Quando si abbia innanzi a sé, fissato con nettezza che non si potrebbe maggiore, il punto donde convenga guardare il corso degli avvenimenti, e quando a ciò si accoppii una folla di requisiti, che assai raramente si trovano riuniti insieme:—animo probo, tranquillo, sereno, che è naturalmente disposto a render giustizia a tutti, anche ai propri avversari;—serio spirito scientifico, che dei fatti non sa discorrere, se non dopo averli scrupolosamente e minutamente investigati e accertati;—competenza profonda, per lungo esercizio professionale, nei pubblici affari, sia meramente amministrativi, sia politici e diplomatici, sia militari;—ingegno aristocratico, che non si appaga d’una cultura grettamente specialista, ma vuol veder chiaro anche in altri rami dello scibile (specialmente in filosofia e storia letteraria);—e finalmente vera fantasia poetica, la quale, oltre che infonder la vita negli avvenimenti del passato, sappia ritrarli in un magnifico stile «storico», serrato, conciso, aborrente sia da fronzoli e leziosaggini, sia da sciatterie e soverchia familiaritá:—si è davvero in condizioni eccezionalmente favorevoli per imprendere e condurre a termine un lavoro storico. Tutto, dunque, farebbe supporre che al Balbo, dare all’Italia quella storia, che egli vagheggiava, fosse per riuscire impresa piana e agevole. Eppure pochi libri sono costati tanto aspra e tormentosa fatica, quanto quest’aureo Sommario, che ora si ripubblica; scritto, è vero, in poco piú d’un mese, ma pensato e ripensato per trent’anni: trent’anni di lotta, trent’anni di conati, trent’anni di delusioni[4].
Mille volte parve all’autore, durante cosí lunga incubazione, d’aver trovata la sua strada; e con gioia si poneva a tavolino, sperando di potersi liberare una buona volta da quel peso, che tanto l’opprimeva. Illusione! la via era cosí poco trovata, che prima questione, che gli si presentasse alla mente, era proprio quella che si poteva rimandare all’ultimo luogo; la questione, cioè, del titolo da dare al proprio lavoro. Ne adottava uno; e poi, non contento, lo mutava; e poi lo rimutava ancora una terza, una quarta, una decima, una ventesima volta[5]; fintanto che, sbollito, in codesto sterile e quasi pedantesco tormentarsi, l’entusiasmo e inaridita la vena, gli occorreva deporre, con gesto addolorato ma rassegnato, la penna, augurandosi di poterla riprendere in piú favorevoli circostanze.
E la riprendeva, e aveva anche la forza d’imporre a se stesso di non occuparsi, provvisoriamente, di quella questione preliminare, intorno a cui credeva suo debito cotanto travagliarsi. Ma il luogo di questa veniva preso da un’altra, che, nel modo in cui il Balbo se la proponeva e voleva risolverla, riusciva non meno oziosa e insolubile: la questione delle parti onde doveva constare il suo lavoro, ossia dei periodi principali e secondari, in cui bisognava dividere e suddividere la storia d’Italia. Questione oziosa e insolubile, perché la storia, che è continuitá, non è suscettibile di divisioni cronologiche razionali, che si possano astrattamente fissare a priori: è invece lo stesso racconto storico, giá configurato nella mente dell’autore, che può suggerirgli, a semplice scopo di chiarezza espositiva e di utilitá mnemonica, di attenersi a questa o a quella fra le tante escogitate ed escogitabili divisioni temporali (tutte piú o meno grossolane e approssimative), cui si suol dare il nome di «periodi storici». Ma pel Balbo, che pensava diversamente[6], e pel quale la ripartizione della materia storica costituiva qualcosa di essenzialmente diverso dall’esposizione, la questione assurgeva a importanza capitale: a narrare gli pareva di non poter nemmeno cominciare, se non avesse preliminarmente classificati i fatti in periodi principali, secondari e via dicendo; ossia se non avesse innanzi, perfetto anche nei minimi particolari, uno schema cronologico, razionalmente e quindi astrattamente fissato, che poi conveniva sviluppare e colorire. Accadeva, naturalmente, quel che doveva accadere; cioè che il Balbo, dopo essersi procurata un’altra serie di tormenti e di ambasce, durante la quale prospetti cronologici susseguivano a prospetti cronologici, ciascuno dei quali annullava il precedente e ciascuno dei quali lo contentava meno del precedente, finiva, sgomentato e sbigottito, per deporre ancora una volta la penna e credere che la storia d’Italia non fosse impresa da lui.
Ma vi ritornava poi, con la tenace costanza, con la quale le mille volte si ritorna a una donna amata, cui le mille volte si sia giurato un eterno addio. E, accontentatosi d’un titolo e d’uno schema purchessia, cominciava finalmente a scrivere. Uno, due, tre capitoli erano rapidamente svolti: poi a poco a poco la materia, di cui si credeva cosí sicuro padrone, cominciava a sgretolarglisi nelle mani; i periodi gli riuscivano sempre meno euritmici e in pari tempo piú faticosi e difficili; l’esposizione generale perdeva di mano in mano vita e calore, diventando languida, scucita, frammentaria. Purtroppo nemmeno quella volta la via era trovata, e bisognava ricominciar daccapo a torturarsi coi titoli, i prospetti, gli schemi e via discorrendo.
Un fenomeno, ripetuto con tanta frequenza in un uomo che era uno storico nato, induce a riflettere e a domandare: era proprio un bel titolo o una soddisfacente ripartizione cronologica ciò che mancava al Balbo, o a lui faceva difetto qualcos’altro, di cui egli non riusciva a rendersi conto, e in cui tutte le torture, che s’era procurato apparentemente per questa e per quello, avevano la loro vera e profonda ragione? La risposta non può esser dubbia, e a chiunque abbia un po’ di pratica dello scrivere verrá spontanea sulle labbra l’osservazione, che il trapasso dalla mera impressione alla limpida visione artistica—quel trapasso rapidissimo e agevole in alcuni fortunati scrittori; lentissimo, faticosissimo e quasi patologico in altri—nel Balbo non aveva ancora avuto luogo. La storia d’Italia, non ostante tanti studi e tanti sforzi, era ancora per lui materia amorfa, che un lampo di genio doveva convertire in un’opera d’arte, ossia in un libro organico. In fondo all’animo suo era ancora un cantuccio buio, che quel lampo doveva illuminare. E tutti i conati da lui fatti non erano se non stimoli esterni, da lui inconsciamente adoperati per far sprizzare in modo artificiale quella divina scintilla. Ma l’arte non vuol esser conquistata né con la violenza né con sotterfugi: vuol venire ella stessa, spontaneamente, a noi, quando forse meno l’aspettiamo, e allora abbandonarsi tutta nelle nostre braccia. E cosí avvenne al Balbo.
S’era alla fine del 1845, ed egli, ormai vecchio, alla storia d’Italia aveva rinunziato, contento se altri, piú fortunato, potesse avvalersi del tesoro di ricerche e d’esperienza da lui accumulato. Un bel giorno si reca da lui il Predari e gli propone di scrivere l’articolo «Italia» per l’Enciclopedia popolare, che si pubblicava presso il Pomba[7]. Il buon vecchio sulle prime, spaventato, rifiutò netto: chi gli avrebbe infuso il coraggio, dopo tante delusioni, di fare un ultimo e disperato tentativo? Tuttavia quel nome «Italia» gli aveva rimescolato tutto l’animo: nome indifferente forse ad altre orecchie, ma che per lui significava non soltanto la patria adorata, ma anche il meglio della sua vita trascorsa, con le sue ansie, le sue gioie, i suoi dolori. E la possente fantasia, che sembrava addormentata, cominciò a rievocare, con colori ancora piú poetici, gli itali, osci e tusci, che si alleano per ricacciare di lá dal mare l’odiato Pelasgo; i popoli latini, che si stringono intorno a Roma per tener fronte al Gallo invasore; i comuni lombardi, che giurano fratellanza e concordia a Pontida per respingere oltre le Alpi l’aborrito Tedesco. Strano! quella materia, che il Balbo non era mai riuscito a plasmare, assumeva ora da se stessa forme e contorni. I suoi occhi finalmente vedevano. Quella via, cosí angosciosamente ricercata, brancolando nel buio, gli appariva ora piana, sfolgorante di luce meridiana, conducente diritto alla mèta. Il primitivo rifiuto si cangiò in un’entusiastica e quasi baldanzosa accettazione, e con ardore giovanile egli si rimise al lavoro. Non piú esitazioni, non piú dubbiezze, non piú pentimenti: i fatti venivano a collocarsi, senza alcuno sforzo, al posto loro dovuto; i periodi stupendi sgorgavano, come un fluido corso d’acqua, l’uno dopo l’altro e l’uno indissolubilmente legato con l’altro; l’esposizione era finalmente, quale egli l’aveva tanto vagheggiata, rapida, serrata, drammatica, piena di movimento e di vita. Quella volta, non fu una fatica e un tormento, ma una liberazione e un trionfo. Dopo otto giorni, i primi tre libri erano scritti; dopo quarantatré, tutta l’opera era compiuta. E riuscí quel che il Balbo voleva: un capolavoro.