... e feste funebri in tutta Italia. Addí 12 poi, moti anche piú gravi in Sicilia, e poi Napoli. Dove essendosi tumultuato e represso, e l’uno e l’altro invano, da parecchie settimane, finalmente i siciliani appuntarono pubblicamente quel giorno per sollevarsi davvero, se non fosse fatto nulla dal governo. E non essendosi fatto, si sollevarono cosí in Palermo. Resistettero le truppe regie, e vinte due volte si ritrassero, e fu fatto lá un governo provvisorio, a che aderí Sicilia tutta. E addí 16, domato il re finalmente, fece a un tratto e inutilmente tutto ciò che non aveva voluto fare a tempo ed agio; concedette libertá di stampa, governo consultativo, amministrazione separata per la Sicilia. Non serví piú; il popolo tumultuava peggio che mai addí 17. Cede il re, muta il ministero, chiama a capo di esso Serracapriola, promette costituzione. Addí 29 ne pubblica le basi, addí 10 febbraio ne pubblica il testo. Fu egli ridotto a tal passo ulteriore che finí la lenta (finché non fosse fatta l’impresa d’indipendenza) pendente rivoluzione riformativa, ed iniziò la rappresentativa, da quella necessitá appunto e sempre dall’imprudenza di coloro che non seppero essere prudentemente operosi? ovvero da qualche gelosia, dalla vanitá personale di far piú a un tratto, che non gli altri principi italiani fin allora; di essere conseguente a se stesso, che s’era vantato di non aver a far riforme giá fatte nel suo regno? Sono questioni intenzionali che non si potrebbero sciogliere, se non in una storia fatta da Dio. Ad ogni modo, in quell’anno, in quei giorni, in quelle condizioni d’Italia, che qualunque favilla anche minore scoppiata in un luogo serpeva quasi lampo in ogni altro; non era possibile oramai che questa gran parola, questo immenso e desiderato fatto d’una costituzione rappresentativa, compiuto e proclamato in uno degli Stati italiani, rimanesse esclusivo in quello, non facesse sorgere fatti simili in tutti gli altri. I particolari delle feste e tumulti che giá non si potevan distinguere, delle domande legali od illegali, opportune od inopportune, coraggiose o cedenti, e delle cedenti resistenze, sarebbero troppo lunghi per questo cenno, e cadrebbero in que’ giudizi che non voglio qui promuovere. Ondeché mi accontenterò di dire, che la costituzione rappresentativa fu pubblicata in massima addí 8 febbraio, sancita in statuto addí 4 marzo; la costituzione toscana promessa addí 7 febbraio, e data in statuto addí 17 marzo, e la costituzione romana promessa addí 14 febbraio, e data in statuto addí 14 marzo. Cosí, quattro Stati, cioè tutti gli Stati grandi indipendenti d’Italia, cioè diciassette dei ventitré milioni, due terzi degli italiani, entrarono nella gran rivoluzione rappresentativa europea, ebbero rappresentativi statuti. E se n’applaudirono a vicenda principi e popoli, quando in quegli ultimi giorni di febbraio scoppiò la rivoluzione repubblicana di Francia. E se n’applaudivano principalmente i liberali piú moderati ed amici della monarchia. La concessione degli statuti, dicevano, n’avea salvi dalla repubblica. Pochi sapevano ricordare che giá due volte, alla fine del secolo decimoquinto e decimottavo, Francia ci aveva interrotto l’assestamento, il progresso riformativo d’Italia; sapevano temere che la nuova libertá italiana e la nuova repubblica in Francia, fossero due ostacoli invincibili alla guerra d’indipendenza che tutti vedevano imminente.