23. Il terzo periodo della presente etá in generale [1700-1814].—L’ingrata necessitá di essere troppo brevi ci fece finora accennare e dividere i fatti italiani da sé, senza accennar le relazioni di essi co’ fatti stranieri. Ma questo non ci è piú possibile trattando del secolo decimottavo e del principio del decimonono. Né i motivi delle guerre, né le guerre né le paci, che mutarono continuamente l’Italia, non furono piú italiane. Quattro guerre e quattro paci si fecero nella prima metá del secolo decimottavo; due, per la successione di Spagna; due, per quelle di Polonia e di Austria; poi, dopo una lunga pace, una serie di guerre per la rivoluzione e per l’imperio francese. Qualunque divisione di que’ tempi si facesse indipendentemente da questi grandi eventi europei, genererebbe confusione od anzi falsitá d’idee ne’ leggitori. Non pochi sono a’ nostri dí, governanti e governati, conservatori e progressisti italiani, i quali hanno la funesta smania dell’isolamento d’Italia, del trascurare ed ignorar volontariamente le condizioni, gl’interessi, le opinioni e quasi l’esistenza di quant’è straniero, o, come dicono con inconcepibil disprezzo, di quant’è oltremontano ed oltremarino. Ma noi (che speriamo non esser sospetti, in fatto almeno di nazionalitá ed indipendenza, e che ci esponiam volentieri ad esser detti uomini d’una sola idea e d’un sol libro), crediamo, all’incontro, essere due cose assolutamente diverse e talor contrarie, indipendenza ed isolamento. Il fatto sta, che quegli ultimi avi nostri del secolo decimottavo, lontanissimi essi dalle vane teorie dell’isolamento, intendentissimi anzi degli affari europei, furono pur quelli, i quali seppero cosí prender tutte le buone occasioni di guerra e di pace per liberarsi dalla potenza spagnuola, per scemar l’austriaca sottentrata, per accrescer gli Stati italiani, e farli progredire al segno dei piú avanzati contemporanei, sul continente. E quanto agli italiani della fine del secolo decimottavo e del principio del decimonono, se non furono superiori alle difficoltá, alle calamitá sorvenute, non ad altro forse è da attribuire se non appunto alla lunga pace che li avea, lor malgrado forse, isolati e disavvezzi dall’armi.—In tutto, noi ottocentisti abbiamo il vizio di voler essere troppo grandi uomini, di non apprezzar se non grandezze inarrivabili, di disprezzar quelle a che potremmo arrivar noi, ed arrivarono quegli avi nostri. Il Settecento fu in Italia molto piú grande che non è opinione volgare. Botta e Colletta hanno il merito di aver saputo andar oltre a quell’opinione; ed io confesserò fin di qua di voler andar oltre essi ancora. Non mai forse l’Italia progredí a un tratto tanto, come dal Seicento al Settecento, in indipendenza, in ordini civili, in colture. Questi ultimi avi nostri fecero lor ufficio, lor progressi, meglio che non molti antichi piú lodati. Cosí facessimo noi i nostri! Cosí, tra’ nostri stolti disprezzi de’ settecentisti, e le piú stolte ambizioni di assomigliarci ai cinquecentisti, quattrocentisti o trecentisti, non corressimo il rischio di rimaner poco piú che seicentisti. Ma di ciò, piú autorevoli che non noi, giudicheranno gli storici futuri. Ed aspettiamovici pure: nostri o stranieri, ne giudicheranno, come progrediti, severamente.
24. Prima guerra della successione di Spagna [1700-1714].—Carlo II, re di Spagna e dell’Indie, cioè di quasi tutta America, di numerose possessioni in Africa ed Asia, di ciò che or chiamiamo Belgio, di Milano, delle Due Sicilie e di Sardegna, morí il 1º novembre 1700 senza figliuoli. Pretendevano alla grande successione, Leopoldo d’Austria imperatore, per sé come agnato, e Luigi XIV per uno de’ nipoti suoi, come discendenti di Maria Teresa sorella di Carlo II, e in particolare (per non ispaventar colla riunione delle due corone) per Filippo secondogenito del Delfino. Ma perché Maria Teresa avea, sposando Luigi XIV, fatta rinuncia alla successione, vi pretendevano Ferdinando di Baviera figlio d’una sorella minore di lei, che non avea rinunciato, e finalmente Vittorio Amedeo II di Savoia come pronipote di una figlia di Filippo II. Tutti questi aveano giá negli ultimi anni fatti e rifatti trattati di partizioni della successione preveduta. Ma siffatti trattati aveano offeso e il languente re di Spagna, e piú la nazione spagnuola, gelosa d’indipendenza anche dopo perduta ogni libertá; ondeché, per non diveller le membra della monarchia, Carlo II l’avea con testamento de’ 2 ottobre lasciata intiera a Filippo di Francia, che cosí diventò quinto di Spagna, e, s’ei non accettasse, a Leopoldo imperatore.—Naturalmente accettarono Luigi XIV e Filippo V; il quale, ito subito a Spagna, fu riconosciuto in tutta la monarchia, e cosí in Italia, Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano. Ma sollevaronsi gli altri pretendenti, ed Inghilterra, Olanda, Germania, spaventata per la riunione delle due monarchie in una sola famiglia, benché non sotto a una sola corona. La guerra incominciò a mezzo l’anno 1701; stavano da una parte Francia, Spagna, Baviera, il duca di Savoia, che forse avrebbe voluto fin d’allora mettersi contro, ma che, serrato tra Francia e Milano, non poteva; e finalmente Ferdinando Gonzaga, effeminatissimo principe che aprí Mantova ai francesi, e si rifugiò vilmente egli e sue donne a Casal Monferrato. E furon, dall’altra, Austria, e tra breve Inghilterra ed Olanda, unite per trattato [7 settembre 1701] in quella che fu detta la «grande alleanza». Venezia, neutrale al solito, dichiarò lasciar passare chi volesse ne’ suoi Stati, eccettuate le terre chiuse; e nelle terre chiuse si passò poi come nelle aperte. Cosí all’incirca in quelle de’ Farnesi, degli Estensi e del papa barcheggianti. Casa Savoia sola continuò a contare in Italia, anzi incominciò allora a contare in Europa. La prima fazione in Italia (lasciando una congiura fatta in Napoli per casa d’Austria, e secondo il solito mal capitata) fu la discesa del principe Eugenio di Savoia capitano d’Austria, e giá gran capitano nelle guerre anterioriá d’Italia e di Turchia. Passò per Roveredo, la Pergola, Serchio, Vicenza; cosí eludendo Catinat, grande e provato capitano anch’esso, che coll’esercito franco-piemontese stava a guardia in Val d’Adige, dell’antiche chiuse d’Italia contro Germania. Quindi, sapientemente ed arditamente evoluzionando e combattendo, Eugenio passò Adige e Mincio, e Catinat fu deposto. Sottentrògli Villeroi, capitano di corte che si lasciò battere a Chiari [1º settembre], e sorprendere e prendere in Cremona [1º febbraio 1702]. Sottentrògli Vendôme che sostenne le cose francesi; e combattessi una battaglia dubbia a Luzzara [15 agosto], a cui assistette Filippo V, venuto di Spagna a visitar Napoli e Milano.—Il rimanente di quell’anno, e mezzo il seguente 1703, passarono tra molte fazioni, ma niuna di conto in Italia, niuna decisiva nemmeno altrove. Ma intanto volgevasi dall’una parte all’altra Vittorio Amedeo duca di Savoia. Fosse ira delle insolenze spagnuole e francesi, o aviditá e mutevolezza alle promesse austriache, o legittimo intendere della propria indipendenza minacciata tra Francia e Milano franco-spagnuola, ad ogni modo entrò Vittorio Amedeo in trattati coll’Austria. Luigi XIV se ne accorse; e a’ 29 settembre 1703 Vendôme disarmò e fece prigioni i piemontesi del suo esercito. Il duca rispose dichiarando guerra a Francia e Spagna [7 ottobre], che, accerchiatone com’era tuttavia, fu bella arditezza; e firmando con Austria e gli alleati di lei un trattato [25 ottobre], per cui gli eran promessi il Monferrato (che si prevedeva disponibile fra poco, dopo la morte di Carlo Gonzaga, senza figliuoli) ed Alessandria, Valenza, Lomellina e Val di Sesia, oltre poi mezza Francia orientale da conquistarsi.—Nel 1704, fu pressato il duca ad occidente da La Feuillade, che prese Savoia [gennaio] ed occupò Susa poi; ad oriente, da Vendôme che gli occupò Vercelli ed Ivrea. Il caldo della guerra fu in quell’anno in Germania; dove, addí 13 agosto, combattessi la gran giornata di Hochstädt o di Blenheim, tra austriaci con inglesi, capitanati da Eugenio e Marlborough da una parte, e francesi con bavari dall’altra, sotto Marsin e Tallard. Vinsero i primi; i francesi furono rigettati dal Danubio al Reno. E in Ispagna l’arciduca Carlo, figliuolo secondo dell’imperatore, incominciava la guerra movendo da Portogallo e prendendo nome di re di Spagna; e gli inglesi prendean d’un colpo di mano quella Gibilterra [4 agosto] che non lasciaron piú mai, di che fecero una delle stazioni principali di lor potenza accerchiante il globo, ma che rimase vergogna indelebile a Spagna, e causa perenne d’avversione tra le due nazioni.—Nel 1705 poi (perciocché in tutta questa guerra come nelle altre del presente secolo si distinsero piú che mai le campagne d’anno in anno, prendendosi regolarmente i quartieri d’inverno e combattendosi da primavera ad autunno avanzato), La Feuillade prese Nizza [9 aprile] al duca di Savoia; e Vendôme presegli Verrua [10 aprile], e sconfisse poi Eugenio a Cassano [16 agosto]. Intanto in Germania moriva Leopoldo imperatore, e succedevagli Giuseppe I [6 maggio]; e Villars teneva a bada Marlborough e la lega. E in Ispagna Carlo arciduca e re prendeva Barcellona [9 ottobre], e ne faceva sua piazza d’armi, e come la capitale di suo regno in Ispagna. E cosí giá piegavano le cose di Francia.—Ma precipitarono nel 1706. Vendôme vinceva sí a Calcinato [19 aprile], ma era chiamato quindi a Fiandra. E La Feuillade poneva assedio a Torino [13 maggio]; e pressandola per poco men che quattro mesi, l’avea ridotta agli ultimi, a malgrado una bella guerra spicciolata fatta all’intorno da Vittorio Amedeo, quando sopravenne il principe Eugenio di Germania, con bellissima marcia per le terre di Venezia e la destra del Po. Riunitosi col prode e perdurante duca presso a Moncalieri, girò (grande arditezza in lui, pari vergogna ai nemici) intorno al campo assediante; poi furono insieme principe e duca sulla vetta di Superga, a concepir di lá l’imminente battaglia; e il duca fece alla Vergine il voto di quella chiesa ove or riposa, sommo fra i successori di lui, Carlo Alberto. E quindi scesi, assalirono, rupper le linee, sbaragliarono l’esercito francese, addí 7 settembre. Rimasevi ucciso il Marsin venutovi a comandare, ferito il duca d’Orléans venutovi ad obbedire dolorosamente contra il proprio parere, che era d’uscir dalle linee. Questa battaglia di Torino fece perder l’Italia a Francia e Spagna. Non serví una loro vittoria [9 settembre] nel Mantovano. Si difesero qua e lá fino al fine dell’inverno. Intanto continuò sí Villars a difendere la frontiera germanica; ma in Fiandra erano pur battuti Villeroi e l’elettor di Baviera da Marlborough a Ramillies [23 maggio]. In Ispagna, l’arciduca re Carlo entrava in Madrid [16 giugno]; ma Filippo vi rientrava [22 settembre].—Nel 1707, i francesi, difesisi qua e lá tutto l’inverno, vuotarono il Milanese e tutta l’Italia superiore per capitolazione [13 marzo]. Susa sola rimaneva: fu loro presa dal duca di Savoia [3 ottobre]. E allora, aiutata dagli eventi, riuscí una sollevazione. Addí 7 luglio sollevossi Napoli per Austria; in breve non rimase che Gaeta a re Filippo; fu presa addí 3 ottobre; e tutta la penisola fu sgombra di franco-spagnuoli. Ma tentata un’invasione in Provenza dal principe Eugenio e dal duca di Savoia [11 luglio], e posto da essi assedio a Tolone, furono costretti a levarlo [22 agosto] e ripassare in Italia. E in Ispagna il Berwick, generale (e gran generale) di Francia e Spagna, vinse una gran battaglia ad Almanza [25 aprile], e tutto il regno, salvo Catalogna, tornò a Filippo V. Alla frontiera di Germania Villars ruppe le linee nemiche di Stolhoffen [22 maggio], e, passato il Reno, invase Franconia.—Nel 1708. venuto a Delfinato questo capitano, che fu vero Fabio francese, tenne a bada il duca di Savoia tutto l’anno mentre disputavano l’imperatore e il papa per la supremazia di Parma e Piacenza ed altri diritti della Chiesa, e per la ricognizione di Carlo III di Spagna. Morí poi [5 luglio] Carlo III Gonzaga; e passarono Mantova all’imperatore, e Monferrato a Vittorio Amedeo II. E intanto i francesi erano di nuovo battuti da Eugenio e Marlborough ad Oudenarde [11 luglio] ed altri campi di Fiandra; e proseguivano, all’incontro, lor vantaggi in Ispagna.—Nel 1709, Eugenio e Marlborough proseguirono lor vittorie, n’ottennero una nuova e grande a Malplaquet contra Villars [11 settembre], e presero Mons [20 ottobre]; onde non servirono alcune vittorie minori de’ francesi in Germania e Francia; e si posò in Italia.—E quindi, nel marzo 1710, aprironsi in Olanda i primi negoziati per la pace, con gran vantaggio, con piú grandi pretensioni, anzi con insolenza, per parte degli alleati. Luigi XIV, stanco e minacciato da presso, era disposto a cedere Spagna, a lasciar ispogliare il nipote. Non bastò; gli alleati vollero che egli si aggiungesse ad essi per ispogliarlo; anzi poi, che lo spogliasse esso stesso. Si sollevarono gli animi di quel gran re, di quella gran nazione, men leggiera, piú perdurante che non si dice; ruppero i negoziati [25 luglio], ricominciarono la guerra, e continuarono a perderla in Fiandra e in Ispagna. Addí 20 agosto, perdettero la battaglia di Saragozza; addí 5 settembre, Filippo V lasciò Madrid per la seconda volta. Ma questo fu il termine delle sventure di Francia; e incominciarono i premi meritati della perduranza di lei. Passò a Spagna Vendôme con un nuovo esercito francese, ricondusse Filippo V a Madrid [3 dicembre], vinse e prese Stanhope a Brihuega, vinse Stahremberg a Villaviciosa in due gran giornate [9, 10 dicembre].—E quindi ricominciarono, ma tutto diversamente, i negoziati nel 1711; aiutati da uno di que’ casi che di rado mancano agli uomini, alle nazioni perduranti. Morí [17 aprile] Giuseppe imperatore, e successegli l’arciduca re Carlo VI; il quale cosí riunendo in sé le due potenze austriache separate da Carlo V in poi, volse contro a sé tutte quelle paure di preponderanza che erano poc’anzi contra Francia. E allora passarono parecchi degli alleati a’ desidèri di pace; Inghilterra e Savoia sopra tutti, che, avendo guadagnato alla guerra, non si curavano di porre a nuovi rischi i guadagni. Anna regina d’Inghilterra, e l’opinione pubblica, anche piú regina colá, tolsero il ministero ai whigs che erano per la guerra, e diederlo a’ toryes pacieri. I negoziati furono per allora segreti, e continuossi la guerra, ma mollemente, senza grandi eventi in niun luogo, e con vantaggi francesi in Fiandra e Spagna. Ma nel 1712 aprironsi i pubblici negoziati ad Utrecht fin dal 29 gennaio; e al 17 luglio si fece tregua tra Francia ed Inghilterra. Quindi, rimasto solo l’esercito imperiale, fu vinto a Denain dal Villars [24 luglio], e perdé poscia in Fiandra tutti i vantaggi degli anni precedenti. E continuarono quelli de’ francesi, e si posò in Germania e Italia.—Finalmente, nel 1713 [11, 17 aprile], firmaronsi ad Utrecht cinque trattati: di Francia con Inghilterra, Savoia, Portogallo, Prussia e Paesi bassi; per cui Francia abbandonò gli Stuardi e riconobbe la successione della casa di Hannover a’ tre regni britannici; Filippo V (che avea giá rinunciato, per sé e i successori, alla corona di Francia, come i successori di Luigi XIV alla corona di Spagna) rimase re di Spagna e delle Indie com’erano stati gli Austriaci; salvo Gibilterra e Minorca lasciate ad Inghilterra, le province settentrionali (il Belgio presente), Milano, Napoli e Sardegna ad Austria, e Sicilia a casa Savoia. La quale, oltre a tale acquisto e il titolo annessovi di re, acquistò pure l’intiero Monferrato, Alessandria, Valenza, Lomellina, Val di Sesia, e tutte le terre dell’Alpi rimanenti a Frallcia al di qua, cedendo all’incontro Barcellonetta, sola che avessimo al di lá.—Quindi rimaneva sola Austria coll’imperio contra Francia e Spagna; e guerreggiò infelicemente lungo tutto quell’anno. Addí 10 luglio, Stahremberg abbandonò Catalogna e Spagna. E l’anno seguente 1716, a Rastadt [6 marzo], ed a Bade [7 settembre], furono firmati due altri trattati, per cui l’imperatore e l’imperio s’aggiunsero a quelli d’Utrecht. E cosí dopo quattordici anni tornò in pace e rimase mutata la cristianitá europea; il grosso della potenza spagnuola passato di casa d’Austria a casa di Francia: e passate Italia dalla preponderanza austro-spagnuola alla preponderanza austriaca propriamente detta, tanto piú grave e forte quanto piú vicina. Ma era scemato lo sminuzzamento della penisola per la cessazione dello Stato di Mantova e Monferrato; erasi accresciuta in dignitá, in territori la predestinata casa di Savoia; e cosí preparati i progressi ulteriori de’ trentacinque anni seguenti. Perciocché i trattati del 1713 e 1714 furono al secolo decimottavo ciò che veggiamo esser quelli del 1814 e 1815 al decimonono, fondamento su cui s’alzò la politica di tutto il secolo. Ma gli avi nostri (dico appunto e principalmente gli italiani) furono o piú savi o piú forti o piú felici in ciò, che seppero a poco a poco corregger gli errori lasciati ne’ trattati fondamentali. E forse fu dovuto a ciò solo, che furono allora in concordia, che operarono congiunti principi e popoli nostri. Così solamente è possibile giovarsi a ben comune delle occasioni; le quali all’incontro tra’ divisi non fanno altro che accrescere la divisione.
25. Guerre di Morea e di Sardegna e Sicilia [1714-1720].—Tre morti importanti avvennero nell’anno 1714: quella di Luigi XIV, a cui succedendo Luigi XV fanciullo, rimase Francia governata dal duca d’Orléans reggente; quella di Anna regina d’Inghilterra, a cui successe Giorgio I di Hannover; e quella di Maria Luisa di Savoia moglie di Filippo V, alla quale successe nel medesimo anno Elisabetta Farnese, sorella di Francesco duca di Parma e Piacenza. Fu trattato questo secondo matrimonio di Filippo V dall’Alberoni, un preticello italiano venturiero ed intrigante, che diventato tra breve cardinale e ministro principale e quasi assoluto di Spagna, fu causa di nuovi turbamenti in tutta Europa.—Intanto, al fine del medesimo anno 1714, ruppesi guerra tra il Turco e Venezia. Quello voleva riconquistar Morea, e riconquistolla nel 1715 facilmente alla decrepita repubblica. Questa non si riscosse, se non alle minacce turche contro alla vicina Corfù; fece allora apparecchi, assoldò lo Schulemburg capitano straniero, e strinse alleanze. Austria entrò in guerra; e il vecchio vittorioso Eugenio condussela felicemente dall’Ungheria, ottenne una gran vittoria a Petervaradino, e prese Belgrado. Venuto poi lo sforzo turco nel 1716 contro a Corfú, questa fu cosí ben difesa da Schulemburg, che, dopo un ultimo assalto respinto ai 18 agosto, i barbari si ritrassero. Nel 1717, combattessi in mare; e i veneziani, ora soli, ora aiutati da alcune navi di Malta, del papa, di Toscana e di Portogallo e Spagna, ebbero il vantaggio. E nel 1718 [21 luglio] fu firmata la pace di Passarowitz, per cui rimase spoglia Venezia della recente conquista di Morea e ridotta a quell’isole che or son dette Ionie, ma accresciuta Austria delle due forti città di Belgrado e Temeswar.—Né posava Austria ai patti di Utrecht e Rastadt; negoziava per ricongiunger Sicilia a Napoli, e dar in cambio a re Vittorio Sardegna, tanto minore. D’altra parte, Spagna, condotta dall’ambizioso Alberoni, ambiva il medesimo riacquisto, e di piú quelli di Napoli e Sardegna; e negoziava pur con Vittorio per tutto ciò riavere d’accordo con lui, e dargli in cambio Milano tanto piú vicina, ma da conquistarsi contro Austria. Naturalmente Vittorio non aderiva all’ambizione austriaca; e andava lento, forse troppo, a secondar la spagnuola. Ma dimorato giá presso a un anno nel nuovo regno e incontratevi tutte quelle difficoltà che sempre sono in una nuova signoria, e di piú un’aspra contesa ecclesiastica col papa che volea approfittar dell’occasione per distruggere un tribunale secolare sulle cose ecclesiastiche (detto «della Monarchia», ed istituito fin dall’origini di quel regno), Vittorio regnava mal fermo colà. E l’avventato Alberoni troncò le peritanze della diplomazia con una di quelle rotture subitane di trattati, le quali, colle reciproche guarentigie fin d’allora stabilite tra gli Stati della cristianità, erano giá scandalose e di difficilissima riuscita. Ai 22 agosto 1717, un’armata di terra e mare raccolta a Barcellona invase subitamente Sardegna, e conquistolla contro Austria, a malgrado gli scandali e le proteste di tutta Europa. Che anzi, addí 30 giugno 1718, un nuovo armamento spagnuolo scese in Sicilia, e s’accinse a conquistarla contra Savoia. Ma si riscosse piú efficacemente allora la diplomazia, e conchiuse trattati [agosto-dicembre 1718], per cui s’unirono contra i Borboni di Spagna, non solamente Inghilterra, Olanda, Savoia ed Austria, ma quella Francia che li avea lá stabiliti, e per essi avea combattuto quindici anni poc’anzi. Tanto fin d’allora contavan poco le alleanze di famiglia! Tanto non sono durevoli se non le alleanze di popoli, fatte secondo i loro durevoli interessi! Una flotta anglo-olandese ruppe la spagnuola nell’acque di Siracusa [11 agosto]. Un esercito tedesco approdò in Sicilia; e vi si guerreggiò con successi vari negli anni seguenti. Ma intanto l’Alberoni concitato, come succede, dalle proprie e prime avventatezze ad altre maggiori, andò tant’oltre con gli intrighi od anche le congiure in Francia contro al reggente, e in Inghilterra contro alla casa di Hannover, che rivoltisi tutti contro a lui, e spaventatone l’onesto e debole Filippo V, lo cacciò; e lui cacciato, si rifece pace facilmente addí 17 febbraio 1720. Spagna rimase spoglia di Sardegna; ma la casa de’ Borboni spagnuoli vantaggiata delle successioni eventuali di Toscana e di Parma e Piacenza a don Carlo figliuolo della regina Farnese, quando avvenissero le estinzioni, che si prevedevan vicine, delle due case de’ Medici e de’ Farnesi. Re Vittorio rimase spoglio di Sicilia, e mal compensato con Sardegna; ed Austria accresciuta, soddisfatta della riunione di tutto il regno delle Due Sicilie. E l’indipendenza italiana scapitò cosí di quanto perdette il principe nativo, di quanto acquistò lo straniero preponderante. Con Austria signora di Milano, Mantova e le Due Sicilie, Italia era fatta piú dipendente che mai. Ma, allora, fu per poco.
26. Pace di dodici anni; guerra della successione di Polonia [1720-1735].—Seguì una pace di dodici anni in Europa. Re Vittorio ne approfittò ad ordinare il nuovo Stato di Sardegna, gli antichi di Piemonte, l’istruzione pubblica principalmente, l’università di Torino, il collegio delle province da lui fondato. Molti professori chiamò di fuori. Guerriero egli soprattutto, ma gran principe in tutto, si compiaceva, s’accerchiava degli uomini e massime de’ ministri piú capaci in ogni cosa; sentiva di rimaner superiore a chiunque, non solamente col grado, ma coll’ingenita grandezza. L’Ormea fu ministro principale di lui e del figlio poi; e fu allevato da lui il Bogino successor dell’Ormea. Fu donnaiuolo in gioventù; e fatto vecchio e pio, volle sposare una gentildonna lungamente amata, la contessa di San Sebastiano. E fosse poi vergogna di ciò effettuare dal trono, o, come fu detto, imbroglio politico ove si fosse messo ed onde non sapesse uscire, o stanchezza del lungo agitato regno, ad ogni modo lasciollo [3 settembre 1730] al figliuolo Carlo Emmanuele III, e si ritrasse privato a Chambéry. Ma fosse ambizione della vecchia sposa, o propria ridestatasi tra l’insueta inoperosità, passato appena un anno, venne a un tratto a Rivoli presso Torino, e poi [25 settembre] a Moncalieri; e chiamato Del Borgo ministro e notaio della corona, gli ridomandò l’atto della rinunzia, e nella notte tentò, ma non gli riuscì, farsi dare la cittadella di Torino. Adunatosi, agitatosi intanto il Consiglio di re Carlo, fu da questo dato ordine di arrestare il padre. Eseguissi nella notte del 27 al 28; fu rapita la San Sebastiano e condotta a Ceva; rapito e ricondotto a Rivoli, prigione del figlio, il vecchio vincitor di tante battaglie. Infuriò, languì un anno; domandò, ottenne riaver la moglie, tornare in Moncalieri; vi morí ai 31 ottobre 1732. Brutto fine, brutto principio di due belli e felici regni.—Il Piemonte fu tra’ paesi d’Italia quello che piú si avvantaggiò della pace. E tentavansi riordinare pure Milano e il regno di Napoli e Sicilia dagli austriaci. Ma non vi riuscivan guari essi, e come signori nuovi, e come stranieri; ed anche perché, essendo Carlo VI imperatore senz’altra prole che due figliuole, egli e suo governo attendevano a poco piú che ad assicurar la successione a Maria Teresa, la prima di quelle, e n’agitavano la diplomazia di tutta Europa.—Delle due grandi repubbliche, Venezia languiva sempre piú; si divertiva, apprestava i carnovali a’ gaudenti di tutta Europa: Genova, all’incontro, era turbata dalle sollevazioni de’ còrsi. Governati in modo assoluto, tirannico e corrotto, come sogliono i sudditi non partecipanti al governo delle repubbliche, scoppiarono nel settembre 1729 per una angaria fatta a un povero vecchio nella riscossione de’ tributi. Tumultuossi in vari luoghi, fecersi assembramenti, levaronsi armi; due volte i sollevati assaliron Bastia e si ritrassero. Governatori, capitani, pacieri nuovi vi furono invano mandati da Genova. S’innalzarono, si mutarono parecchie volte i capipopolo. Finalmente, brutto rimedio ad italiani contra italiani, piú brutto a un governo libero, i genovesi chiamarono gli austriaci ad aiuto, ad arbitri; e venuti gli austriaci, e fatto l’uno e l’altro ufficio, statuirono cessazioni d’armi, paci, indulti, e di soprappiù una Camera imperiale, che giudicasse in appello tra sudditi còrsi e signori genovesi [1732-1733]; e cosí i signori ebber lor signoria diminuita, e i sudditi lor sudditanza accresciuta d’una nuova supremazia; non insolito né indegno fine di tali appelli. Ma durò poco quel cattivo accordo; risollevaronsi i còrsi fin dal 1734, ed ordinaronsi nel 1735 piú che mai in istato indipendente sotto a tre capi, Giaccaldi, Giafferi e Giacinto Paoli.—Tra gli Estensi non fu novitá se non nell’anno 1737, che morí il duca Rinaldo e successegli Francesco III.—In Roma, a Clemente XI [Albani], lungamente pontificante fin dal 1700, succedettero Innocenzo XIII [Conti, 1721], Benedetto XIII [Orsini, 1724] e Clemente XII [Corsini, 1730]; e tutti regnarono tranquilli e virtuosi.—Agitatissimi, all’incontro, furono in questo tempo il governo degli ultimi Medici e Farnesi in Toscana e Parma, per li patti fatti, come dicemmo, nel 1720 dalle potenze straniere per quelle successioni. Non consultati, non consenzienti, protestarono e negoziarono a lungo in tutta Europa, inutilmente. In Toscana morí [31 ottobre 1723] Cosimo III Medici e successegli suo figliuolo Gian Gastone, vecchio giá di cinquantadue anni, senza figliuoli, e principe coltissimo, ma perdutissimo di costumi. Resistette gran tempo alla successione dell’infante don Carlo; vi s’arrese finalmente per trattato dei 25 luglio 1731, protestò contro segretamente, pretese (un po’ tardi) restituir la libertá fiorentina, ricevette guarnigioni straniere, e finalmente l’infante, l’erede stesso [dicembre 1731].—In Parma, morto il duca Francesco addí 26 febbraio 1727, succedettegli il fratello Antonio vecchio di cinquantasette anni, il quale protestò pur egli contro alla successione impostagli, e prese moglie l’anno appresso ma non ebbe figliuoli, e morí al 10 gennaio 1731. Quindi gl’imperiali preser possesso del ducato, e lo diedero secondo i trattati all’infante don Carlo, che vi venne in ottobre 1732.—Ma questo fu il secolo delle successioni contrastate; e se alle piccole de’ principati italiani bastò la diplomazia, alle piú grosse furono necessarie le guerre. Aprissi quella del regno di Polonia per la morte di Federigo Augusto di Sassonia, succeduta addí 1 febbraio 1733. Ognuno sa che presso a quella nazione valorosa, ma pur troppo impolitica, e perciò da gran tempo infelice, le successioni regie si facevano nella impolitica forma delle elezioni. Due competitori erano allora: Stanislao Leczinzki, giá stato re al principio del secolo e cacciato poi per opera della Russia, ed Augusto elettor di Sassonia figlio dell’ultimo. E perché in questa estrema imprudenza caddero di eleggersi i re sotto influenze straniere, stavano, per il primo, Francia il cui re Luigi XV avea sposata una figlia di lui; per il secondo, Carlo VI imperatore zio di lui, e Russia antica nemica del primo. E perché quando Austria e Francia entrano in guerra l’una contra l’altra, è inevitabile v’entri Italia o almeno casa Savoia intermediaria, e cosí abbia a scegliere fra le due una alleata secondo il proprio interesse; perciò re Carlo Emmanuele scelse Francia, che gli offriva la conquista del desiderato Milanese. Fecesi in Torino [26 settembre] il trattato, per cui oltre a quella conquista fu stipulato, che farebbesi pur quella di Napoli e Sicilia, da darsi all’infante don Carlo che lascerebbe Parma e Piacenza al fratello don Filippo.—Aprissi subito la guerra con una campagna d’inverno. Il vecchio Villars condusse gli ausiliari francesi; re Carlo, tutto l’esercito. Varcaron Ticino, entrarono in Pavia, in Milano [3 novembre]; n’assediarono e presero il castello, e Pizzighettone, Novara, Tortona, e via via tutto il paese fino all’Oglio. Carlo Emmanuele s’intitolò duca di Milano. Ma l’error suo qui, l’error forse di tutta sua vita, fu quella prudenza eccessiva, che teme passar il segno del necessario. Non pensò che bisogna conquistar due in guerra per serbar uno in pace. Si contentò di difender le conquiste fatte, e rattenne i francesi che volevan pure spingere la guerra oltre Oglio e Mincio, alle bocche del Tirolo, e cacciar gl’imperiali d’Italia. Lo stesso ottuagenario Villars se ne disgustò; e partito per Francia morí per via a Torino, deriso dai piú quasi rimbambito; ed era forse di spiriti piú giovanili che non i derisori. Scese quindi tranquillo l’esercito austriaco sotto Mercy, e si guerreggiò per quel ducato di Parma, che avrebbe dovuto esser a spalle dell’esercito gallo-piemontese. E vinsero questi lí a Parma una gran battaglia sotto il Coigny addí 29 giugno 1734, e s’avanzarono poi di lí in due mesi e mezzo poche miglia fino alla Secchia. Dove, non guardandosi, furono sorpresi e mezzo rotti a Quistello da Königseck [14 settembre]; e quindi si ritrassero e pur rivinsero una gran battaglia a Guastalla [19 settembre]. Re Carlo vi capitanò e vinse: e tornò quindi a Torino. Si posò l’inverno; si rifece guerra l’anno appresso 1735, ma piú molle che mai, quantunque col rinforzo d’un esercito spagnuolo, tornato giá dalla conquista di Napoli e Sicilia.—Perciocché sin dal fine del 1733 era approdato in Toscana quest’esercito spagnuolo, a capo di cui pastosi l’infante don Carlo s’era mosso per Roma contro a Napoli. Poca, quasi nessuna resistenza fecero il viceré Visconti e i tedeschi, che erano pochi e sproveduti; ritrassersi a mezzodí sull’Adriatico fino a Bari, ad aspettar rinforzi attraverso quel mare. Entrò don Carlo in Napoli, applaudito, festeggiato, e da coloro che sempre sono affetti a una signoria antica quantunque straniera e cattiva, e da que’ migliori che speravano un regno finalmente nazionale. E l’ebbero in effetto; incominciò Carlo quella dinastia de’ Borboni, che or buoni or cattivi son pur diventati napoletani, italiani. Né s’indugiò qui come nell’Italia settentrionale. Mosse subito il Montemar, capitano degli spagnuoli, contro ai tedeschi che risalivan da Bari. A Bitonto s’incontrarono, si combatterono addí 25 maggio 1734. Vinse il Montemar, e ne fu fatto duca di Bitonto e governator di Sicilia. Alla quale poco appresso movendo, approdò a Solanto, entrò in Palermo, ed inseguì poi il resto de’ tedeschi chiusi in Messina; assediolla ed ebbela a patti [25 marzo 1735], nettando cosí di tedeschi i due regni.—Poco appresso [3 ottobre] furono firmati tra Francia ed Austria i preliminari, a cui mal volenterose pur aderirono in breve Spagna e Sardegna; e cosí [19 novembre] fu conchiusa a Vienna la pace generale. Per essa Augusto rimase re di Polonia, onde giá aveva cacciato Stanislao; questi fu fatto duca di Bar e poi di Lorena, sua vita durante, dovendo passare poi questa provincia a Francia; Francesco duca di Lorena, marito di Maria Teresa l’erede d’Austria, dovea passare granduca di Toscana alla morte di Gian Gastone Medici; don Carlo rimase re di Napoli e Sicilia; Parma e Piacenza passarono all’imperatore; e re Carlo di Sardegna acquistò Novara, Tortona e la supremazia de’ feudi delle Langhe, piccola parte di grandi speranze. Ma l’Italia tutta insieme fu quella che s’avvantaggiò piú: un nuovo gran regno nazionale, una nuova gran diminuzione della signoria straniera; questa ridotta a Milano, Mantova, Parma e Piacenza. Da due e piú secoli, da Carlo VIII e Ferdinando cattolico in qua, non mai erasi trovata pesta da piedi stranieri cosí poca terra italiana. Il secolo decimottavo non parlava di nazionalità come il nostro, e, per vero dire, non vi pensava guari; i popoli erano contati per nulla, i principi europei pensavano, trattavano francamente per se soli. Vergogna, che cosí facendo facesser meglio per li popoli che non quelli i quali hanno ora per le bocche continuamente il bene de’ popoli, e li divelgono e sminuzzan poi ad utile proprio; piú apparente, del resto, che non forse reale, piú momentaneo che non definitivo.
27. Breve pace. Guerra della successione austriaca [1735-1749].—Seguirono una breve pace, una lunga e poco men che inutile guerra. Durante la pace incominciarono, Carlo Emmanuele in Piemonte, Carlo Borbone nel suo regno, que’ miglioramenti di che diremo quando si compierono. Ma Toscana fu quella che migliorò piú in questo intervallo. Morì [9 luglio 1737] Gian Gastone, ultimo e forse pessimo dei degeneri Medici, e succedette, secondo i trattati, Francesco marito di Maria Teresa, e primo di quella casa Lorenese, o seconda Austriaca, che essa pure si italianizzò. E cosí s’italianizzino meglio e davvero queste due famiglie di Toscana e di Napoli; io lo ridico, dopo ed a malgrado gli ultimi e sì vari eventi. I quali, non che mutare, hanno sancita la mia opinione, che dalla sola unione di principi e popoli sia da sperare l’indipendenza italiana; i quali hanno mostrato quanto vicini noi siamo a questa quando uniti, quanto discosti appena disuniti; i quali, fra i numerosi e gravi insegnamenti lasciati a’ posteri, lasciano questo sommo, che l’impresa o rivoluzione dell’indipendenza non si debba complicare di niun’altra né di dinastie né di territori che giá sieno materialmente indipendenti. Si gridò, si griderà altre volte «indipendenza italiana!», ma non se ne ebbe finora il concetto, l’idea, ed anche meno la passione vera. E finché non si concepisca che non è paragone tra l’indipendenza e tutti gli altri temporali doni di Dio; finché l’idea e la passione della indipendenza non ispengano le altre idee o passioni nazionali, il giorno dell’indipendenza non sarà venuto. Misere cose sono la mente, il cuore umano; di rado potenti, quand’anche concentrano lor forze; impotentissime sempre quando le distraggono, quando femminilmente, fanciullescamente, od anzi animalmente, corron qua o lá dietro a questa o quell’idea o passione.—Ma pensino i principi, che pur troppo sovente e dappertutto, e massimamente in Italia, si fanno di queste terribili fanciullaggini od animalità; e per amore, se non di noi, di loro stessi, non vi si espongano.—Nel 1740, ai 31 maggio, morí Federigo Guglielmo re di Prussia, e gli successe il figliuol suo Federigo II, detto «il grande»; e morí, ai 20 ottobre, Carlo VI imperatore, e gli successero negli Stati, Maria Teresa, sua figlia, e Francesco di Lorena. Ma a malgrado la prammatica fatta per tal successione da Carlo VI, e riconosciuta poi nei trattati successivi da quasi tutti i principi d’Europa, sollevaronsi allora parecchi; Federigo coll’armi, prendendo subito Silesia [dicembre]; gli altri, colle trattative ed alleanze. Una ne fu fatta a Nymphemburg [18 maggio 1741] tra Francia, Baviera e Spagna, a cui poscia s’accostarono Prussia, Sassonia e re Carlo di Sardegna. L’esercito gallo-bavaro penetrò in Boemia ed Austria [novembre]; l’elettor di Baviera fu proclamato re di Boemia; e in breve imperator Carlo VII [24 gennaio 1742]. Austria era agli ultimi; fu salva dal generoso amore de’ magiari alla giovine, bella e virtuosa Maria Teresa, dall’alleanza antica di sua casa con Inghilterra, e dal trattato da lei conchiuso [lº febbraio 1742] con re Carlo di Sardegna. Fu detto allora di semplice neutralità, ma in breve di vera alleanza. Può, deve far meraviglia questo accostarsi di casa Savoia a casa d’Austria in tale occasione, che sembra essere stata la migliore da molti secoli, di cacciar questa di Lombardia e d’Italia. Ma il fatto sta, che Francia e Spagna sembrano aver voluto allora dar Lombardia non a re Carlo di Sardegna, ma insieme con Parma e Piacenza a don Filippo di Spagna, fratello secondo del re giá spagnuolo di Napoli; e se ciò si fosse effettuato, casa Savoia e Italia aveano a temere il ritorno della preponderanza spagnuola, quasi un ritorno del Seicento. Per altra parte, non è dubbio che una gran differenza sarebbe sorta dall’essere Lombardia e Parma e Napoli non province spagnuole come nel Seicento, ma Stati indipendenti sotto principi, che, spagnuoli o francesi d’origine, si sarebbero in breve italianizzati; ondeché, in tutto, io non so s’io lodi come giusta, o se forse io non biasimi come stretta e mal interessata questa prudenza di re Carlo Emmanuele nell’accostarsi allora a Maria Teresa. Ad ogni modo, bene o male istituita quella guerra, re Carlo la fece bene poi, a modo de’ maggiori. L’aprì in Italia fin dal 1742, assalendo Modena alleata di Spagna; e movendo quindi, per l’Emilia e la Romagna, contro all’esercito venutovi di Spagna. Ma fu tra poco di lá chiamato per l’invasione d’un altro esercito spagnuolo in Savoia [settembre]. Dove accorso re Carlo, respinse dapprima, fu respinto poi, ed invernò in Piemonte.—Nel 1743, combattessi a Camposanto sul Panaro una battaglia dubbia tra gli austro-sardi e gli spagnuoli, e questi si ritrassero; né segui altro fatto di conto colà od in Savoia. Francia, quantunque avesse dato il passo all’esercito spagnuolo, non era ancora in guerra con re Carlo. Ma avendo questi firmato in Worms un trattato di alleanza oramai aperta con Austria [13 settembre 1743], Francia gli dichiarò formalmente la guerra addí 30, ed entrovvi anch’essa dall’Alpi. Ma, in breve, per la stagione avanzata, vi si posò.—Nel 1744, l’esercito gallo-ispano, sotto il principe di Conti e l’infante don Filippo, assalì fortemente il Piemonte fortemente difeso da re Carlo. Incominciaron da Nizza, la presero; e in varie fazioni [aprile] ne cacciarono l’esercito piemontese. Poi, dopo molto dubitare e andar e venire, scesero per Val di Stura e l’Argentiera, presero le Barricate e Demonte, e assediaron Cuneo. Alla quale movendo re Carlo in aiuto, ne seguí, addí 30 settembre, una gran battaglia che, da una chiesetta lá in mezzo, fu chiamata della Madonna dell’Olmo, aspramente combattuta dalle due parti, perduta da re Carlo in ciò che si ritrasse a sera dal campo, ma vinta in ciò che fece entrar soccorso nella piazza. Dalla quale poi e dal Piemonte si ritrasse l’esercito gallo-ispano oltre Alpi prima dell’inverno.—Intanto il Lobkowitz, coll’esercito tedesco, s’era avviato alla conquista di Napoli; ed erasi avanzato poco al di lá di Roma, fino a Genzano. L’esercito spagnuolo e napoletano s’era avanzato alla riscossa fino a Velletri; e quantunque cosí vicini, erano rimasti mesi e mesi i due eserciti a guardarsi, a tastarsi con piccole fazioni, che chiamavasi cent’anni fa un guerreggiar bello e scientifico, or par goffo agli stessi ignoranti. Una notte [10 agosto] il Lobkowitz sorprese Velletri, e poco mancò non isbaragliasse l’esercito nemico, ma fu ricacciato, e non ne seguí altro; fino a che tra le malattie e la noia si ritrassero, l’uno in Romagna e Lombardia e l’altro a Napoli, i due eserciti, derisi dalle popolazioni per via. In tutto, salvo il gran Federigo, il maresciallo di Sassonia, e forse forse il Maillebois, i generali della metà del secolo decimottavo, esageratori, affettatori degli artifìzi tattici e strategici, si potrebbon chiamare i seicentisti dell’arte della guerra.—Ai quali ora succederebbero volentieri, se si desse lor retta, i romantici; quelli che, pretendendo imitar Napoleone (il quale non hanno capito né studiato), vorrebbero guerreggiare senza regola, senz’arte, senza tener conto né di ostacoli naturali, né di fortezze, né di eserciti nemici, anzi senza esercito proprio, con quello solo che chiamano (senza conoscerlo) «entusiasmo». Del resto, costoro son conseguenti nel non voler guerre lunghe né eserciti regolari; non vi vorrebbon andare nemmen per ombra; mentre sorridon loro le guerre di entusiasmo, sempre brevi, non faticose, e di che si ritrae ciascuno facilmente, gridando:—Non v’è piú entusiasmo.—Nel 1745, Genova si alzò contro agli alleati di Worms che abbandonavan Finale al re di Sardegna, ed entrò nell’alleanza contraria di Spagna e Francia [1º maggio]. Quindi unironsi meglio le mosse dei due eserciti gallo-ispani. Il Gages, coll’esercito spagnuolo-napoletano, passando dal Panaro in sulla Magra, si congiunse intorno a Genova con don Filippo e Maillebois che venivan da Nizza; e guerreggiaron poi alcun tempo sul Tanaro e la. Bormida, preser Tortona [3 settembre], Piacenza, Parma, Pavia, vinsero re Carlo in gran giornata a Bassignana [27 settembre], e quindi invasero Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria; invasero il Milanese, entrarono in Milano [19 dicembre]. Insomma, eran precipitate le cose austro-sarde in Italia; mentre crescevano anzi le cose austriache in Germania per la morte dell’imperator bavaro Carlo VII [20 gennaio], l’elezione a imperatore di Francesco I, il marito di Maria Teresa, e la pace conchiusa col piú terribil nemico d’Austria, Federigo II [25 dicembre].—Ma qui, contro all’uso impostomi dalla brevità, dirò d’un semplice negoziato riuscito a nulla; perché, riuscito a suo fine, ei sarebbe stato il fatto piú bello e piú importante di tutta questa storia; e il suo fallire fu uno de’ piú lamentevoli. Re Carlo di Sardegna aveva, nel trattato di Worms con Austria, introdotta una clausula (insueta sì, ma che accettata dall’altra parte davagli un diritto certo ed onorato), che potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi egli aveva libertá di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata a Torino [26 dicembre 1745], un armistizio firmato a Parigi [17 febbraio 1746], ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza, con alcuni accrescimenti all’intorno, a don Filippo; il Milanese a casa Savoia, ed accrescimenti a Genova, a Modena, a Venezia; Toscana sola, come rimase poi, a casa d’Austria; cosicché tutta Italia ne sarebbe rimasta in breve tempo indipendente, e divisa tra principi giá italiani o che sarebbero diventati italiani; e (per piú dolore) tutta Italia doveva poi stringersi in lega a mantener quella indipendenza. Venne il Maillebois, figlio del capitano di Francia, fino a Rivoli, a cinque miglia da Torino, per volgere questi preliminari in trattato definitivo; andò a Rivoli il Bogino, ministro e confidente di re Carlo; ma non si conchiuse, e si ruppe. Fu pretesa prudenza politica per serbar il contrapeso d’Austria? Vergogna, in tal caso! ché anche queste ricercatezze, questi contrapesi sono seicentismi politici; e l’Italia libera di stranieri, piena di principati nazionali, non avrebbe avuto bisogno addentro, ed avrebbe trovati fuori piú utilmente que’ due medesimi contrapesi di Francia ed Austria, e tutta Europa poi interessata a sua indipendenza, quando fosse stata stabilita. Fu timore, dubbio della sincerità di Francia? Noi non possiamo da lungi giudicare se fosser giusti o no siffatti timori; ma la grandezza dello scopo potea valere alcuni rischi. Fu onestà, impossibilità di conchiudere, rispettando la fede agli alleati attuali? Rispondiamo, abbassando il capo, come il giusto ateniese: non desideriamo, a costo d’un tradimento, nemmeno l’indipendenza. Del resto, io scrivo qui d’un principe, di cui, io piú di nessuno, m’allevai a venerar la memoria; scrivo d’un ministro che venero quasi un grand’avo; ma perciò appunto mi si stringe il cuore al rincrescimento, che le venerate destre non abbiano, se era rigorosamente possibile, firmata, or son cent’anni appunto in Rivoli, quella indipendenza d’Italia che non era piú stata da dodici secoli, che non fu piú nel secolo corso d’allora in poi, che tentammo noi invano pur troppo, che si ritenterà, ma Dio solo sa quando e con qual successo. Povera Italia, non avesti finor ventura!—Continuò poi re Carlo, ottimo alla guerra. Sorprese in bella fazione i nemici in Asti, ripresela [5-6 marzo 1746], e liberò la cittadella d’Alessandria [11]. I tedeschi vinsero in battaglia a Piacenza il Maillebois [16 giugno] e ricuperarono Milano, Lombardia; e quindi austriaci e piemontesi, uniti sotto il Botta italo-austriaco, rigettarono i gallo-ispani nell’Appennino e poi nell’Alpi, si presentarono a Genova, l’ebbero a patti [7 settembre] con vergogna di quel governo, e la multarono di grosse somme, e l’oppressero di tirannie e di rapine non pattuite, ma solite contro a’ vinti prostrati. Ma, addí 5 dicembre, tirando alcuni tedeschi un mortaio de’ rapiti per una via che sfondò, voller far violenza ad alcuni popolani per ritrarnelo, e dieder loro busse all’uso patrio. Sollevaronsi lí i popolani, poi di via in via in tutta la città. E per le vie, alle porte, alle mura combattessi ne’ giorni seguenti tra tedeschi e genovesi cittadini, aiutati a poco a poco da’ campagnuoli che accorrevano. Al glorioso dí 10 dicembre, il popolo cacciò i tedeschi dalla città. E tra per sé e gli aiuti di Francia e Spagna la difesero poi dagli assalti rinnovati lungo l’anno seguente; finché, assalito re Carlo nel contado di Nizza, e perduta ivi Ventimiglia e minacciato in sull’Alpi Cozie, ritrasse sue truppe d’intorno a Genova; e, a’ 3 luglio 1747, gli austriaci levarono le loro; e cosí rimase Genova liberata per quel bello ed ultimo sforzo di sua antica virtù.—Fu e rimane sventura che si trovassero colà combattenti piemontesi insiem con austriaci contro a’ genovesi: ma l’ingrata memoria dovrebbe rimanere piuttosto in quelli che furono allor vinti, e non rimane. Così si cancelli questa ed ogni simile da quelle due schiatte piemontese e ligure, le quali sono le due (per non dir altro) piú operose d’Italia; le quali, quando unite davvero, sinceramente, basterebbero non a compiere, ma a far immanchevole il compimento de’ destini d’Italia.—Pochi dí appresso successe il minacciato assalto pel Monginevra. Il cavaliere di Bellisle lo conduceva. Addì 19, i francesi assalirono i piemontesi, trincerati al colle dell’Assietta, capitanati dal Bricherasco. La fazione fu delle piú belle e calde della guerra. I piemontesi vinsero; i francesi si ritrassero oltre Alpi. La guerra continuò, ma languì d’allora in poi. Tutti erano stanchi; Spagna stessa; dove, morto Filippo V [9 luglio 1745], e succeduto Ferdinando VI figlio di lui e di sua prima moglie Savoiarda, era scemato il credito della Farnese, scemata l’ambizione per don Filippo figliuolo di lei. Adunaronsi prima in Breda, poi in Aquisgrana i plenipotenziari; e addí 30 aprile del 1748 firmaronsi i preliminari, addí 18 ottobre il trattato di pace; per cui rimase riconosciuta la seconda casa d’Austria, riconosciuto don Filippo duca di Parma e Piacenza, accresciuta la monarchia piemontese dei due brani dell’alto Novarese e dell’Oltrepò pavese, e Finale riconfermato a Genova. Facendoci forza, e scartando dalla memoria ciò che avrebbe potuto essere altrimenti, dobbiam conchiudere: che fu pace buona, fu progresso all’Italia, scemando la parte straniera, accrescendo la parte italiana di Parma, Piacenza, e de’ brani di Lombardia diventati piemontesi.—Due guerre minori, una delle quali risibile, turbarono altre parti d’Italia ne’ tempi or percorsi. L’Alberoni, cardinal legato di Ravenna, invase la repubblichetta di San Marino [ottobre 1739]; ma fu disapprovato dalla corte di Roma, che restituì quello Stato. E continuò, pur risibile in parte, feroce e funesta in tutto, la ribellione de’ còrsi, aiutata dalle calamità narrate di Genova. Fin dal 1736, approdò lá un Teodoro barone di Neuhof, tedesco, venturiero, cavalier d’industria, come si diceva allora, che, trovato modo d’aver denari e munizioni di guerra dal bey di Tunisi, venne a far il re di Corsica. I poveri còrsi erano in cosí mal punto, in cosí poco senno, che quasi tutti il gridarono re [15 aprile]. Ma, a novembre, il nuovo Teodoro I lasciò i sudditi per andar a cercar nuovi soccorsi, nuove venture. Girò Italia, Germania, Olanda, dove fu incarcerato per debiti, ed onde pur uscì, traendo da quella buona gente nuovi aiuti, nuovi apparecchi di guerra. Con questi tornò a Corsica [settembre 1738], fu riconfermato re, ma cadde d’allora in poi, e partí in breve. Giafferi e Paoli erano i veri capi. Venner francesi in aiuto a Genova, e fecesi un nuovo accordo nel 1740. Ma ruppesi per la solita causa delle tasse nel 1741, e di nuovo si guerreggiò. Nel 1743, Teodoro tentò riprendere il regno, ma non fu nemmeno lasciato approdare, e se ne fu per sempre. Nel 1744 vi fu nuovo accordo. Nel 1745, ardendo la guerra contro a Genova, si ridéstò la sollevazione, aiutata da Sardegna ed Austria, combattuta da Francia e Spagna, fino alla pace d’Aquisgrana.
28. Pace e progressi di quarantaquattr’anni [1748-1789].—Seguirono, tra questa pace e la rivoluzione francese, due altre guerre europee, anzi dell’intiero mondo. La prima, detta «de’ sette anni», s’incominciò dall’Austria insolitamente unita a Francia, per abbattere la nuova potenza di Prussia in Germania; ma s’estese in breve a guerra d’emulazione marittima nelle colonie, e nell’Indie principalmente, tra Francia ed Inghilterra; e finí colla conferma della potenza prussiana in Germania, della britannica nell’Indie, destinate amendue a molto maggiori accrescimenti. La seconda fu la guerra d’indipendenza delle colonie inglesi-americane contro a lor madre patria; e finí colla indipendenza compiuta. Narrata dal Botta in una storia, la cui traduzione rimane in grande stima appresso a quegli americani, è gran danno per noi che sia scritta con modi antiquati, i quali vi fanno men popolare e meno utile lo studio di quel grande esempio. Ad ogni modo, quelle due guerre apparecchiarono il mondo cristiano qual è al presente, tanto e forse piú che non facessero poi quelle stesse della repubblica e dell’imperio francese. Perciocché quella de’ sett’anni fece la grandezza, cresciuta poi e crescitura, della Prussia; e quella d’America fu la prima delle grandi guerre d’indipendenza, le quali son succedute e succederanno alle guerre di libertá.—L’Italia poi non prese parte a nessuna delle due; non alla prima, dove unite Francia ed Austria non era facile, forse non possibile, a casa Savoia il continuar ad accrescersi in Italia, non almeno co’ modi soliti. E la guerra americana poi era troppo lontana, non fu continentale europea.—Seguì dunque all’Italia una pace di quarantaquattr’anni, la piú lunga cosí di quante si trovan rammentate da’ primordi della storia di lei. E questa pace fu feconda a noi di riforme governative e di progressi senza dubbio; ma anche d’indebolimenti. forse politici, e certo militari. Perciocché, cosí va il mondo, cosí è la natura umana pur troppo, che quando i tempi son facili e tranquilli oltre al corso d’una generazione, la generazione che s’alleva in essi non impari le difficoltà, e cosí non quegli atti di vigore, quegli sforzi d’animo e di corpo che son necessari a vincerle; ondeché, quando poi ritornano, ché sempre ritornano le difficoltà, gli uomini nuovi si trovano disapparecchiati, incapaci ad esse. E quindi può essere fortuna che sorgano, od anche arte de’ principi e governanti lasciare o far che sorgano in mezzo alle paci prolungate, quelle operosità, quegli esercizi od anche quelle difficoltà, le quali, senza porre gli Stati a pericoli invincibili, tengano pure esercitate le generazioni novelle ai casi futuri. E ciò sentirono forse, per vero dire, i governi italiani di cent’anni fa; tantoché, anche senza aver chiara quell’idea, senza pronunciare quella parola di «progresso», che sorsero solamente al fine di quel secolo e si sono fatti ora universali, tutti operarono e progredirono piú o meno, indubitabilmente. Ma non è dubbio nemmeno, e i fatti posteriori lo dimostran pur troppo, che que’ governi nostri non operarono, non progredirono abbastanza; che la generazione della fine del secolo si trovò oziosa, languida, insufficiente a’ nuovi casi. Innegabile insegnamento, incancellabile, irremovibile esempio a que’ posteri dei settecentisti, che operano e progrediscono ora non piú che come quelli, o men che quelli. La lentezza, l’andar a poco a poco, sta bene; è prudenza, è virtù non contrastata. Ma qui sta tutta la questione; vedere il punto giusto fino al quale è virtù, oltre al quale è vizio, è paura. E come di noi giudicheranno i posteri dai fatti nostri, cosí noi, giudicando degli avi dai fatti loro, non possiamo se non conchiudere: che quelli non apparecchiarono questi bastantemente.—Napoli fu quella che progredì piú nel secolo decimottavo; il passare da provincia straniera a Stato indipendente, fu progresso incomparabile per sé, e fonte poi di altri innumerevoli. Acquistar principe proprio, ministri, tribunali, magistrati, milizie nazionali addentro, ministri e consoli patrii a curar gl’interessi fuori; riversar le imposizioni (sien poche o molte od anche troppe) tutte in casa, son vantaggi superiori sempre a qualunque altro. Naturalmente poi, sorse la necessità di riordinar ad uso proprio quant’era stato ad uso di signori stranieri; e i riordinamenti intrapresi in tempi civili fanno sempre sparire molti residui di barbarie. Così fu operato nel Regno, ma timidamente; furono migliorate ad una ad una le leggi civili, criminali, commerciali, ma non ordinate in codici; undici legislazioni erano, undici rimasero. Furono scemati i diritti, cioè le eccezioni, cioè le ingiustizie feodali, ma non tolte di mezzo radicalmente, che era il solo rimedio buono a tal peste. E dalla depressione de’ nobili era giá nato e crebbe piú che mai un altro malanno, la oltrepotenza, l’ingerenza in tutto de’ curiali; e chi non creda a me, creda al Colletta, che ciò deplora. E furono scemati i diritti del fòro ecclesiastico, gli asili; fin dal 1741 fu fatto a ciò un concordato con Roma. Furono ordinate le finanze, ma poco bene; furon lasciate a impresa le tasse indirette, fu introdotto il lotto. Cacciati dal Regno gli ebrei; tentata introdurre l’inquisizione da un arcivescovo zelante, e repulsa dall’opinion pubblica, e quinùi dal re. Del resto, grandi abbellimenti in Napoli: ampliato l’edifizio degli Studi; edificate le ville regie di Portici, di Capodimonte, di Caserta, il teatro di San Carlo [1737]; incominciati gli scavi di Ercolano [1738] e di Pompei [1750]. Strade magnifiche furono fatte, e dette «per le cacce» del re, intorno a Napoli; ma poche per il pubblico, e meno per le province lontane. Tutto ciò sotto a Carlo I e Tanucci ministro di lui. Morto poi [10 agosto 1759] Ferdinando VI re di Spagna senza figliuoli, succedevagli Carlo di Napoli, e prima di partire regolava la successione ai due regni disgiunti giá dai trattati. E perché de’ tre figliuoli suoi il primo era scemo di mente, egli piangendo fece riconoscere tale sventura, e dichiarò successor suo a’ regni di Spagna Carlo Antonio che era il secondo; e re di Napoli e Sicilia il terzo, Ferdinando fanciullo d’otto anni, con una reggenza finché non avesse i sedici compiuti. E il medesimo dí [6 ottobre] salpò per Ispagna, dove regnò poi sotto nome di re Carlo III, non senza gloria di riformatore piú ardito, eppure anche lá insufficiente. Continuò quindi in pace e progressi la reggenza napoletana dal 1759 al 1767; e cosí poi il regno effettivo di Ferdinando IV. Continuò a governar Tanucci; e continuarono le riforme, massime nell’istruzione pubblica e nelle cose ecclesiastiche. Eran secondate piú dall’opinione straniera che non dall’italiana o napoletana; ma questa obbediva agli ordini di Spagna, ché, come dice il Colletta, «una servitù vincea l’altra». Il re fu educato agli esercizi, a forza corporale, ma a rozzezza, grossezza, volgarità, e, come si vide a suo tempo, barbarie e debolezza unite. Ad una carestia del 1764 fu mal proveduto con troppi provedimenti e proibizioni: alla calamità del gran terremoto di Messina [1783], molto meglio. Un patto di famiglia [1761] strinse le quattro case borboniche. Nel 1776, cessò l’omaggio della chinea al papa, che protestò poi ogni anno. De’ gesuiti siam per dire. Nel 1777, il Tanucci, dopo quarantatré anni di potenza, fu cacciato dalla regina Carolina Austriaca; e furono d’allora in poi potenti e prepotenti essa ed Acton, un inglese venuto per ammiraglio nel 1779 e salito poi a ministro. E quasi ogni cosa si fermò, peggiorò d’allora in poi. La milizia e la marineria sì furono promosse, ampliate, ma piú a pompa che a forza vera, e si vide pur troppo quando venner alle prove.
29. Continua.—Ed ora, risalendo la penisola, veniamo a Roma. Pontificò fino all’anno 1758 Benedetto XIV [Lambertini]; papa letterato, protettor di lettere ed arti, restauratore ed edificator di monumenti, non nepotista, pio, intenditor de’ tempi suoi, tollerante di essi; e cosí tanto miglior capo di quella Chiesa, la quale appunto, per esser immortale ed immutabile, debb’essere ed è adattabile a tutti i tempi.—Morì nel 1758; successegli Clemente XIII [Rezzonico, 6 luglio], meno arrendevole, piú severo, piú acre difensore dei diritti acquistati lungo i secoli dalla curia romana. Guastossi con Genova, con Venezia, con Parma, colle quattro corti borboniche. Ma non era tutta colpa sua. È vero che non erano piú tempi che tutte le libertá, tutte le colture, tutte le liberalità fossero degli ecclesiastici, venisser da essi; cosí venendo, fossero aiutate dall’opinione pubblica; è vero che la liberalità giá s’era fatta secolare, che l’opinione favoriva i principi alla ricuperazione di molti poteri tolti loro nel medio evo; ed è vero che rilasciarne molti poteva esser bello e liberale ne’ papi moderni. Ma era forse poco merito, ed era certo poca liberalità ne’ principi l’acquistarli: la liberalità (non si può dire e ripeter troppo) sta nel dare, e non nel prendere o nel far dar da altrui; e la vantata liberalità dei principi del secolo decimottavo fu tutta nel prendere o far dare, prendere o far dare diritti feodali dai nobili, prendere o far dare diritti ecclesiastici dalla Chiesa. Né dico che questo non fosse in tutto un progresso: ma dico che non era liberalità di principi; e che essi non diedero mai nulla del proprio, nulla dei diritti o degli acquisti o delle usurpazioni della sovranità, nulla di ciò che sarebbe stato ad essi liberalità e forse utilità il concedere. E dico che dei diritti feodali essi non fecero, non poterono far rilasciar troppi, ché troppo era quanto ne rimanesse. Ma dico (contro all’opinione di molti, lo so), che nella ricuperazione de’ diritti di sovranità contro alla Chiesa, molti, quasi tutti i governi del secolo decimottavo, principi o repubbliche, passarono il segno; come Genova, quando non volle lasciar mandare dal papa un visitatore o riordinator ecclesiastico nella Corsica sollevata; come Venezia, quando volle regolar le relazioni tra ecclesiastici regolari ed ordinari; come le corti borboniche, quando, sequestrando Avignone, rifecero esse ciò che fu tanto e giustamente rimproverato ai papi, il mescolar le ostilità spirituali e temporali. Col re Carlo di Sardegna, solo forse moderato e rispettoso in tutto ciò, papa Rezzonico non si guastò.—Del resto, tutte queste dispute ecclesiastiche erano inasprite, ingrossate da un’altra, non so s’io dica maggiore, o se anzi non ne sorrideranno i posteri un dí, da una disputa, una sollevazione quasi universale contro a un ordine di frati, o monaci, o conventuali, o religiosi regolari che voglian essere, ed importa poco, contro ai gesuiti. Se mi fosse possibile schivar questo assunto, io lo schiverei, per non iscostarmi qui da molti miei consenzienti ed amici, e non parer accostarmi a coloro dai quali io dissento quasi generalmente. Ma io sacrificai testé affetti e riconoscenze molto piú strette; e sacrificherò queste, se mai, al dovere storico, di non omettere nella narrazione assunta ciò che, bene o male, degno o risibile, fu pure l’affare che piú occupò l’Italia, la cristianità in questi anni; ed al dovere conseguente di dirne ciò che credo verità, ciò che, cessati gli interessi, le parti, le passioni presenti, non parrà forse indegno del nome di «liberalità», ciò che sarà forse liberalità de’ nostri posteri. Io dissi gia la bella idea di sant’Ignazio, la bella istituzione de’ gesuiti, fatta per servire alla propagazione della cristianità tra gli infedeli, alla difesa della cattolicità contro a’ nuovi dissenzienti. E fecero i gesuiti l’opera prima magnificamente sempre intorno al globo, la seconda con grande operosità ed utilità da principio. Ma in questa io crederei che si guastassero prontamente: che portati dal loro zelo ne’ paesi tiranneggiati dai dissenzienti, v’imparasser troppe arti di nascondersi, di dissimulare o simulare; troppo ardore, troppa fiducia in sé, troppa ostinazione nella lor parte, indubitalmente buona nel suo scopo cattolico, ma soggetta a errori, come ogni umana cosa, ne’ mezzi, nelle applicazioni. Un cinquanta anni e non piú, giá il notammo, durò il trionfo, l’ampliarsi della Riforma; ed un cinquant’anni cosí la bella guerra difensiva dei gesuiti in Europa. Ma col fermarsi i progressi della Riforma, collo scemare i pericoli che ci venivan da lei, scemò l’utilità europea de’ gesuiti; e scemò la purità della loro operosità. Certo, o mi pare, tra le vicende della lega in Francia essi non furono giá incolpevoli. Né il furono quando, cessate le guerre religiose, essi portarono le medesime arti, i medesimi fervori alle corti di Luigi XIV, di Giacomo II, e in altre. I conventuali d’ogni sorta furono chiamati per necessità nei pubblici affari, ai tempi che essi erano soli colti, che soli quasi sapean leggere e scrivere. Ma subito che altri furono a saper leggere e scrivere, e i religiosi ebber cosí perduto questo vantaggio, essi furono naturalmente gli uomini meno atti al mondo, meno educati e conformati a’ pubblici affari; le loro solitudini, le loro educazioni, le loro occupazioni ne li rendono incapacissimi. Molti ammirarono, or lodando, or esecrando, le destrezze, l’abilità, la politica de’ gesuiti: ma essi furono forse i piú impolitici, i piú mal abili degli uomini; mal abili in generale agli interessi secolari che non poterono imparar ne’ loro collegi; mal abili in particolare agli interessi politici che sono i piú difficili della vita secolare; abili soltanto, o poco piú, che ai loro interessi propri famigliari, cioè a quegli accrescimenti di sostanze, di fortuna, od anche di credito e di fama, che sono, come si vede nel mondo, la infima delle abilità. Se fossero stati abili, essi avrebbon fuggita non che la politica, ma fin le apparenze della politica, che non era, che non doveva essere loro ufficio, che doveva essere, che fu lor perdizione. La loro inabilità politica li fece cadere in parecchi men colpe che errori: la inabilità loro li fece parere caduti in piú errori che non caddero; li fece parer colpevoli delle male intenzioni che non ebber né poterono aver mai; li fece accattarsi gli odii, le invidie degli altri ordini religiosi, di molti ecclesiastici secolari, degli uomini di mondo e di lettere e d’affari, de’ magistrati, de’ ministri, e de’ principi. Ne’ tempi poi di che trattiamo, s’aggiunse contra essi un odio onorevole ad essi, quello de’ nemici della cristianità, i quali, comunque si chiamino, certo furono allora molti e potenti. Questi si valsero dell’invidie, delle divisioni interne nostre, esultarono di rivolger cattolici contra cattolici; i ministri de’ principi esultarono di tal aiuto contro a que’ religiosi faccendieri incontrati ad ogni tratto; una regia meretrice, la Pompadour, esultò di punirli d’una loro severità, che, rara o no, essi rivolser certo una volta contra essa; i principi, piú o meno abbindolati, esultarono di far questo passo di piú nelle riforme ecclesiastiche tanto allora applaudite, esultarono di parer liberali, progressisti, o, come si diceva allora, «filosofi», senza costo proprio, ed anzi incamerando collegi, chiese, palazzi, masserie e masserizie, milioni. Insomma, i gesuiti furono cacciati di Portogallo [1758, anno primo del pontificato di Clemente XIII] da un Pombal, ministro assolutissimo anzi tirannico d’un re tiranno e dissoluto, sotto accusa di aver partecipato a una congiura contro alla vita di quel re, ove furono implicati e suppliziati i nemici particolari di Pombal. Furono cacciati di Francia nel 1764, al tempo aureo di Luigi XV e sue cortigiane maggiori e minori, di Choiseul cortigiano di esse, e del parlamento allor cortigiano di Choiseul; cacciati in séguito al fallimento d’uno di que’ padri in America ed al risarcimento negato dalla Compagnia, a molti errori insomma di questa. Furon cacciati di Spagna nel 1767 da Carlo III ed Aranda ministro di lui, sotto accusa di partecipazione ad una sollevazione popolana fatta per serbare i cappelli ed i mantclli aviti. E furono quindi cacciati nel medesimo anno, per impulso delle due corti borboniche maggiori, dalle due minori ed italiche, Napoli e Parma. E perché in Portogallo s’arrivò al sangue ed ai supplizi, e in tutti gli altri paesi la cacciata si effettuò con modi subitani, arbitrari, crudeli, avidi, segreti, e senza render conto pubblico di nulla, ei mi par poco dubbio che i nostri posteri liberali compareranno tutta questa cacciata a quella dei templari del medio evo, e si sdegneranno che tanti loro predecessori abbiano accettate come liberalità o progressi cosí fatte nefandità. Se non che, essi si sdegneranno forse anche piú che dopo tanti progressi veri fatti dalla opinione liberale d’allora in poi per tre quarti di secolo, e (che è piú o peggio) negli anni appunto che l’Italia avea per le mani la somma opera della sua indipendenza, ella quasi tutta, e non esclusi molti degli uomini maggiori suoi, si distraesse a simili odii, simili faccende da frati e sacrestie. Né rimarrà nome di «liberalità» o «progressi», nemmeno a quelle paure, che fanno anch’oggi escludere i gesuiti soli dal diritto comune di tolleranza e di libertá. Ad ogni modo, le cacciate dei gesuiti occuparono tutto il pontificato di Clemente XIII; ondeché io non mi so meravigliare, se mai in alcuni particolari, che non abbiam luogo a cercar qui, egli oltrepassò i termini di una giusta resistenza.—Morto esso quindi nel 1769, gli succedé Clemente XIV [Ganganelli, 18 maggio]. Il quale, pressato dalle quattro corti borboniche, come giá era stato il predecessore, di abolire del tutto, dappertutto, l’abborrita società, resistette, indugiò d’anno in anno. Ma non fu aiutato in tal resistenza dalla società stessa, nella quale si pronunziò, si pose allora quella massima fatale «Sint ut sunt aut non sint», quella massima forse irreligiosamente superba e non ignaziana, e certo impolitica; irreligiosamente superba, perché la società sola della Chiesa divinamente istituita è immutabile quaggiú, e mutabili, riformabili sono le società istituite nella Chiesa, e cosí gli ordini religiosi che tutti si riformarono, salvo questo; massima poi non ignaziana, perché sant’Ignazio coordinò appunto meravigliosamente la società al secolo suo, ond’è a credere la coordinerebbe ora e si sdegnerebbe di non vederla coordinata ai secoli nostri; massima impolitica finalmente, perché i tempi son sempre potentissimi a respingere tutto ciò che non si coordina ad essi. Ad ogni modo, dopo quattr’anni di peritanze, Clemente XIV diede il breve di abolizione [21 luglio 1773]. Tale poi era l’andazzo assoluto, tirannico di quel secolo, di quel fatto, che Clemente XIV, il quale lo compiè dubitando ed invito, lo compiè pure tirannicamente e incarcerando il generale ed altri de’ padri. Ma se ne addolorò, ma languí, e in breve morí [1774], e fu detto di veleno. Portato a cielo dagli uni, esecrato oltre a ciò che par conceduto dalla carità e dal rispetto cristiano dagli altri, fu in effetto dottissimo, pio, virtuoso, sincero pontefice.—Succedette Pio VI [Braschi, 1774], e libero esso della preoccupazione de’ gesuiti, attese al miglioramento dello Stato. Ma, e per quell’indugio, e per la duplice natura di quel governo spirituale, ed in ciò immutevole, e temporale, e per quella compagnia poco mutevole, ed anche poi per natura personale di Pio VI, che fu ne’ suoi principi papa nepotista, protettor di lettere ed arti, splendido, elegante, pomposo e quasi imitator de’ papi del Cinquecento; per tutto ciò le riforme dello Stato romano furono molto minori, che non quelle degli altri d’Italia. Fece musei, intraprese il risanamento delle paludi Pontine, fece un viaggio a Vienna, per iscemar l’ardore delle riforme, eccedente lá quanto facevasi da’ principi italiani. Ed interrotto poi dalle preoccupazioni delle rivoluzioni di Francia e Italia (nelle quali il vedrem finire non senza grandezza), tramandò cresciute poi a’ successori, anche presenti, le difficoltà e necessità delle riforme di quello Stato. Noi lasciam altri (dicevam noi al principio del 1846) invocare un Gregorio VII, che non ci par né possibile né desiderabile a’ nostri dí, né a niuno futuro e prevedibile, sulla Sedia romana; ma con tutto l’ardore d’un figliuolo rispettoso e devoto, d’un italiano che desidera la conservazione di tutti i principati italiani, noi invochiamo, noi preghiamo da Dio la grazia d’un Sisto V o d’un Gregorio XIII, od anche meglio; d’un riordinatore conforme ai tempi, di quello che è il piú antico, che fu giá il piú glorioso, che fu e può esser ancora il piú benemerito della civiltà cristiana fra gli Stati italiani.—E corsi pochi mesi, Dio esaudì la preghiera italiana e cristiana; e l’Italia e la cristianità alzarono un grido unanime di gratitudine e di amore. Poi, corsi pochi anni, il gran dono di Dio fu sciupato dai soliti eccessi italiani: eccessi d’ingratitudine e scelleratezza da una parte, eccessi di rigore vendicativo dall’altra: vittime in mezzo, Pio IX, l’Italia, la cristianità.
30. Continua.—Or accenneremo piú brevemente le riforme non dissimili fatte altrove.—Lente e poche furono dapprima in Toscana, governata da Richecourt in nome del signor lontano e straniero, l’imperator Francesco I. Non passaron guari le materie ecclesiastiche. Ma morto quello [18 agosto 1765], e succedutigli in Austria e nell’imperio il suo figlio primogenito Giuseppe II, e in Toscana il secondo Pietro Leopoldo, questi non solamente continuò le riforme ecclesiastiche, ma nel 1787 convocò un sinodo di vescovi toscani che fu riprovato da Roma. E fece insieme tanti e cosí vari ordinamenti civili, che sarebbe piú breve dire le cose da lui tralasciate che non le ordinate. Ai feudi, ai comuni, alle leggi civili e criminali, alle finanze, alla libertá dell’industria e de’ commerci, all’agricoltura, all’istruzione pubblica, a quasi ogni cosa si volse e provide cosí bene, che si potrebbe dire esserne riuscita Toscana lo Stato meglio ordinato di que’ dí, e modello perenne a qualunque principato assoluto. Ebbe sì il vizio di tali Stati; una polizia, una smania di sapere e regolare eccessiva, inquieta, incomoda, ficcantesi ad antivenire il male, non solamente colle leggi generali, che è dovere e possibilità de’ governi, ma colla prevenzione d’ogni caso, che è impossibilità. Ma questo fu male piccolo e passeggiero di natura sua. Peggiore e durevole fu che attese poco e male ad ordinar niuna milizia stanziale, che trascurò o disprezzò questa quasi spesa inutile in uno Stato piccolo ordinato ad economia e filosofia, e che tramandò questa trascuranza e questo disprezzo a’ posteri principi e popoli, i quali n’han portate le pene, e non se ne correggono perciò. Del resto, il Botta (libro L) ha tolto da uno scrittore straniero il cenno d’un governo deliberativo, che si pretende essere stato ideato da Leopoldo per Toscana; e non vedendo effettuata tale idea, il Botta dubita poi, se Leopoldo l’avesse veramente o se la lasciasse, «visti i mali prodotti da quelle assemblee in paesi illustrati da sole caldo». Ma s’ei l’ebbe e la lasciò, io crederei piuttosto ei la lasciasse per la solita ripugnanza che hanno i principi, che aveano particolarmente quelli del secolo scorso, a far concessioni. Ad ogni modo, morto Giuseppe II nel 1790, passò Leopoldo ad Austria ed all’imperio, e gli succedette in Toscana suo figliuolo Ferdinando III.—In Parma e Piacenza entrò a signoreggiar l’infante don Filippo per la pace d’Aquisgrana [1748]; e governò sotto lui Dutillot, un francese, de’ filosofi di quel tempo, che anch’egli fece riforme ecclesiastiche e buoni ordinamenti civili, e chiamò letterati d’altri paesi d’Italia e di fuori, fino alla morte del duca Filippo [18 luglio 1765], e poi durante la minorità del duca Ferdinando figliuolo di quello. Ma cresciuto questo e preso il governo, cacciò Dutillot, e rimutò ogni cosa; da grandi contese, a grandi arrendevolezze per Roma; da progressi, a timiditá, immobilitá.—In Modena signoreggiò il duca Francesco III fino al 1742, e gli succedette poi Ercole Rinaldo ultimo degli Estensi, principe buono, e che solo forse de’ contemporanei non contese con Roma, ma che fu poco riformatore e gretto principe.—Delle due repubbliche poi, Venezia oziava, poltriva, marciva. Le contese con Roma erano solo moto che agitasse quella paludosa tranquillitá. Del resto, pace, beato far niente, carnovale quasi perpetuo, ozi e vizi. Non piú guerre continentali da due secoli e mezzo, non marittime contro a’ turchi dal principio del decimottavo; non riforme, non mutazioni, non miglioramenti di niuna sorta; commerci cessanti, perché, da maggiori che erano stati giá, diventarono, non progrediendo, prima pari, poi minori degli stranieri progrediti. La smania di difender qualunque cosa d’Italia, anche i malanni, fece difendere, lodare questa vergognosa decrepitudine veneziana; i nipoti, se risorti, ne giudicheranno. Dicesi delle aristocrazie che elle sono conservative; ed è vero; ma resta a sapere se sia bene o male il conservar le decrepitudini, e se conservandole si conservino gli Stati, o non anzi si precipitino.—Genova avea conservato piú commerci in pace, piú partecipazioni alle guerre italiane, senza dubbio; e l’ultimo fatto della propria liberazione era tale, che parrebbe averla dovuta rinnovare. Ma anche di lei si mani festò la vecchiezza all’incapacitá di saper reggere e serbare i sudditi. Continuarono dopo la pace d’Aquisgrana le parti in Corsica; rimastivi i francesi per aiutar Genova a tenerla, incominciossi a parteggiare per essi contro a Genova, e continuossi a parteggiar da altri per la libertá. Capo di questi era il Giafferi; fu assassinato dal proprio fratello [3 ottobre 1753]; crebbene, se n’inasprì sua parte; chiamò a reggerla Pasquale figlio di Giacinto Paoli, esuli amendue al servigio di Napoli. Natura forte, insulare, ma educata a civiltá, come quella poi di Napoleone, Pasquale Paoli avea del grand’uomo; e intese a liberar insieme e incivilire i suoi. Eppure (terribile insegnamento a chi anche con buone ragioni cerchi a dividere, o, se si voglia cosí dire, a liberare l’una dall’altra due parti d’Italia), or vedremo a che riuscisse. Approdò a’ 29 aprile 1755; fu riconosciuto da gran parte del popolo, rigettato, combattuto solamente da Matra, uno de’ capi che in breve fu vinto e passò a’ genovesi. Paoli ordinò un governo rappresentativo repubblicano, lui capo, e quasi dittatore, con titolo di «generale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica»; ordinò una milizia non permanente ma che accorreva ad ogni cenno suo, ad ogni bisogno. Con questa mantenne la libertá del paese, delle popolazioni, ma non riuscí a cacciare i genovesi da parecchie delle cittá; e fa meraviglia il veder rimasti esso e i còrsi non pochi anni in tal condizione precaria, in sulla difensiva, senza ultimar la cacciata de’ lor nemici. E fosse in essi impotenza, o fiacchezza, o lentezza, ciò fu lor perdizione. Due volte i genovesi richiamarono i francesi: la prima, nel 1756 per due anni; poi, nel 1765 sotto Marbœuf per quattro anni, ma fu per sempre. Addí 15 maggio 1768, a Versailles, Genova cedette l’isola a Francia, serbandovi una sovranitá nominale. Quindici mesi appresso [15 agosto 1769] vi nascea Napoleone; e quindi per que’ patti, per cosí poco tempo frapposto, resta disputato tra Italia e Francia il grand’uomo. Per tali patti la mala contesa d’italiani contra italiani ebbe il fine solito, la soggezione a stranieri; per tali patti resta divelta d’Italia quella nobil isola. Paoli resistette, perdurò un anno ancora. Ma Francia guerreggiava ora per sé; guerreggiò forte e grosso; e Paoli, vinto, lasciò l’isola addí 13 giugno 1769. Esulò in Inghilterra, onde il vedremo tornare, e di nuovo inutilmente.—Ed ora (trascurando le repubblichette di Lucca e San Marino e i principatuzzi di Monaco e Massa, che porterebbero a dodici la somma degli Stati indipendenti italiani a quell’epoca), or ci volgiamo all’ultimo e piú forte e vivo di essi, al Piemonte. Ma la sua vitalitá speciale, e allor sola, stava nella guerra; e dal 1748 in poi sempre rimase in pace. Dicemmo che quando s’aprí tra Austria e Prussia la guerra de’ sette anni, avendo Francia presa parte per Austria, quest’alleanza novissima allora tolse a Carlo Emmanuele III l’occasione solita di entrar in guerra. Fu sventura? Ad ogni modo fu cessazione dell’operositá guerriera di Piemonte. L’esercito tenuto in piè, riordinato, esercitato non vi supplí. Né vi supplirono le operositá di pace, le riforme, i progressi civili fatti qui, del resto, anche meno arditamente che non altrove. Furono in tutto progressi di principato assoluto e non piú; riforme ecclesiastiche piú moderate che altrove; riforme feodali contro a’ signori; uniformitá, centralitá di governo; giustizia retta e severa; severo reggimento delle finanze; e per la prima volta da molto tempo, severi costumi, severa corte. Fu, in tutto, regno piú buono che grande, ed uno buono dopo uno grande è forse giá decadenza. La Sardegna, rozza ancora, quasi barbara, fu quella che si fece progredir piú, per portarla a quel segno delle altre province che si voleva arrivare, non oltrepassare. Lá furono fondate [1764, 1765] le universitá di Cagliari e Sassari. Ma in Piemonte bastò il mantenere, non si vollero forse avanzare gli studi. Ad ogni modo, avanzarono da sé; era giunto il tempo che Piemonte entrasse nelle colture italiane, e v’entrò splendidamente, come vedremo. Fu grave macchia di questo regno, Giannone esule da Napoli a Ginevra, e di lá venuto a Savoia per far sua pasqua, e cosí arrestato e tenuto poi prigione nella cittadella di Torino, dove morí il 7 marzo 1748. Tutto ciò per mal compiacere a Roma, a danno altrui, dopo averle dispiaciuto a profitto proprio. Morí Carlo Emmanuele III ai 20 febbraio 1773. Succedettegli suo figlio Vittorio Amedeo III, minore di lui. E fu servito da uomini pur minori; sia perché ogni principe li cerca pari a sé, sia perché gli uomini eran cresciuti dammeno in tempi piú facili. Amò, curò, esercitò molto, anzi esageratamente, la milizia; e per avere, nella pace non interrotta, un grosso ed allestito esercito, scompose le finanze assestate dal padre, e gravolle di grossi debiti, cattivo apparecchio alle guerre future. Istituí l’Accademia di Torino; amò piú che il padre le lettere e i letterati, e volle proteggerli; ma non dando loro libertá eguale a quella che giá cresceva per essi altrove, fu vergogna del regno suo, che i maggiori uomini di esso, Lagrangia, Alfieri, Denina, Bodoni ed altri, si facessero illustri o grandi, trapiantandosi altrove. Del resto, fu principe buono, amato, ma quasi compatito da sudditi e stranieri.—Finalmente, nella provincia straniera, in Lombardia, incominciaronsi le riforme, i progressi sotto l’imperio di Francesco I e di Maria Teresa. Poi, morto il primo [18 agosto 1765], e succeduto lor figliuolo Giuseppe II all’imperio, e fatto fin d’allora co-reggente degli Stati austriaci dalla madre superstite, e succeduto a questa poi nel 1780, egli fu riformatore piú ardito di tutti, principalmente nelle cose ecclesiastiche; né vi si fermò, per le supplicazioni e il viaggio a Vienna, che dicemmo, di Pio VI. Frati, monache, ecclesiastici ordinari, beni di chiesa, asili, immunitá, a tutto mise mano. Del resto, migliorò ed ordinò in codici le leggi civili, le penali e quelle di procedura; migliorò gli ordini comunali, ordinò la pubblica istruzione, protesse dotti e letterati. E cosí acquistò gran nome, fu posto in cima de’ principi riformatori ed amici di libertá da que’ contemporanei di lui, a cui pareva esser liberati, al cader di que’ privilegi signorili e religiosi che eran pur diminuzione della potenza assoluta e straniera, al livellarsi di tutto e tutti sotto questa. Il conte di Firmian fu ministro a ciò in Italia, e fece Lombardia invidiata da quegli italiani troppo numerosi sempre, i quali, non desti al sentimento dell’indipendenza, non si curan d’altro che di vivere, tranquillamente amministrati, alla giornata.—E cosí in tutto s’era progredito incontrastabilmente; i popoli godevano, i letterati lodavano; gli amici stessi di quel progresso universale, di che incominciavasi a concepir l’idea e pronunziare il nome, esultavano, speravano. E come alla fine del secolo decimoquinto, cosí alla fine di questo decimottavo, l’Italia, poco men che tutta indipendente, pareva avviata a felici destini. Ma in breve si vide una seconda volta, che non è fatto nulla quando non è fatto tutto in materia d’indipendenza; che niun progresso nazionale dura, finché non è fatto quello il quale solo è guarentigia di quanti son fatti, solo buon avviamento a quanti mancano. E si vide che tutte le vantate riforme del secolo decimottavo non erano apparecchi sufficienti a ben ricevere l’occasione che s’avanzava, l’occasione che avrebbe potuto essere d’indipendenza finalmente compiuta, che fu all’ultimo di cresciuta dipendenza.
31. Le guerre della rivoluzione francese fino alla pace di Campoformio [1792-1797].—Il nome che rimarrá nelle storie universali future alla rivoluzione francese, quando altre passioni, altri interessi passeggeri saran succeduti a quelli che reggono ora l’Europa, sará probabilmente quello di restaurazione del governo deliberativo e rappresentativo sul nostro continente. Tutte le nazioni figliate dal congiungimento de’ popoli tedeschi co’ romani ebbero sí il governo deliberativo ma non il rappresentativo, assemblee deliberative ma non nazionali. Carlomagno si adattò al governo deliberativo, anzi lo restaurò; e fu cosí grande poi, che potrebbe bastar l’esempio di lui a provare che son compatibili tal governo e la grandezza personale del principe. Poi da Carlomagno al secolo decimoprimo cadde tal governo imperfettissimo, incapace di reggersi da sé. Sorti i comuni al fine di quel secolo, ne risultò, nelle numerose cittá italiane, quel governo repubblicano mal ordinato addentro e peggio fuori, di che abbiam notato a’ luoghi loro le origini, le vicende, ed il triste fine; ma risultò, nello stesso tempo all’incirca, quell’introduzione che pur accennammo de’ comuni, cioè dei loro deputati popolari nelle assemblee deliberative delle monarchie europee, delle tre grandi di Spagna, Francia ed Inghilterra principalmente. E allora si può dir fatta la grande invenzione della rappresentanza, allora passato il governo deliberativo a rappresentativo. Ma fu, come parecchie altre fatte a tempi immaturi, invenzione precoce, incapace di produrre gli effetti suoi. Decadde essa pure, fu negletta dai popoli quasi inutilitá, incommodo e carico; tralasciata dapprima, abolita poi quasi intieramente dai principi come difficoltá ed impossibilitá nel governo di loro Stati cresciuti. Tra il primo terzo del secolo decimosesto e il primo terzo del decimosettimo furono spenti tutti i governi rappresentativi, stabiliti governi consultativi (in breve caduti in assoluti) in tutta Europa, tranne Inghilterra. Nella quale fu fatto sí il medesimo tentativo, ma fallí; e dal tentativo fallito, dalla vittoria del governo rappresentativo riuscí questo nel 1688 finalmente quasi perfetto; e questa fu la prima restaurazione di esso, appena attesa allora, appena studiata per parecchi anni, sul continente europeo. Un lungo secolo, centun anni dovetter correr prima che si pensasse a niuna imitazione. Vi si pensò, se ne incominciò in Francia nel 1789; e pur troppo il pensiero fu leggiero, l’imitazione breve, i pervertimenti molti, pronti e gravi e non finiti in quella pur essa incostante, pur essa misera nazione. Ma intanto, tra gli errori e le sventure di Francia, il gran pensiero, la grande imitazione dell’Inghilterra, la seconda e maggiore restaurazione del governo rappresentativo, s’è diffusa in Germania, in Spagna, in Grecia, in Italia, in tutto il continente europeo, tranne Turchia, Russia, e non so s’io dica alcuni principati italiani. Quindi non è dubbio che l’anno 1789 è per tutto questo continente una delle epoche piú grandi e piú atte a segnare e dividere le sue etá storiche, è l’èra della sua libertá rappresentativa restaurata. Ma perché l’Italia non entrò realmente in tal restaurazione se non cinquantanove anni appresso; e perché poi in quest’Italia, che non ebbe in essi, che non ha nemmen ora l’indipendenza, la stessa questione di libertá non è (per chi senta e sappia virilmente) se non secondaria; e perché, se ciò sia vero, noi abbiamo fatto bene, e se non sia, abbiamo errato con meditata sinceritá, e non ci possiamo quindi ricredere; perché, dico, ad ogni modo abbiamo da gran tempo divisa la storia italiana secondo questo interesse primiero dell’indipendenza, e cosí chiamato quest’ultima etá delle preponderanze straniere; perciò noi non possiamo se non comprendere in essa, ed anzi nel periodo terzo delle preponderanze francese ed austriaca, i venticinque anni corsi dal 1789 al 1814. Non è condizione piú anormale all’universale civiltá, che quella d’una nazione senza indipendenza; e l’anormalitá della condizione trae seco l’anormalitá della storia. E il fatto sta che la grand’èra europea del 1789 non introdusse per noi niuna condizione, niuna mutazione, niun fatto nuovo che sia rimasto grande e durevole. Ne preparò alcuni, è vero; ora incominciamo a saperlo; preparò questa libertá che incominciamo ad avere. Ma non possiamo dire che incominciamo ad avere l’indipendenza. E finché non l’avremo, io sfido chicchessia a dire se sia finita l’etá delle preponderanze straniere. Ad ogni modo, il secolo decimottavo diede uno spettacolo duplice; da una parte, Inghilterra sola progrediente ed in quel governo rappresentativo di che ella aveva allora la privativa, ed in ogni sorta di felicità e grandezze interne ed esterne; dall’altra parte, l’Europa continentale incompiutamente progrediente in quelle riforme che noi accennammo per l’Italia, riforme ecclesiastiche e feodali, ma non riforme del principato, non restaurazioni di libertá. Molti dissero allora e poi di queste riforme che elle furono imprudenti, ed io credo che dican bene; imprudentissimo fu al principato riformar tutto, salvo se stesso; esser liberale de’ diritti altrui e non de’ propri; insegnare a’ popoli tutte le libertá, e negar loro quella civile e politica che essi desideran piú e che comprende l’altre. Non ci è mezzo; o non bisogna educare i popoli, o bisogna compier loro educazione; o non bisogna invogliarli, o bisogna dar loro ciò di che si sono invogliati e che prenderan male da sé; non bisogna voler parere, e non esser liberali.—Luigi XVI, re di Francia, fu il solo principe del secolo decimottavo che abbia voluto veramente essere e sia stato liberale. E fu detto e si dice che ei fu imprudentissimo in ciò, ne portò la pena egli, la fece portar a’ popoli suoi. Ma io dico all’incontro, che Luigi XVI non fu imprudente nell’intenzione, ma solamente nel mezzo adoperato, ma appunto nel non dar da sé tutto quello che voleva dare, e nel lasciarlo prendere; fu imprudente in quell’atto imprudentissimo fra tutti gli atti politici, di dare o lasciar prendere a un’assemblea numerosa, popolare, l’ufficio regio straordinario, dittatorio, di mutare lo Stato, di fare una rivoluzione, una costituzione. Gli antichi repubblicani greci e romani, tutti quanti, sospendeano la repubblica, il poter popolare, quando aveano a ricostituir lo Stato; concentravano per a tempo il governo legislativo in un solo uomo o pochissimi, un Licurgo, un Solone, un dittatore, i decemviri. I repubblicani italiani del medio evo, benché tanto dammeno, seppero pur sovente fare il medesimo, crear balie di pochi, per le moltiplici mutazioni di Stato che vollero fare e fecero. Fu riserbato ad un’etá, che era progreditissima sí in molte cose, e si credeva ma non era nella politica interna dismessa da due secoli, il cader nell’errore grossolano di dar a fare una mutazione di Stato, una rivoluzione, una legislazione o costituzione ad un’assemblea popolare, di creare, nome novissimo, un’assemblea costituente. Questo errore trasse a tutti gli altri, alle colpe, ai delitti, agli scempi, alle nefanditá che tutti sanno, che tutti i buoni aborrirono e vituperarono giá, che ora è venuta una colpevol moda di lodare o scusare, o almeno non vituperare. La bontá dello scopo ideato da principio, ed arrivato all’ultimo, fa quest’inganno nelle generazioni presenti, dimentiche de’ fatti intermediari; e cosí noi liberali prendiamo quel brutto vizio, che condanniamo pure in altrui, di scusar i mezzi dallo scopo. Ma, mi si perdoni o no, io non mi vi arrenderò: brutto è giá l’arrendervisi tra le concitazioni della pratica, ma piú brutto nella tranquillitá dello studio; qui sarebbe premeditata adulazione per un po’ d’applausi. L’assemblea costituente del 1789 discostituí lo Stato, se stessa; fecesi governo solo, onnipotente, prepotente. L’assemblea, che le succedé nel 1791 con nome diverso, di legislativa, e facoltá minori ma poi esagerate, discostituí piú, fece o lasciò cadere quella monarchia deliberativa che sola era voluta da principio. E, nuova vergogna di quella nazione a’ que’ tempi, la terza assemblea, la Convenzione, abolí poi la monarchia senza nemmeno costituir la repubblica. Dal 1792 al 1796 che si costituí il Direttorio o governo esecutivo repubblicano, non vi fu né monarchia né vera repubblica rappresentativa; vi fu, incredibile esempio in questo secolo, una gran nazione non costituita, non governata, se non alla giornata, da’ pochi che si trovarono a caso in Parigi; or quel comune, or le sezioni di esso, ora una pluralitá, ora una minoritá dell’assemblea; or quelle di altre assemblee non legali, or l’uno o l’altro membro delle une o delle altre; un vero caos politico, un tal cumulo di scelleratezze e barbarie, da far forse scusar l’error contrario a quello detto poc’anzi, di abborrire lo scopo di libertá, in memoria de’ mezzi che l’instaurarono colá. Ma il sommo e piú pazzo delitto di quella rivoluzione fu senza dubbio l’uccisione del re. Non solo l’uccisione, ma il giudicio stesso d’un re è sommo delitto politico in qualunque regno: in uno assoluto, perché ivi il re è la legge viva, lo Stato; ma forse anche piú in uno costituito ad assemblee deliberative, perché ivi il re è guarentito irresponsabile, incolpevole, dalla legge. E quindi, senza dubbio, gran delitto era stato giá nel secolo addietro il giudicio e la morte di Carlo I d’Inghilterra. Ma Carlo I non era buono e virtuoso principe come Luigi XVI; ma Luigi XVI era non solamente principe buono, ma liberale, e solo liberale de’ tempi suoi; ondeché la morte di lui fu insieme delitto di lesa maestá, lesa sovranitá, lesa nazionalitá, lesa liberalitá, lesi progressi, lesa civiltá; la morte di lui ritardò, chi sa di quanto tempo, i progressi di tutte le altre nazioni cristiane; la morte di lui fece e fa scusabili le paure, se sono queste scusabili mai, di tutti i principi d’allora in poi.—E quindi non solamente scusabile ma lodevole, a parer mio, fu il sollevarsi e confederarsi di tutta Europa, prime Austria e Prussia a Pilnitz [27 agosto 1791], poi via via il resto di Germania e Russia, Svezia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Portogallo e pur troppo non tutta Italia, contro a quella rivoluzione diventata antiliberale e anticivile. Ed anche qui so di oppormi a molti, i quali giudicando da’ tempi presenti, da rivoluzioni minori e tutto diverse, sentenziano non dover gli stranieri, né per diritto, né per prudenza, frammettersi alle volontá di niuna nazione. Ma lá non era, non dovea, non potea supporsi volontá cosí anticivile in una nazione civile; oltreché, forse la civiltá e la libertá de’ popoli non iscapiterebbero nemmeno adesso o mai, se si venisse al principio di non soffrire nella cristianitá niuno evidente e scandaloso delitto, venga di giú o di su, di lesa civiltá o cristianitá. Del resto, chiunque esaminerá (come si fará poi senza dubbio) attentamente i fatti di que’ tempi, vedrá che le aggressioni vennero allora per lo piú da’ rivoluzionari francesi, assalenti tutti i principi europei come illegittimi o tiranni, tutti gli Stati come illegittimamente costituiti finché non fossero liberi, cioè sconvolti, a modo di Francia.—Se niuni poi, certo erano i principi e i popoli italiani in diritto, in dovere di difendersi da tali assalti; aggiugnevasi, ad essi deboli e vicini, il pericolo sommo che ne veniva a lor indipendenza nazionale. Eppure, vergogna italiana simile a quella del 1494, come allora era stata lasciata quasi sola Napoli minacciata dagli stranieri, ed aveano titubato o barcheggiato gli altri, Savoia, Venezia, Firenze ed Alessandro VI, cosí ora fu lasciato solo Piemonte all’aiuto straniero austriaco, e barcheggiaron Genova, Venezia, Firenze, Napoli e Pio VI; tutti quanti. Ciò i governi; né furono migliori, piú sodi e piú politici i popoli nostri; gridaron gli uni pace, sempre pace, cioè ozio, finché la guerra non si fu appressata a poche miglia, e cosí affievolirono, invilirono i governi giá fiacchi e vili; e gli altri, i liberali di quell’etá (e diciam pure a consolazion nostra, che non portavano per anco tal nome, ma quelli di «repubblicani» o «giacobini»), fecer turpe alleanza di desidèri, di grida e di congiure colla turpe libertá, cioè colla mostruosa tirannia popolare francese. Diciamolo d’un tratto, non fosse altro, per abbreviare, e non tornarvi: principi e popoli, governanti e governati italiani della fine del secolo decimottavo, furono (salvo pochissime e tanto piú onorevoli eccezioni personali) insufficienti alla terribile occasione, mostrarono l’insufficienza delle riforme fatte lungo il secolo.