La repentina e terribile necessità dei casi (io replico) carpì ai cardinali quell'informe Statuto; dileguandosi la necessità, doveva esso o cadere, o fare illusorie le libertà che promette. Dopo la battaglia di Custoza, s'incominciò a Monte Cavallo a indietreggiare più alla scoperta, e in governo costituzionale far luogo a due Ministri insigniti di porpora e immuni però da ogni legale sindacato, sciolti dal pericolo di giudizio e di pena, e sempre innanzi alle Camere taciturni e invisibili. Dopo la rotta di Novara, sarebbersi i prelati prestamente disfatti del Rossi, quando non avesse una scellerata mano prevenuto il disegno.
Del pari, v'à chi dimostra con argomenti robustissimi, attinti alla più pura e profonda filosofia cristiana, che il dominio temporale dei papi accordasi male con lo spirito del Vangelo, e ch'essi potrebbero senza jattura veruna, ed anzi con utilità e rinvigorimento massimo della religione, deporlo affatto, e tornare all'antica modestia apostolica. Ma, d'altra banda, tutti coloro cui manca l'animo di pensare ad alcuna essenziale riforma ed innovazione negli ordini della Curia romana, veggono assai manifesto (quantunque vergognino di confessarlo), che a quella Curia, spogliandola in tutto del principato, rimarrebbero brevi anni, forse anche pochi mesi d'autorità e di vita.
E però, mentre parlano ad ogni tratto della fiamma di fede cattolica che li avvampa, mostrano di dubitare del sostegno saldo e perdurabile promesso alla Chiesa di Dio. Ma veramente li turba e tiene perplessi un intimo sentimento, il quale li avvisa, non consistere punto la Chiesa di Dio in certe giurisdizioni fittizie ed ambigue, e in certe viete e dispotiche consuetudini che la sede pontificale s'incaparbisce a voler serbare, ed a cui nessuna promissione di celestiale soccorso fu fatta. Quindi s'ostinano a dire, che il principato ed i suoi conseguenti sono puntello della Chiesa; e a sottrarglielo, potrebb'ella, se non cadere, scompaginarsi; e che non bisogna tentare Iddio, e stringerlo a forza ad operare miracoli: non badando essi che a molto maggior miracolo il vanno stringendo ogni giorno, di salvare la fede e il papato ad onta delle sconcezze ed enormità che seco mena il poter temporale; ed essere un modo assai più sconvenevole di tentare Iddio, quello di volere che per prodigio cotidiano di grazia efficace i preti, arricchendo, si serbino poveri; imperando a modo dei re, si serbino umili; vivendo in delizie, si mantengano casti; empiendo le carceri e alzando patiboli, si mantengano misericordiosi.
Udiremo dire a moltissimi, che bisognava perdonare i prelati romani di assai difetti. Non potevano a un tratto svecchiarsi, e in un giorno solo svestire gli abiti del comando assoluto, nè con leggier fatica avvezzarsi alla libertà, tenuta, e non senza ragione, in sospetto e in paura per tanto tempo. D'ogni bene erano signori e dispensatori; qual maraviglia se contendevano a pezzo per pezzo l'antichissimo patrimonio? Colpa grave dei liberali fu volere ogni cosa ad un fiato. La libertà sarebbe venuta ad oncia ad oncia, e proporzionando il carico nuovo alle spalle del popolo che mal lo reggeva. Queste parole che sarebbero savie in qualunque luogo, trovano in Roma ragioni opposte d'altrettanta validità. Coi prelati romani non potersi fare a metà: cedono pur troppo a due deità sole e terribili, la necessità e la paura. Altrove possono le libere istituzioni avere piccolo cominciamento, ed aspettare dal tempo e dalla educazione publica di profondare ed allargar le radici; ma in Roma tanti germi ne porresti, tanti ne sbarberebbero, e tutto il passato lo testimonia. Però bisogna che fra le due potestà intervenga una piena separazione.
Per simile, molta gente va predicando che agli uffici pontificali bisogna l'indipendenza, e questa senza principato correr pericolo e vacillare ogni giorno. Guardisi quello che era il papato in Francia alla corte d'Avignone, sotto le ferree mani di Filippo il Bello e de' suoi discendenti.
Questa è la sentenza: ora mirate il fatto, e troveretelo tanto discorde da lei, che assegnerete al vocabolo indipendenza ogni altro significato, salvo il definito dai dizionarj. Certo, stranissima indipendenza è quella che gode Pio IX tra l'armi tedesche e francesi, e stretto e aggirato da' furiosi ristoratori d'ogni clericale tirannide. Nè si dica essere accidente che passa. Perchè nessuno à cervello così baldanzoso da indovinarne la fine; e tutto il lungo e miserevole regno di Gregorio XVI trascorse in altrettanta preoccupazione e servitù di mente e di spirito. I perpetui diritti, le vetuste giurisdizioni e le libertà intangibili della Chiesa tacevano tutte innanzi all'Austria e alla Russia. Quivi tre milioni e più di cattolici trapassavano allo scisma con poco o nessun lamento di Roma; e con poco o nessuno tornavano a quando a quando in Vienna a pigliar vigore le leggi giuseppine: altra maggior cura premeva l'animo del pontefice; sventar le congiure, sopprimere le cospirazioni, comandare nelle Romagne i supplizj. In tale spavento viveva papa Gregorio non pure dei moti politici, ma poco meno che d'ogni progresso di civiltà, che fu udito affermare, infra l'altre cose, ogni strada nuova aperta ai viandanti essere veicolo nuovo di corruzione. E nella enciclica addirizzata da lui in principio del regno suo a tutti i vescovi moderatori del gregge cattolico, non dubitava di registrare tra i flagelli del secolo le politiche libertà: il che prova quanta poca misuratezza e imparzialità di giudicio lasciavagli il principato, e con che massime dure e imprudenti governar voleva la Chiesa.
Così da ogni parte balzano fuori (diceva io) le contradizioni; perchè tra il regno ed il sacerdozio, quali stanno al dì d'oggi e si vogliono mantenere, ogni termine di conciliazione è impossibile, e mai non è per uscire ex alienigenis membris compacta potestas.
Tra parecchi partiti indagati e proposti per dare assetto e riposo alla dominazione temporale dei papi, voi, Signore, scorgete assai più vantaggi all'Italia, ed avviamento molto migliore al bene di tutta la cattolicità, nell'avviso di alcuni statisti di stringere quella dominazione alla città sola di Roma, od a poco altro territorio. Ora, io pronunzio da capo, che non mutando l'essere e i privilegi dell'alta ed infima prelatura, tanto è impossibile colorir quel disegno, quanto tutti gli altri esclusi da voi; conciossiachè, dove l'armi straniere non esercitino sempre un violentissimo reprimento, si vorrà dalle genti di Roma fruire almeno delle libertà civili ordinarie e di larghe franchigie comunitative, com'egli accade, per grazia d'esempio, in America ai cittadini di Washington. Ma qual mai libertà civile non verrà intorbidata ai Romani, ed anzi rotta e annullata, dal Sant'Offizio, dagli sbirri del Vicariato, dall'arbitrio continuo ed irrefrenabile de' maggiori prelati, dalle parzialità dei giudici, dalle sciocche e strabocchevoli revisioni, censure ed inibizioni sulle stampe e sui libri, dall'ignoranza e servilità delle publiche scuole, e dal potere il governo inframmettere in ogni cosa l'autorità d'alcun canone o d'alcuna bolla, dimenticata ma non disdetta, e giacente in archivio com'arme vecchia in arsenale, che può a tempo e luogo tornare usabile e acconcia?
Per quello, poi, che s'attiene alle franchigie comunitative, non son dubioso di affermare, ch'elle o promuoveranno fiero e continuo contrastamento col governo clericale, o diverranno ombre vane fuori che nell'aspetto e nel titolo, come da secoli sono state. Imperocchè, questa lode della gente romana è da ricordare, che cioè non ànno valuto la Curia e la prelatura a domare e spiantare qualunque spirito di libertà e di resistenza in quel popolo, per insino a tanto che gli rimase la possessione di qualche diritto municipale. E già Sisto V, appena insediato, e con le prime parole che disse da principe ai Conservatori di Campidoglio, li minacciò di togliere loro quel poco (trascrivo i suoi termini appunto) che, per benignità sola della Santa Sede, rimaneva ad essi di publica amministrazione.[45] Ed eziandio quel poco fu tolto. Onde gli è accaduto, che forse tra tutti i comuni italiani, sempre usi a godere di alcuna franchigia, il comune solo di Roma ne venisse per intero spogliato; e quella toga fulgidissima d'oro e di porpora in che il Senatore e i Consultori di Campidoglio splendevano, altra grandezza ed autorità non significassero, eccetto che crescere copia d'arredi e vaghezza di addobbi ai vespri e alle messe pontificali. Ma lasciando ciò stare, chi, chiedo io, nella pace presente, e senza promovere da ogni banda pericolo instante di guerre e sollevazioni, sottrarrà le Romagne e le Marche alla signoria dei papi? Tentisi e facciasi da chiunque; adóperinsi le maniere, l'arti e gli spedienti più sottili ed accomodati; segua per effetto di qual vogliate accordo e lega di principi poderosi; la curia romana, com'è al dì d'oggi elementata e costituita, lancerà scomuniche ed interdetti furiosi e implacabili, e si ajuterà, nè senza profitto, di sommovere e d'infiammare tutto il mondo cattolico, ed eziandio il greco ed il luterano, con assai più zelo ed impeto, che se una nuova eresia od uno scisma nuovo intendesse a squarciare e spiccare violentemente alcun altro membro dal corpo di santa Chiesa.
Ben voi direte, che se gl'interdetti veementi e iracondi di papa Caraffa non vinsero e non bastarono contro le armi del Duca d'Alva nel bel mezzo del secolo XVI, meno assai basterebbero nell'età nostra. Ma le plebi allora tacevano paurose: oggi quello che pensano e vogliono à peso e pericolo; ed a cagione delle publiche libertà, più ardire mostra al presente la scarsa fede rimasta, che la grandissima per antico. Certo è, che quando gli Ottoni e gli Arrighi si brigarono d'aggiustare le cose romane, nol fecero con le armi soltanto, ma eleggevano al sommo seggio chi lor talentava di più, e l'esterior disciplina della Chiesa a lor senno moderavano. Oltre di che, come userebbero i potentati, senza troppo manifesta contraddizione, l'aperta violenza in quell'autorità e in quell'uomo, per rialzare il quale ànno, poco è, sguainate le spade con non picciolo spreco di danaro e di sangue? Impossibile, poi, tanto accordo fra tanti principi e Stati, massime dove si tratta di ricche spoglie da occupare e spartire.