Io non mi fermerò a descrivere lo stupore, la rabbia, la vergogna de' tre birbanti; e massimamente quando comparvero sopra le mura del monistero prima una e poi un'altra, e poi cento fiaccole; e sendo scoperti, e pensando alla ritirata, temettero fosse loro recisa, e a dispetto del pericolo si affrettarono anche più che non venendo. Nè dirò di Giacometto, il quale, come era sempre colla paura addosso che succedesse qualche cosa, fu il primo nel monistero che udisse il chiasso destatosi fuori alle grida de' parenti; e uscito e udito il caso, senza sostare od aspettare un compagno, erasi avviato dove gli si accennava; benchè essendo notte scura, e la fuggitiva cogli inseguenti molto innanzi, non sapeva dove andare, e dubitava, finchè udì le ultime strida di Alda sopra [pg!71] il ciglione, ed allora vi si mise addentro anch'egli di volo. Tutto era finito; ma non sapendolo egli, ed incontrando i tre che tornavano, in quel luogo favorevole ad una battaglia di uno contro tre, ed all'arma che aveva in mano, una lunga forca da stalla, egli sperava o per forza o capitolazione riavere l'amata, e presentando il triplice ferro al petto del primo, gliela domandò. Esitando questi, e non rispondendo altro che «largo largo» colla spada in mano e in atto di ferire; Giacometto, che non era allora in punto di gran pazienza, gli diè una grande inforcata pel corpo, e giù del precipizio, come avrebbe fatto d'un mucchio di fieno o di paglia, lo scagliò. Intanto giugneano due o tre de' suoi compagni stallieri con simili armi, e il combattimento essendo troppo disuguale, i due soldati superstiti, uno de' quali Uberto, ebbero per forza ad arrendersi, gettar le spade, e lasciarsi legar dai contadini. E fu per quelli gran fortuna, che essendovi già gran folla di questi, ne sopravanzò da trattener Giacometto, come seppe che Alda era precipitata. Voleva ammazzar gli scellerati, e dava in furie, e voleva sè stesso precipitare, quando incominciò uno a dire che giù, nella valle si vedevano lumi e si udiva un gran gridare e sclamare, e poi crebbero i lumi e le grida, e ben s'apposero, che era venuta gente intorno ai due precipitati. Nè sorgea perciò speranza nel povero Giacometto, finchè uno coricatosi e messo l'orecchio in terra, incominciò a dire che là giù gridavano miracolo, e tutti a far come lui, e Giacometto principalmente. Furonvi di quelli che udivano, e di quelli che no, e Giacometto era ora uno de' più creduli, ora de' più increduli; ma in breve tutti s'accordarono in dire, che il grido là giù era certo quello di miracolo, e tutti senza ben sapere che fosse, incominciarono a ripetere miracolo, e Giacometto a sperare, e tutti poi, quanto concedeva il luogo, a correre e cercare i sentieri che andavan giù, e intanto a lasciare quasi soli i prigioni. Ma fatti alcuni passi, e venuti dove s'allargava la via, erano fermati e ricacciati indietro dalla schiera de' Francesi che venivano in buona ordinanza, e le spade in mano ad aiuto de' loro compagni. Quindi a gridarsi da una parte: «Muoiano i Francesi; innanzi, figliuoli, le forche innanzi;» [pg!72] e dall'altra: «Man bassa sulla canaglia, man bassa, ammazza, ammazza.» Facevasi innanzi il capitano, che, fosse pentimento del succeduto, o timore di quello che potea succedere, sforzavasi in ogni maniera per rimetter pace; e solo che gli dessero i delinquenti, prometteva di farli egli castigare, e che tutto sarebbe finito. Ma non era udito da' terrazzani furenti e più numerosi; e le grida ricominciavano, e stavano per incominciar le ferite, quando comparì la processione de' monaci colle torce in mano e colla croce innanzi salmeggiando. I quali, ristando ognuno per rispetto, si misero tra le due schiere opposte, e finito tranquillamente il salmo, che diè tempo alquanto a sostarsi l'ire, incominciò l'abate una esortazione alla pace, dicendo: che sarebbe gran peccato e grande offesa a Dio, al santo Arcangelo, e poi al signor Re e al signor Duca, se per la scelleratezza di tre sciagurati tutta una popolazione di buoni contadini ed una schiera di bravi soldati d'accordo in punir i delinquenti si combattessero e scannassero senza profitto; che sarebbe ora tanto peggio, e l'ingratitudine degli uni e degli altri tanto più grave e perniciosa, che il santo Arcangelo aveva fatto, come egli udiva, ed aveva ferma fiducia, un gran miracolo; a cui ammirare ed esaltare dovrebbero attender tutti, anzichè a queste ire. Queste ire tanto più scellerate ed inutili, che di tutto quel chiasso non era così per rimanere, se non uno degli scellerati già punito, i due altri serbati a castigo ed esempio, e la vittima, la innocente insidiata vittima miracolosamente salvata a maggior gloria di Dio, del santo Arcangelo e della sua già gloriosa e miracolosa basilica. Detto ciò, il santo abate e i monaci avanzavansi maestosamente verso la truppa de' contadini, e dicendo «Andate a vedere il miracolo», tolsero in mezzo i due prigioni; ed essi innanzi, i Francesi dietro, si raccolsero al monistero, mentre i contadini si dispergevano e si precipitavano co' lumi in mano giù per li sentieri verso alla valle. Dal fondo della quale poi in breve videsi un altro stuolo più numeroso di lumi risalire, e poi raccozzarsi e frammischiarsi a mezza via; come vedesi talora farsi un solo di due voli di colombe, incontratisi da opposte parti a mezzo cielo. Nè Giacometto aveva aspettato il fine [pg!73] dell'allocuzione dell'abate; che vedutolo venire, e ben prevedendo oramai non si combatterebbe, e del resto poichè sperava salva l'amata, avendo più fretta di rivederla che di vendicarla, s'era tolto di mezzo agli altri, ed era venuto giù per lo più scosceso e più diritto di que' sentieri.

Nè io sono così presuntuoso da credermi di potervi qui descrivere o l'affanno crescente del giovane quanto più s'appressava a quella folla là giù; o il suo palpitare quando chiaramente udì ridire miracolo, e udì nomar Alda, ed egli gridando domandò: «è viva? è viva?» e non gli era risposto, ed or gli pareva sì, ora no, e ridomandava e giungeva e si precipitava e la vedeva e cadeva a' suoi piè semivivo. Semivivo egli, viva ella all'incontro e giuliva, e più che mai bella, alzata in braccio da' circostanti, portata a cielo dalle loro lodi, e cospersa di un rossore che non sapevi se era resto di quello animosissimo e santo sforzo fatto da lei, vergogna delle ben meritate lodi, piacere e gloria di esse, o finalmente amore felcissimo di ritrovarsi, dopo tal timore, tutta pura in braccio all'amante. Tutti questi sentimenti ed affetti insieme e molti altri erano probabilmente. In breve si avviarono tutti quasi gli abitanti di Sant'Ambrogio e della Chiusa su per lo monte, con quelli detti di San Michele, e insieme giunsero alla porta del monistero. E benchè l'ora fosse tarda, e i monaci non consueti uscire in quella, tutti pure trovaronsi in pompa magna ed abito sacerdotale schierati là innanzi e l'abate colla mitria e il pastorale. I quali ricevendo con venerazione e quasi come una reliquia materialmente tocca dalla mano potente di Dio la santa fanciulla, intonando il Te Deum entrarono in chiesa e cantarono poi il Magnificat e la Salve Regina, e molti altri salmi e cantici in onore della Santissima Vergine e del Santo Arcangelo combattitore di chi insidia all'innocenza. E in questi e gli altri canti poi del mattutino e delle laudi che sottentrarono, passò così quasi tutta la notte fino all'alba; che essendo già partiti i Francesi senza chiasso co' due prigioni si raccolse ricondotta da' parenti, dagli amici e dall'amante la bella e forte fanciulla, così miracolosamente uscita pura dalle zanne del leone e dalle zampe de' lupi insidiatori.

[pg!74] Qui la cronaca, chiaramente scritta ad onor della basilica, non a passatempo degli oziosi leggitori, mutando a un tratto stile, come succede in ogni cronaca, dopo tanti minuti particolari di luoghi e di processioni, dice a modo di compendio: che il medesimo anno (ella non avea detto quale) la bella Alda e Giacometto si sposarono, nè li nomina mai più. Poscia aggiunge in poche parole: che essendosi fatto grandissimo romore di quel miracolo in Piemonte, in Italia ed in Francia, il Duca e il santissimo Abate domandarono al Re di Francia, che facesse giustizia de' due scellerati; ma alla corte del Re non che rendersi giustizia e far satisfazione al Duca e all'Abate (perchè alla fanciulla e a' suoi parenti non par che il cronachista le pensasse dovute), alla corte di Francia s'era negato, nefando a dire, lo stesso miracolo; onde poi molti e nuovi scandali eran surti. E così finisce questa storia nella cronaca. Quindi parrebbe che ogni discreto leggitore possa tenere con sufficiente probabilità che que' due giovani vivessero poi lungamente e felicemente insieme, e finissero in pace. Notizia, che cercatissima da me intorno alle persone per cui ho preso interesse in una storia, e pur tralasciata troppo sovente non solo da questi rozzi annalisti, ma talor anche da più colti e sperti narratori; forse perchè dopo aver parlato delle nozze ci credono inopportuna ed attristante quella menzione, quantunque addolcita, del nostro fine. A me all'incontro non pare si possa dire finita e compiuta la felicità di nessuno senza quel finiva in pace. Qui poi il mio rincrescimento che l'autore, se il poteva, non ce l'abbia detto, è tanto maggiore, che forza è pur confessarlo, altre leggende e tradizioni narrano tutt'altrimenti il fine di questa storia.

E prima, certo è che nessuna di quelle non nomina nè punto nè poco Giacometto o suo amore. In secondo luogo, fanno Alda precipitata non dal dirupato ciglione, ma da una finestra. Terzo, aggiungono, che insuperbita ella tentò Iddio e rifece per danari il medesimo salto, ma vi rimase degnamente punita e morta. In ultimo una certa breve notizia della Badia stampata nel seicento, colloca la storia in quel secolo o nel precedente. Ora io non voglio entrare in una [pg!75] discussione critica della preferenza che merita la cronaca mia, benchè ne sarebbe a far una bella dissertazione accademica di storia patria; e lascio anche la disputa di Giacometto, e quella della finestra o del ciglione. Sì dico, mi pare improbabile che Alda quantunque ignorante, quantunque insuperbita o mal consigliata, potesse risolversi mai a rifare il pericolosissimo salto per danari. Ma volendosi, come mi pare si debba, ammettere le universale tradizione di questo secondo salto fatto per motivi umani; questi forse sarebbero molto probabilmente trovati, seguendo la narrazione mia, e ponendo poi tutta la storia verso il 1200 o 1300. Perchè qualunque fossero le virtù di que' secoli (ed ogni secolo non meno che ogni popolo ha le sue), certo non fu questa di una religione abbastanza ben intesa, e un rispetto a Dio abbastanza profondo per non tentarlo. Ondechè non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici erano appunto quelli che si chiamarono Giudizii, ma furono vere tentazioni di Dio. Quindi è che raccozzando insieme i particolari già da noi dati, si potrebbe dire: che domandando giustizia e riparazione l'Abate, e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo, e dei secondi il negarlo; venissero poi gli uni e gli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto come vedemmo a vanità, vi si lasciasse persuadere. La qual interpretazione mi par naturale e buona, e non vi posso vedere difficoltà, se non una; ed è che la pericolosa pruova fosse lasciata fare dall'innamorato Giacometto. Ma anche questo pur troppo si spiega. Pochi mesi dopo il loro matrimonio doveva l'infelice novello sposo ire a' pascoli delle somme alpi: e lui assente potettero succedere tutte quelle brighe che condussero la giovinetta a sua morte. Anzi poi non sarebbe da dubitare di questa spiegazione se fosse vero ciò che mi disse un amico, e di che voglio un giorno andarmi ad accertare; che in uno di que' pascoli solitarii, dove non sogliono rimanere a dimora nè vivi nè morti, vi sia un luogo che le guide mostrano a' viaggiatori col nome di tomba di Giacometto; e dicono che fu d'un montanaro che rimasto là durante una state, e [pg!76] invano aspettato e poi pregato che scendesse l'autunno, fu lasciato solo con alcune provvisioni per l'inverno; ed alla primavera ne fu trovato il corpo illeso fra' ghiacci; e fu poi seppellito e lasciato là nella solitudine dove aveva voluto morire.

[pg!77]

[MARGHERITA.]

Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere i miei scolari, come delle sciocche paure e superstizioni che quasi tutti mi vengono arrecando dalla casa paterna. Delle quali, ogni volta che io volli chiedere ragione agl'ignoranti genitori, il più sovente trovai che non davano credenza essi medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi neri, a quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli. Ma dicono non potersi educare bambini, nè far loro fare ciò che si vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole senza queste paure. Stolta pigrizia di questi, come di molti altri educatori! che studiano diminuire le difficoltà non a' loro fanciulli, ma a sè stessi; e quando loro è chiesta una spiegazione, danno invece una bugia; e invece d'una correzione una bussa o una paura. Molte di queste poi, principalmente se il luogo aiuti colla spaventosa apparenza, rimangono anche negli adulti, e passano d'una in altra generazione, asserite finalmente come cose vere, e credute ab antico. Tuttavia, perchè uso andar cercando quel po' di bene che si trova quasi sempre anche nel male, credo che di quella non mal intenzionata origine delle superstizioni popolari venga che quasi tutte hanno in sè qualche insegnamento virtuoso; ed alle novelle di esse rimane siffatto vantaggio sopra molte di quelle immaginate dagl'ingegni più colti, ma più corrotti.

[pg!78] Questi, e molti altri pensieri nati di essi, io andava seguendo sta sera come il sole cadente dietro le alpi di Susa veniva cogli obliqui raggi allungando le ombre, ricercando i chiari-scuri, e distinguendo con infinite mezze tinte giallognole ogni vetta, ogni paesuccio, ogni castello di questi Appennini, Astigiani e Monferrini; i quali all'altr'ore del giorno non sembrano che onde indistinte di un mare di colli. Aggiugnevasi nel cielo, rasserenatosi dopo un grosso temporale, quell'umido trasparente che accresce la luce, avviva i colori, e diminuisce le distanze apparenti di ogni oggetto. Così è che io distingueva chiaramente il castello di C., detto anche volgarmente il castello Verde e le sue torri; cui niun moderno novelliere dubiterebbe dire romantiche, solo a vederle spiccar di mezzo a' neri boschi, campo adattatissimo a tal quadro. Quanto più poi, se fermandosi all'ombra dell'une o degli altri, e interrogando qualche romito là presso, o qualche pastore o pastorella sbigottita, od anche un parroco, o un vecchio nonno, ne avessero la narrazione popolare seguente!

Ei fu già nel castello Verde un vecchio e potente signore, che dopo molte vicende di guerra e di corte ritrattosi là a viver solo con una moglie giovinetta, e avuto poi un figliuolo unico, ambi lo educavano con quello sviscerato amore e quella cieca arrendevolezza, solita in chi cerca nell'educazione più piaceri che doveri, nociva sempre all'infelice educato. Peggio è se la vita solitaria della famiglia accresca nel bimbo l'idea della potenza de' genitori, e dell'importanza di sè stesso, e gli tolga le occasioni di emulazione, e gli incoraggiamenti de' compagni. Tra i molti danni di sì fatte educazioni, uno de' più frequenti, ed a parer mio de' peggiori, è, che fatto adulto il mal amato giovinastro, come prima va a mettersi fra gli uomini, il mondo e i negozii, ei trova uomini, mondo e negozii troppo diversi per lui da ciò che gli erano tra le mura paterne. Ondechè, non reggendo all'impensata contrarietà, non mira ad altro che a tornare a quelle mura dov'egli è libero e signore, e se il può, vi corre in fretta: ed ivi poi tra i servi e i rozzi adulatori da campagna vive vita inutile, e poltrisce [pg!79] nell'ozio e in tanti vizii, quante forse avrebbe avute virtù vivendo vita attiva ed occupata. Così accadde a Manfredi, rimasto per più disgrazia orbo del padre intorno ai diciotto anni. Pochi o niun uomo nacque mai con tanti buoni favori del cielo. Così i mali favori degli uomini non glieli avessero guasti! Alto, ben formato della persona, membra erculee per la forza, ma per le proporzioni piuttosto simili a quelle snelle ed eleganti del gladiatore Borghese o del Meleagro; capelli ed occhi come corvo; naso più romano che greco, ma qual s'addiceva, con bocca un po' ampia ad esprimer forza ed impero, benchè la bocca sapeva volgersi in un tratto a una espressione soave di dolcezza e d'amore, che avrebbe, potuto essere angelica; ma fu detta indemoniata da chi la conobbe. Così era del suo ingegno alto, pronto, aspirante; onde aggiungendovi la forza, che vien dall'uso buono e costante di quelle qualità, sarebbe stato ottimo; ma lasciato avvezzarsi ad intraprender molto, seguir poco, adempir nulla; indifferentemente poi avviarsi alle cose buone e alle mediocri, e talor anche alle cattive cui (dicevasi) il tempo e gli anni insegnerebbergli a discernere; ma gli anni non facendogli discernere se non il dolcissimo pendio delle cattive, e non insegnandogli se non passioni nuove e crescenti; fu sprecata così, menomata e corrotta l'opera, che era uscita pur bella, della mano del Creatore. Il primo pensiero di Manfredi, signore di sè e della fortuna paterna, fu lasciar il castello e la villa, e recarsi alla corte de' duchi di Milano, dove il padre aveva già avuta intenzione di mandarlo. Erane poi stato trattenuto gran tempo da quel cieco amore, che non gli concedea scostar da sè il figliuolo così tenero; poi dal pensiero migliore di voler pur morir nelle sue braccia; ma in ultimo morendo avea ordinato che ei non tardasse più. Nè la vedova madre, svisceratemente e anche essa irragionevolmente tenera del figliuolo, ma avvezza a seguire la volontà del marito, seppe contraddire a quest'ultima sua. Ondechè, compiuto appena il tristo ufficio delle esequie del marito, diedesi senza intervallo a quello degli apparecchi per la partenza del figliuolo. E perchè il pensiero di questi apparecchi, [pg!80] del corteggio, delle cavalcature, e degli equipaggi del giovine, quantunque frivolo possa parere a noi, era pure stato l'estremo del morente barone, che n'avea date minute instruzioni alla moglie; questa anche in ciò non fu se non esatta esecutrice; e in breve ogni cosa fu in pronto; e fermato il giorno, e sparse molte lagrime prima rattenute, poi dirotte all'istante della partita, ella gli diè l'ultimo abbraccio; e risalita sulla torre settentrionale mirò alla cavalcata, finchè la potè discerner fra gli andirivieni de' boschi vicini, sulla via a Casale e a Milano.

Quanto breve poi a descrivere e facile a immaginare è il dolor rassegnato d'una madre che faccia il primo sacrificio al figliuolo, tanto numerosi, varii, intricati, ed anche opposti sono i pensieri del giovane, che, rotti per la prima volta i lacci della casa paterna, corre tutto speranza e presunzione ad incontrar quel turbine, quella bufera del mondo, quantunque pericoloso, oscuro e nemico glielo abbian dipinto i disingannati genitori. Qual giovane è allora che non creda anzi questi ingannati, o forse ingannatori; e più o meno dentro a sè non li accusi, o di animo stato sempre poco atto a godere, condurre, e per così dire possedere il mondo, o di spiriti ora invecchiati e depressi, che faccian loro dimenticare i piaceri avutivi a lor tempo? «Ed io pur ne vuo' il mio satollo» diceva Manfredi, come uscito appena dalla vista del castello, e non avendo più a rispondere a' segni lontani della madre, smetteva con quelli ogni pensiero del passato, e precipitava sull'avvenire, fantasticando tacito contro l'uso suo, e senza rispondere alle adulazioni degli otto o nove scudieri e donzelli che il seguivano: «Ed io pur ne vuo' il mio satollo. E me l'avrò; se mai ricchezze, se gioventù, se bellezza, se cuore ardito e mano pronta e buona spada il possono o per amore o per forza procacciar a nissuno. E vengano pure opposizioni, rivali, contrarietà. Non io forse sono avvezzo a vincerle? Chi era ugual mio negli esercizii cavallereschi tra i vicini signori? Chi appresso le damigelle, o le villanelle all'intorno? Chi di queste poi troppo ritrosa? Or bene. Sieno pure più gentili costumi là in corte; ei non saranno più schivi. Sieno [pg!81] più rivalità, saran più vittorie. Quanto più mi si è venuto allargando il mondo finora, tanto mi si sono moltiplicati piaceri ed applausi. Or mi si allarghi, ed apra pur quant'è grande. Qui sono io corpo, animo e volontà da abbracciarlo tutto intero.» E così dicendo, con uno di que' moti involontarii che chiamano il cavallo a parte, e come alla confidenza de' pensieri del cavaliero, od anzi fanno dei due quasi una sola creatura, ei se lo spingeva insensibilmente fra le gambe; e il cavallo partiva di trotto e galoppo, a portar veloce il suo signore a quel mondo agognato.