Nè questo ancora sarebbe tutto; ed io vi affermo ed assevero, che il voto espresso ed unanime degli ufficiali, l'interesse ben calcolato e la giusta apprensione pei casi avvenire, la dubbia interpretazione del patto e la più incerta e dubbia contravenzione sua dalla parte dell'Austria, bastati non sarebbero ad acquetarci la mente e lo spirito. Conciossiachè al nostro giudicio e alla nostra deliberazione avrebber dato motivo o il sospetto di non venire obbediti dai militi, o il timore delle prossime rappresaglie, o la troppo visibile insufficienza delle ragioni, o tutte insieme cotali considerazioni, molto più atte a indurre nell'animo una gravosa necessità, che un pieno e schietto convincimento.
Ma noi abbiamo pensato, nobili cittadini, che i passi primi della diplomazia italiana dovesser procedere lucentissimi di fede e di lealtà. Noi ci siam ricordati che nelle politiche relazioni e corrispondenze coi popoli accade appunto il medesimo che nelle commerciali e negoziative; in tutte le quali, l'osservanza gelosa dei patti e il pronto e lieto mantenimento di ogni promessa cresce ed accumula a poco a poco quel credito che, in mano soprattutto delle moderne nazioni, convertesi in uno de' più fecondi e maravigliosi strumenti della forza e grandezza loro. Noi abbiamo opinato che mette assai meglio in siffatti casi gittare ogni colpa sugl'inimici, di quello che arrisicare di farcene autori noi, e di non potere alla finale vittoria dell'armi aggiungere altresì la vittoria del dritto. A noi è sembrato che se queste massime tornano vere e sante e profittevoli a qualunque nazione, fannosi tali infinite volte di più alla gente romana, cui sta in capo il sommo Pontefice, tutore e serbatore perpetuo dell'umana giustizia. Infine, da noi fu pensato che il popolo romano, come il discorso ministeriale già l'esprimeva, non valendo a gloriare ed a sovrastare tra le nazioni per la vigoria dell'armi e la vastità dell'impero, farsi almeno doveva al mondo esempio luminoso e specchiato di ogni forma eccellente e perfetta del viver comune.
In una contrada non molto remota da noi scorre e fuma a questi giorni un torrente di sangue, e nella metropoli sua le vie più frequenti e più belle si veggono seminate di strage civile.[22] Quivi non è principio di sociale giustizia che non sembri oggimai vacillare e disfarsi. Quivi le nozioni stesse primigenie ed eterne del bene e del vero pajono ottenebrarsi e travolgersi, e l'impero della forza e lo stato di guerra farsi naturale e proprio agli uomini, quasi avverando l'abborrevole sogno del filosofo di Malmesbury. Signori, a noi tocca nudrire ne' nostri popoli il generoso ed utile orgoglio, che qui nella sacra città, in cospetto del Campidoglio, al lume dell'antica sapienza, que' principj e quelle nozioni sbandeggiate anche da tutto il mondo avranno un certissimo asilo, e poseranno sicure all'ombra augusta del Vaticano.
Dopo ciò, non si stimi da alcuno di voi, che siensi messi in dimenticanza e in non cale i possidenti di Vicenza tra noi rifuggiti e dal bando dell'Aspre percossi. Al contrario, noi ci facemmo debito di scrivere senza indugio al capitano dell'armi imperiali, raccomandandogli con ogni virtù di parole quei miseri; ed anzi, prevalendoci assai della nostra religiosità, poco da esso meritata, nella osservanza dei patti, patrocinammo con tanta più forza e caldezza la causa dei profughi.
Noi pigliamo speranza che quella nostra scrittura non giacerà senza effetto: ma quando pure non conseguisse tutto il bene che il cuor nostro desidera, piaccia a voi di considerare se meglio sarebbero stati ajutati e difesi i profughi rompendo la fatta capitolazione, e togliendo con ciò ogni qualunque ritegno alle austriache vendette. D'altro lato, ricordiamoci che l'Italia tutta è oggimai segnata di sventure e di martirj, nè serba provincia così riposta e queta e sommessa, che molti generosi a questi giorni non tingano delle proprie vene. La via che conduce all'indipendenza e alla libertà (tutte le storie il confermano) è da ogni parte bagnata e molle di sangue e di lacrime; e non sono questi per lo certo i danni e gl'infortunj, sotto il cui fascio l'animo degl'Italiani si piegherà fiaccato e invilito. E similmente, se per due o tre mesi porzione dell'armi nostre dovrà ristarsi dal combattere, non perciò la causa nazionale, che è sacra e perpetua, si verrà meno, o l'armi e le braccia del popolo nostro mancheranno all'estreme e disperate difese.
Pericolo vero e solo e incessante sovrasta alla causa italiana nel dissentire degli animi, nel traboccare delle passioni, nel macchinare dei partiti. Or fa qualche giorno (io nol vo' tacere, o Colleghi, ed anzi sovvienmi di averlo in altro ragionamento significato), l'anima mia era contristata infino alla morte. Perocchè dappertutto io scorgeva spuntare e moltiplicare i germi delle antiche discordie; e il lievito micidiale delle vecchie invidie e dell'abituale orgoglio riprender vigore, e le plebi corrompere e i giovani infatuare.
Ma qualche angiolo tutelare veglia per lo certo alla nostra salvezza; e ne' libri del fato è veracemente scritta l'italiana risurrezione:
Nè sillaba di Dio mai si cancella.
Signori, alle nuove che giungono di Piemonte mal possono i cuori gentili temperarsi da un dolce pianto, e non mandare voci e grida di gioja. Il gran decreto dell'Unione è già sulla Dora dai contraenti popoli sottoscritto, e il Regno formidabile subalpino è fondato. Superò l'Italia un gran punto, mirando coi propri occhi le vecchie gelosie e le ostinate borie municipali dileguarsi innanzi alle necessità della comune salvezza. In cotesto fatto un valor si racchiude ed una efficacia più stupenda e migliore di qual sia battaglia campale guadagnata sugli stranieri.