Intanto Bonifazio traeva a stento il ferito fianco, e sforzavasi d'arrivare alla macchia e pure arrivava; ma ivi rifinito ed esangue cadde, ed in breve i sensi perdè. Imilda meschina avea pur tentato frammettersi nella zuffa, e principalmente tener quello de' suoi fratelli che avea ferito lo sposo; ma trattenuta ella stessa dalle donne, e principalmente da quella sua che era stata la traditrice, non se ne era potuta disimpacciare, se non quando all'accorrere de' Gieremei era diventato universale il terrore o la fuga. Allora precipitossi pur ella fuori della capanna, e cercando di Bonifazio e non vedendolo, e dileguandosi poi i combattenti, gli uni a fuggire, gli altri ad inseguire, vennerle finalmente vedute le traccie di sangue, onde il trafitto Bonifazio avea segnata sul terreno la via. Le quali tutta d'affanno e dolore palpitante, seguendo, giunse la misera Imilda alla macchia, e ivi ebbe veduto giacente, e immobile, e pallido come morto il suo Bonifazio. Credettelo spento dapprima; e cadendo boccone sopra di lui, e volto a volto, e bocca a bocca accostando, vennele pure sentito un lento respiro, e un debole palpitare che la rinfrescò di qualche speranza. Pensò cercar acqua là intorno, e lavandogli la piaga e il capo, farlo rinvenire; ma sovvenendole come troppo sovente in mezzo a quelle scellerate nimicizie non bastando il ferro a straziarsi, solevasi aggiugnere il veleno, e n'erano per lo più contaminati i pugnali, e temendo i fratelli seguissero quel nefando uso, e pensando che, ferito Bonifazio, avean gridato: «Sei morto», e lasciatolo per finito; di nuovo spavento compresa, senza aspettare o pensare altro, snudò la piaga e raccogliendone i lembi colle dita e poi colla bocca, a succiarli incominciò. E trattenendo il proprio alito e i sensi, e tutta più e più volte empiendosi del corrotto sangue la bocca, tanto fece che a poco a poco si riebbe lo sposo suo, e mirolla, e subitamente affacciandoglisi alla mente che facesse ella, ne la volle colla mano debole trattenere, chè colle parole non potea. Ma ella con tanto più ardor continuando quanta più speranza le si aggiugnea, e più chiaro [pg!117] il pericolo le si accennava, nuova sangue pur gli veniva traendo, e nuovo tossico forse bevendo. Finalmente riavutosi meglio Bonifazio: «Donna, donna,» le potè dire: «per quell'amore ch'io vi portai, per l'anima mia, pregovi, tralasciate questo ufficio inutile a me, letale a voi. Imilda... Imilda mia... nelle tue braccia morendo... tue braccia tanto tempo desiderate....» Nè poteva dir più, nè la donna di sovrumana possa e di nuovo celeste animo accesa o udiva lui o restavasi un momento; e tanto con tal ansia ed affanno fece, che anche a lei venner meno le forze, e semiviva appresso a lui riposare dovè. Due o tre volte pure, ripresa lena, ricominciò. All'ultimo potendo, più che l'amor suo a tenerla viva, il bevuto veleno o forse il dolore ad ucciderla, sentissi venir meno, e le si aggiugnea la disperazione di non aver pure potuto far riavere lo sposo; e allora componendosi accosto a lui, e lui tenendo nell'amorose braccia, e la intrisa bocca pur riaccostando alla piaga, nuovi sforzi fino all'ultimo facendo, così morì.
Era la vecchierella accorsa intanto, e testimone stata di quegli ultimi istanti; nè per preghiere o sforzi avea potuto, non che trattenere Imilda, ma neppur quasi farsene udire. Diè in istrida vedendola spegnersi; accorsero dopo alcun tempo reduci dallo inseguimento i Lambertazzi, i fratelli di lei, e poi suo padre istesso. E dicono gli uni che infiammati del medesimo furore non altro dicessero tutti che «Ben le sta.» Altri pure ne li scusano, e dicono che amaramente piagnendo li facessero insieme quasi marito e moglie sotto a quelle piante seppellire. Questo è certo che le nimicizie, non che spegnersi od ammorzarsi, di nuovo ardore arsero, ed infuriarono peggio che mai.»
Non avea finito per anco la sua narrazione il maestro, quando entrarono nella casupola un ragazzuccio mandatomi innanzi colla lanterna da mia moglie, e il sagrestano venuto propriomoto a cercare il maestro. Perchè, sapendone le usanze, era venuto domandandone ad ogni casa giù per la via, e così trovatolo. Il maestro, che era nel più caldo della narrazione aveva accennato loro, tacessero; ma finita appena, perchè l'ora era tarda e il temporale finito, [pg!118] e l'acque scolate, insieme ci levammo per partire; nè ci fu verso, aggiunti due ospiti nuovi, che non si bevesse tutti un altro bicchiere di vino, e bevendo disse il padrone di casa: «La storia del signor maestro è bella, e quanto alle nimicizie tutto è vero e buono quel che n'ha detto; ma io non consento in ciò che Bonifazio si avesse a disperar tanto di star fuori di paese. Io per me ci sono stato pure io; e se non era che qui avevo la casa e il podere, che facendoli vendere da lungi, Dio sa s'io ne vedeva più un quattrino, credo pure che non ci sarei tornato mai, perchè, vedete voi, come si dice, tutto il mondo è paese.» Ed aspettava la risposta; ma il maestro o fosse stanco di parlare, o avesse fretta di partire, o che, come mi parve anche altre volte, quanto era vago di narrazioni, tanto lo fosse poco di dispute; e facendo in cotal modo suo quando era udito senza contraddizione, gli si strozzasse la parola al contrastare, certo questa volta non rispose altro se non «De' gusti e de' colori et cetera;» e partì, ed io appresso, e i due lumi che ci corsero innanzi. Ed io pur vedendolo tacere e in sè ristretto, e quasi come accorato, pur mi vi accostai prendendogli la mano, e dicendo: «Gli è vero che i gusti sono diversi, ma quelli dei buoni s'incontrano talvolta.» Nè credo che quando il Papa apre la bocca a' cardinali nuovi, egli lo possa fare con effetto più pronto che fecero le mie parole al buon maestro; che incominciò a dire dell'amore al paese; come somiglia ad ogni altro amore, che talvolta può essere iroso, indispettito, furioso, e rivolgersi per a tempo anche in odio e nimicizia; ma che quando è vero, pur torna sempre ad essere amore, e che il peggio è l'indifferenza degli uomini; e molte altre cose. Dalle quali l'una all'altra venendo, e tornando alla novella: «Maestro,» gli diss'io, «a me non dispiacciono le vostre novelle, ma vorrei sapere perchè voi le rivolgiate così sovente a dir di parti, e gare, e nimicizie, facendole voi dinanzi a questa buona gente di sì piccolo paese, che nemmeno ci son tanti da potersi dividere in due parti, nè ci è poi donde parteggiare, così son poveri e semplici.» Ma egli: «Sempre e' ci ha bastante gente da disputare quando e' sono due uomini [pg!119] insieme; ed errate grandemente se credete che ne' paesi piccoli si disputi meno che ne' grossi; e si vede che non ci ha molto che voi siete in questo, in quale pure è de' meno disputanti, ed io ne conosco degli altri troppo peggiori. Voi vi credete quasi vecchio, ma non siete. Del resto, forse è vero che in siffatti discorsi io ci cado troppo sovente; ma la lingua batte dove il dente duole; e, non che le novelle, ci ho fatto sopra a questo soggetto anche una predica.» Ma sendo noi giunti presso alla scuola, a quella senza altro commiato prendere si rivolse, ed entrò. [pg!120]
[pg!121]
[I DUE SPAGNUOLI.]
NOVELLA SESTA
DI UN MAESTRO DI SCUOLA.
[Pubblicata la prima volta nel Mondo illustrato (Torino, per Giuseppe Pomba e C., 1847).]
[pg!122]
[pg!123]