IV.

Ma io non vorrei, uditori, lasciarvi pensare che io vo derivando in parte le lodi del mio personaggio dalle fonti della poesia. Chè anzi, spiacemi oltre misura di non possedere parole tanto significative e semplici insieme, da mostrare la materia che tratto nella sua nuda e maestosa grandezza, fuggendo i fiori e gli stratagemmi della rettorica.

Pericle pregato dagli Ateniesi di dir le lodi solenni e publiche de' cittadini morti nel primo anno della guerra peloponesiaca, usò d'un artificio notato dai buoni maestri dell'eloquenza; e ciò fu lo spaziarsi da prima con isplendente e copiosa orazione nelle lodi d'Atene e della republica, descriverne i pregi, dinumerarne i gran capitani, narrarne i gesti più chiari, espor la sapienza delle leggi, i miracoli dell'arti e dei monumenti; poi, con subito trapasso e non aspettato, conchiudere: — per sì fatta città e republica, per sì gloriosa cittadinanza sono combattendo caduti e morti costoro. — Convenientissima cosa a me pur sarebbe, o Genovesi, il misurare dalle grandezze, come dalle sciagure estreme d'Italia, la nobiltà e grandezza dei fini, dell'ardimento e dei beneficii di Carlo Alberto. A me pure, dove il subbietto chiedesse ornamenti ed amplificazioni, bello sarebbe stato entrar nelle lodi d'Italia, e concludere dicendo: — per questa patria comune, la più gloriosa fra tutte, come altresì la più sventurata; per questa madre onoranda della civiltà dell'intero Occidente; per l'Italia due volte dominatrice del mondo e legislatrice; per la culla sublime de' più sacri ingegni che la stirpe umana abbiano mai decorato; per gli eredi del nome latino e della magnitudine vera e pur non credibile del romano impero, è insorto, à combattuto, à sofferto, è dal trono disceso, à la vita in travagli e angosce trapassata e chiusa l'Eroe che qui celebriamo. —

Ma non sono ben degne di Carlo Alberto le lodi che a molti si possono accomunare. Assai gli basta (e vel proverò) ciò che à di singolare e di proprio; e vi giuro con sincerissima lingua, che io il miro collocato in una cima di gloria, ove abita solo. E per rispetto all'Italia, potrebbesi egli tacere ciò che il distingue veracemente fra tutti, e che forse non tutti ànno a dovere considerato? Io vel dirò molto in breve. Antichissima è certo la gentilezza di nostra patria, e comparsa adulta e matura fra gli uomini infinito tempo prima di quella delle moderne nazioni; imperocchè poco meno di trenta secoli di civiltà ricorda e narra, giù per continue trasmutazioni, la storia italiana. In tanto corso, adunque, di tempi e di avvenimenti, egli è da cercare a quanti principi e capitani (chè degli uni e degli altri è innumerevole copia) à gradito di sguainare il ferro e pericolarsi a morte per salvare e redimere la patria comune. A quanti? Dio immortale! a nessuno. Ricorderemo noi forse gl'imperatori tedeschi che, facendo d'Italia un feudo alemanno, assumevano come per ischerno il titolo di romani e di augusti? O, per lo contrario, ricorderemo gli autori e conducitori della Lega Lombarda? Ahi lombarda l'appellarono con ragione, e non italiana, dacchè tanta parte d'Italia ne venne esclusa. Gran dicería si fa (e torna utile che si faccia) del proposito fermo e virile che dicesi avesse Giulio secondo di smorbare l'Italia dai barbari. Pienamente voglio credere all'alto e animoso disegno, non malagevole ad effettuarsi in quel tempo dai Papi, quasichè onnipotenti. Ma mentre il fatto non à provato la verità di quel desiderio, bene col fatto si prova, che da verun altro ricevè Carlo VIII impulsi più frequenti ed acuti per iscendere alla conquista di Napoli, da veruno gli furono più raccorci gl'indugi, e meglio acchetati e rimossi i dubbj e vinte le esitazioni, quanto da esso Giulio, allor Cardinale: e certo, divenuto Pontefice, non incominciava egli da buon italiano la impresa italiana, collegando seco Francesi e Tedeschi a danno e sterminio dei Veneziani. Fu inutile presente della fortuna, che quel magno e terribile delle cui vittorie l'età nostra non si stanca di ragionare, uscisse dal nostro sangue, e stringesse in pugno tutti i nostri destini. Sotto il costui impero, Roma, Firenze, Torino, e tu, Genova, foste città francesi; e il Regno che portava il sacro nome d'Italia, stringevasi tutto fra l'Olona e il Clitunno. Da ultimo, menzioneremo noi quel soldato forestiero e audacissimo, che, certo di cadere dal trono regalátogli poco dianzi da Buonaparte, gridò per estremo suo scampo — Indipendenza italiana, — pronto a spartire di poi col cognato la illustre preda, qualora quegli non ruinasse? Chiudiamo il discorso. Questa meraviglia dovranno attestare i futuri, di questa nessuna storia potrà tacere: che, cioè, tra l'immenso numero de' potenti a cui venne per li tempi commesso il freno d'alcuna parte delle Belle Contrade, tu, CARLO ALBERTO, fosti il primo e il novissimo che snudavi la spada per riscaldare tutta quanta la terra Ausonica; nè leggiermente o per poco il pensasti e volesti, ma sempre, e con tutte mai le potenze dell'animo e le forze della mente e del braccio; nè porzione alcuna dell'essere tuo rimásesi non addetta, non devota, non sacra all'Italia insino alla morte; e morte desiderasti nella guerra liberatrice, e che qualche salvezza ed onore all'Italia fruttificasse.

V.

Proviene da ciò, che ne' funerali questo dì celebrati nessuno scorge una solennità genovese o ligure o piemontese, ma italiana ed universale; e vi assistono in desiderio e in ispirito le genti della Penisola quante ci sono. E al nostro gran lutto risponde per ogni intorno il lutto della Nazione, e in ogni cuore trapassa il nostro compianto, e da innumerabili petti esce un solo sospiro. Che se al giusto e pio dolore degl'Italiani non fosse dalla violenza o straniera o domestica vilmente interdetto il manifestarsi con publico rito, in qual parte riposta e remota del Bel Paese, in qual minima città, in qual villaggio, oso dire, non vorrebbesi suffragare ed esequiare in comune, e con accompagnamento di vere e caldissime lacrime, l'anima gloriosa di questo Monarca? il quale unico tra gl'infiniti signori di nostra patria, e quasi non dissi fra i privati cittadini altresì, amò tutte le genti italiane con dilezione ugualissima di fratello e di padre; e, contro l'esempio e le inclinazioni de' suoi medesimi precessori, in cambio di aver cari gli altri Italiani come prossimi e consanguinei, ebbe cari i suoi Subalpini solo perchè Italiani. Ma le sciagure stesse d'Italia, e le ingiurie e gli sforzamenti del crudele inimico, questo effetto non malo producono almeno: che intorno al feretro augusto s'adunano in folla i miseri sbandeggiati d'ogni nostra provincia, e qui degnamente le figurano e rappresentano, e nel proprio e manifesto rammarico attestano il secreto pianto e cordoglio di tutte le latine città. Qui voi pure state presenti, ahi sventura! o fratelli di Venezia, o invitto e intrepido retroguardo dell'armi italiane, rifatti degni di rivestire la gloria di quattordici secoli, arditi di combattere soli contro tutto un impero, manomessi non dal ferro ma dalla fame, cedenti per accordo, non per disfatta. Sia luogo alla verità; di niun corrotto e di niuna lacrima trarrà l'anima benedetta di questo Martire più compiacimento e più onore, che delle vostre, o prodi come incolpevoli, o per ogni virtù militare e civile insigni e specchiatissimi Veneziani.

VI.

Bello e magnifico è tutto ciò, e sufficiente, mi sembra, a far venerando ai venturi qualunque nome di re. Pur nondimeno, se in voi mantiensi, uditori, l'onesto desiderio di più avanti considerare l'essere sostanziale della virtù, seguitando a bene distinguerlo e segregarlo dagli accidenti, massime dagli esteriori assai più soggetti all'arbitrio dei casi e al torto giudicio degli uomini, le lodi che mi rimangono a dire di Carlo Alberto riusciranno maggiori e più rare; e se ne riverbererà un lume d'insegnamento da spandersi con profitto grande non pure fra i popoli italici, ma sì fra tutte le genti civili e cristiane. Il perchè, quando mi fosse fattibile, io chiamerei volentieri ad udire questa parte seconda del mio discorso gli uomini tutti che ànno in Europa autorità e ingerimento continuo e principale nelle faccende publiche, ed assai facoltà d'informare e allevare l'animo e l'intelletto delle moltitudini. Io dico ed assevero, che io farei ciò premuroso e senza paura d'orgoglio; conciossiachè la imperizia e la ruvidezza del ragionare non potrebbe dal lato mio esser tanta, da spegnere affatto il fulgòre delle verità che fuor del mio têma di per sè traluce e sfavilla.

Per fermo, tra i vizj molti e gravissimi che incattivirono la nostra età, e onde marciscono in poco d'ora i frutti delle sue fatiche e de' suoi tentamenti, il pessimo, al mio sentire, si è quella inerzia della gente mezzana a combattere il male e zelare il bene; quel difetto di fede profonda ed inconsumabile nella verità e nella giustizia; quei concetti o dubitosi o travolti, così intorno ai diritti ed alle franchigie, come intorno agli uffici ed alle virtù e imprese cittadinesche; quello scarsissimo sentimento dell'annegazione e del dovere, e quell'insorgere invece con infinita baldanza ed avventatezza contra ogni autorità ed ogni titolo di primazia. Quindi, pur troppo, è nato che l'eguaglianza civile e politica viene professata e voluta più assai per invidia dei beni e delle preminenze altrui, che per ispirito vivo e sincero di dolce fraternità: quindi, piuttosto che affaticarsi ad alzare ed accostare gl'infimi ai sommi, abbattesi rabbiosamente ogni cima, e a quella gretta mediocrità, che riman di poi, d'ogni condizione e d'ogni intelletto, dàssi lo specioso nome di pura democrazía: quind'infine, spogliato e nudato l'animo delle speranze sopramondane, e lasciatogli le sole mondane e caduche, l'amor dei piaceri e delle ricchezze predomina e tiranneggia, e nel volgo si fa bestiale, ed ogni promettitore d'un paradiso in terra acclaman profeta e levano in sullo scudo. Dopo ciò, non è da stupire, se in tanta declinazione ed alterazione del senso morale, e, d'altra parte, in tanto sdegno ed irrequietezza di spiriti, il mondo come tutto si è scosso e scomposto, così nessun ordine e nessun assetto naturale e durabile abbia per anche trovato; e nessun termine di moto e di mutazione al cominciamento loro consenta e risponda. Agli impeti coraggiosi e alle sollevazioni formidabili e quasichè generali, subito sottentra tedio, diffidenza e stanchezza; alla bontà e interezza delle prime intenzioni succedono, tra brevissimo, esorbitanze e tristizie: in secolo della sua civiltà e de' liberi suoi concetti superbo e fastoso, vedesi ogni questione di ordini e istituti politici vinta e risoluta dal ferro; e quei governi rimanere al di sopra, che meglio conversero le milizie loro in automati armati, e in cittadelle sè moventi, e costrutte e murate di uomini. In cotal guisa, le idee del bene e del retto appajono dall'una e dall'altra banda manomesse e sconvolte, e la forza è il Dio dello Stato; e a quella nazione che vive

Mai sempre in ghiaccio ed in perpetue nevi,