L'altra parte di nostra opera nemmeno fu da noi pretermessa, o tardata o trascurata in veruna guisa, ma con fervore e con la massima diligenza tentammo di adempierla. Ricorremmo affrettatamente a re Carlo Alberto, e, come testè io diceva, gli domandammo pronti soccorsi non solo, ma la permutanza di buona porzione delle soldatesche nostre con altrettante delle sarde. Mostrammo per noi la necessità dell'ajuto, per esso l'utilità; ricordammo la devozione di questi popoli alla sua persona, la fede nella sua causa, i mali della guerra lombarda incontrati sì lietamente da noi, i nostri apparecchi, il sangue sparso, il lutto di nostre famiglie; quanto danno e pericolo arrecherebbero alle armi sue le rive del Po signoreggiate dall'Austria, invase le Romagne, minacciati i Ducati, non sicura la Toscana. Che avvenne? il re Carlo Alberto assentì, il Ministro della guerra risolutamente negò. In ultimo, una specie di permutanza ci è stata offerta. Ma quale? Non è da tutti l'indovinarsela. Spedire gli Svizzeri nostri in Modena, e i Piemontesi che quivi stanziavano mandarli a Venezia: che è come chiedere ad uno che ti presti il mantello, e quegli invece proponga di accomodarne il compare; senza qui aggiungere che gli Svizzeri nostri, condotti in Modena, abbastanza non si scostavano dall'occasione e pericolo di combattere; il che per tre mesi è vietato loro dai patti. L'offerta, dunque, non profittava per niente alla guardia e difesa delle nostre frontiere. Tacerò d'alcun partito da noi pensato con poca speranza, ed a fine soltanto di non lasciar cosa del mondo possibile e immaginabile di cui non facessimo esperimento. Come lo scrivere, per esempio, al general Pepe in Venezia, e proporgli o di spedire qui a noi que' soldati nostri che là combattono; o di spesseggiar le sortite e ingrossarle sì fattamente, da mettere in seria e vivissima suggezione gli assediatori, talchè non sia loro più agevole l'assottigliarsi di uomini, e minacciar d'invasione le nostre provincie.

Or, raccogliendo il tutto, io vi chiedo, se queste vi sembrano ragioni sode, schiarimenti precisi, allegazioni certe, fatti evidenti e palpabili? Sa Iddio, quanto io desidero che possibile fosse di contradirli e negarli, e quindi scemassero i nostri danni e i sospetti, di quanto crescerebbe il torto e l'errore dei presenti Ministri. Imperocchè nessuno de' miei avversarj mi reputa così vile e perfido, che io posponga la salute della carissima patria al mio leso amor proprio. Ma io sento bene, che la imparzialità de' giudicj non è unque sperabile laddove il cieco entusiasmo e le offese e i danni di già sofferti e l'apprensione del peggio farà di nuovo gridare ai più caldi, e a proposito o no: la patria è in pericolo, e noi vogliamo che ad ogni costo ella sia salvata.

Signori, giunto il discorso a questi ultimi termini, io vi pronunzio che due sole specie di guerra conosce e pratica il mondo; due sole, ripeto, e non più; e sono di esercito contro esercito, e di popoli armati contro armate milizie. Ora, nettamente e fermissimamente dichiaro, che guerra di esercito contra esercito, guerra promettente non dico bella vittoria, ma lungo e onorato combattimento, non siamo oggi, non saremo domani o il dì dopo in grado alcuno di fare. No, verun Ministero ritroverete (e cercatelo pure per tutti i canti d'Europa e d'America), il quale premendo col piede la terra, ne faccia balzar fuori un esercito. Non v'à Ministero che possa (come usa dirsi) improvvisare buoni soldati, esperti capitani e ben guerniti arsenali.

Ma dell'altro genere di guerreggiare, cioè quello delle moltitudini che s'armano, e s'azzuffano coi soldati d'ordinanza, certo, non si nega che può sempre venire in atto; nè altro che una condizione ricerca per far probabile il buon successo, ma la vuol piena, la vuol permanente, la vuole assoluta; e questa è il coraggio e la fierezza intrepida e disperata delle popolazioni. Qualora ogni città di Romagna convertasi in una Saragozza, o in qualcosa di somigliante, e debbano gl'inimici pigliar d'assalto le mura, indi le strade asserragliate, poi ciascheduna casa dalle canove alle antane; non dieci, non venti, non forse cento mila bajonette imperiali varranno a sforzarle ed a sottometterle. Però, d'un ardore siffatto, ogni qualunque Ministero è piuttosto l'effetto che la cagione; il docile e acconcio strumento, piuttostochè il fondamento e il principio.

Io so, nullameno, che da un Governo energico veramente e leale, sempre vigile ed operante, franco, ardito, ingegnoso, e non inferiore, insomma, alla gravezza minacciosa e straordinaria dei casi, può accrescersi ed avvivarsi oltremodo la fiamma del popolare entusiasmo; io lo so. Ma un Governo cotale à gran bisogno della pienezza d'ogni potere e della libertà intera dell'opere sue; e se a voi piace di guardar dentro alle cose, confesserete a marcia forza, che non è così fatta la condizione dei presenti Ministri, i quali già da un mese sono rinunzianti, ed a cui non è stato mai lecito di proferire nemmeno quella parola che suona oggi sulla bocca d'ogni verace italiano, e si attua in fieri e nobili gesti sulle rive del Mincio e dell'Adige.[24] A questi dì, più assai della consumata politica e della sapienza legislativa, occorrono le arti con le quali si eccitano e fomentano le generose passioni. Di tali arti, nudrici del coraggio e della magnanimità, dar saprebbe qualche saggio onorevole ed utile anche il presente Ministero; perchè sempre il cuore infiammato avvisa e indovina ciò che risveglia ed infiamma il cuore; e voi potete vederne forse gl'indizj leggendo nelle gazzette quel che parliamo e ordiniamo ai nostri ufficiali nelle provincie. Ma il forte volere non basta; e al forte operare non abbiam sufficienti le facoltà.

Egli m'è avviso di avere non iscarsamente risposto alle accuse più generali e più appariscenti che jeri lanciavansi da taluni contro il Governo. Delle censure particolari e minute, alcune sono di assai poco rilievo, altre emergono dall'ignoranza dei fatti, ad altre manca ogni precisione e somigliano a colpi tirati senza pigliar la mira. Tuttavolta, non vo' tacere di una, e importante per sè e gravosa al cuore di tutti i Ministri.

Questa è di aver noi invitato a sedere nel Consiglio di amministrazione e di disciplina il generale Durando, chiamato da taluno in quest'assemblea ed apertis verbis traditore alla patria. Osservisi, anzi tutto, ch'egli, per ciò che affermano parecchi deputati, viene accusato al medesimo tempo e qui e in Piemonte; qui come lancia di Carlo Alberto, in Piemonte come troppo tenero del Pontefice. Chi dunque tradisce costui? Nessuno, perch'egli non può ad una ordir frode al Pontefice e a Carlo Alberto. Io credo convenga andar molto a rilento nel proferire sentenze cotanto odiose e terribili; e per fermo, così la pensa la più gran parte de' soldati e de' volontarj che sotto i vessilli suoi combattevano. Essi (domandatene, o signori) gli conservano stima grande ed amore cordiale. E sapete voi la cagione principalissima? La cagione è questa, che dove la mischia ferveva più calda e più sanguinosa, dove il pericolo era imminente, le bajonette nemiche più numerose, il grandinar delle palle più spesso, là brillava pur sempre la spada del Durando, il quale, con nuovo genere di tradimento, ponevasi tuttogiorno al rischio di affogare la sua frode nel proprio sangue.

Ora, ditemi, in nome di Dio, se veduto l'aveste fra tante palle e tante austriache bajonette cadere ferito ed estinto, sarebbe nessuno di voi stato ardito di domandarlo traditore, e nel cadavere suo ancor sanguinante e dal ferro dilacerato imprimere un marchio d'infamia? Ebbene, voi pigliate arbitrio e baldanza di atrocemente accusarlo, solo perchè la fortuna à conservato quel braccio e quella spada onorata al profitto d'Italia. Queste sono le ragioni per cui pensò il Ministero di dar luogo al Durando in seno del consiglio testè mentovato: e con tutto ciò, abbiamo premesso all'atto una diligente ed esattissima investigazione dell'opera sua; e in fede di onesti uomini, vi assicuriamo, che non v'è ombra di colpa e di trascuranza in tutte le recenti fazioni di guerra del generale Durando. Egli commetteva forse qualche errore di previdenza e di tattica; ma, con vostra pace, qual generale non ne commise, o non fu a risico di commettere?

Dopo ciò, io reputo di toccar già la fine del mio troppo lungo ragionamento; conciossiachè a rispetto dell'avvenire, di cui pure moveste discorso, o Colleghi, poco o nulla ci conviene rispondere. Noi da un mese non siamo solo in istato di rinunzianti, ma con viva istanza e più d'una fiata abbiamo richiesto e pregato che la rinunzia nostra si accetti. Jeri stesso abbiamo, ad un animo, rinnovato e compiuto l'ultimo e risolutissimo atto di tale rinunziazione. E però noi rimaniamo in sin da ora Ministri unicamente per conservazione e custodia dell'ordine e quiete pubblica, e per tutela dei comuni diritti. D'ogni rimanente ricade a voi la cura e il consiglio; e ci è forza da quindi innanzi di non tollerare che si rovesci sul nostro capo la più ponderosa e formidabile malleveria che premer possa la coscienza d'un uomo onesto e d'un incolpabile cittadino.

Io mi dispenso dal giudicare se a voi venga meno la volontà o il potere o l'opportunità o l'unione, per ispalleggiare e protegger quegli uomini che la fiducia popolare condusse al governo, e, più costante di molti di voi, sembra non abbandonarli ancora. Ma io so questo assai bene, che i censori ed accusatori del Ministero, cercando una verità e una utilità molto dubbia ànno indubbiamente peccato di grave imprudenza; e quando sieno buoni e leali patrioti, com'io li stimo, tardo e doloroso rincrescimento cagionerà loro il vedere e conoscere che il nostro uscire di governo non sarà senza manifesta letizia dei nemici eterni della libertà e indipendenza italiana.