[158]. Arist., Polit, 4, 9, 4.
[159]. «Il rapporto di ricchi e poveri è tipico dell’antichità; quello di proletarii e capitalisti è proprio del nostro tempo. Lo notò già Rodbertus e poi anche Marx, che in qualche punto fece rimprovero nientemeno che a Teodoro Mommsen di essere incorso in questo equivoco» (E. Ciccotti, Athene, repubblica di proletari?, in Nuova Rivista storica, 1920, p. 515).
[160]. Mason, cit. in Mondaini, op. cit., pp. 111-12.
[161]. Aristot., Rhetor., 2, 16 sgg.
[162]. Demost. XXIV (In Timocr.), 163; XXIII (In Androt.), 51 sgg.
[163]. L’autore dell’opuscolo pseudo-senofonteo qualifica i poveri come abietta canaglia (1, 4; 2, 19), e canaglia definisce tutti i simpatizzanti pei regimi democratici. «Coloro che, non venendo dal popolo, preferiscono di abitare in una città a regime di popolo, meditano senza dubbio tristi propositi e sperano di potersi meglio nascondere» (2, 20). «Gli è a motivo di ciò che da per tutto ogni tristo si accorda mirabilmente col proprio simile nell’amore del popolo» (3, 10). Lo stesso scrittore è scandolezzato del mite trattamento degli schiavi in Atene (1, 10); e, nell’atto stesso che si sforza di identificare i suoi amici politici col fior fiore della gente dabbene (1, 1; 1, 4; 2, 19; 3, 10), ne celebra la squisita gentilezza con esempi (3, 11), che ci si offrono come la più chiara smentita della tesi in precedenza dichiarata. Lo stesso è a dire del più antico poeta Teognide (cfr. G. Fraccaroli, I Lirici greci, Torino, 1910, I, pp. 182 sgg., 187 e frammenti ivi richiamati).
[164]. Cfr. Herod., 2, 167.
[165]. Xen., Memorab., 1, 2, 56 sgg.: «Diceva inoltre l’accusatore [di Socrate] che questi insegnava ai suoi amici a essere facinorosi e tirannici. Ad esempio, il verso di Esiodo:
Nessun lavoro è vergognoso, ma soltanto l’ozio
egli lo interpretava come se il poeta avesse inculcato di non astenersi da alcun lavoro, fosse pure indegno, turpe; ma che occorresse sottostarvi per campare la vita....»; cfr. 2, 7, 7 sgg.