L’antico corso degli eventi non muta per mutare di principi. Il nuovo sovrano di Macedonia, Filippo V, appena salito al trono, assale Ambracia, muove guerra agli Etoli[440], invade Elide e Trifilia[441], v’impone un epimeleta, lascia una guarnigione a Lepreon, e termina la sua personale storia di manomissione delle libertà greche, invadendo il territorio spartano[442], sì che, all’istante dell’ultrice vittoria romana, i diritti della Macedonia sulla Grecia pretendevano esercitarsi su Corinto, la Focide, la Locride, l’Eubea, l’Acaia, la Tessaglia, la Magnesia, la Ftiotide, la Dolopia, la Perrebia...: tutte le terre che il vincitore, Tito Quinzio Flaminino, proclamerà finalmente libere nei solenni giochi istmici del 196 a. C.[443].
La reazione greca.
Quale fu il sentimento greco, di contro all’imperialismo macedone? Le fonti storiche dei secoli IV-II a. C., pur attraverso la loro scarsezza e la loro oscurità, ci permettono di rispondere a questa domanda.
Il giudice inesorabile dell’imperialismo macedone non è più Isocrate; è questa volta l’ultimo dei grandi spiriti ateniesi dell’età classica: Demostene, l’infelice difensore delle libertà elleniche moriture.
«Tutto ciò», egli gridava in faccia ai suoi degeneri concittadini, «tutto ciò che fu commesso dagli Spartani in sei lustri del loro impero panellenico, e lo fu dai nostri antenati per settanta anni, è un’ombra rispetto a quello che Filippo ha perpetrato a danno dei Greci in meno di tredici anni.... Taccio dell’enorme scempio di Olinto, di Metone, di Apollonia e delle altre trentadue città della Tracia, da lui distrutte in modo tale, che, a chiunque volesse ivi recarsi, non darebbero più l’immagine di un Paese un tempo abitato; taccio dello sterminio della popolosa Focide; ma qual’è mai la condizione della Tessaglia? Non sono state anche quivi distrutte città e rovesciate nazioni? E non ha ivi Filippo istituito delle tetrarchie, che significhino non solo la sudditanza della regione, ma altresì la servitù dei cittadini? Non obbedisce l’Eubea a nuovi tiranni?... Non dichiara egli apertamente per iscritto: — Io non conosco pace se non per quanti si rassegnano ad ubbidirmi? — Nè si limita a dichiararlo.... Ma invade l’Ellesponto, e prima assalì Ambracia; occupa la grande Elide e prima insidiò Megara. Nè il mondo greco, nè quello barbarico saziarono l’ingorda ambizione di tal uomo»[444].
Ma in quale stato Filippo II, il conquistatore della Grecia, usasse ridurre le contrade, su cui trascorrevano le sue falangi vittoriose, Demostene ci aveva detto altra volta: «Ivi — in Focide — a noi viaggianti alla volta di Delfo», s’aperse «uno spettacolo crudele e miserando»: «edifici distrutti, mura abbattute, un intero paese deserto di giovani, popolato di rare donne, di fanciulli e di vecchi in atteggiamenti da muovere pietà; una rovina che lingua umana non è capace di descrivere....»[445]. Un altro ignoto oratore, che non a caso la tradizione confuse con Demostene, dirige una requisitoria, forse meno vivace, certo più precisa, contro il figliuolo di Filippo e le sue sistematiche violazioni dei patti, ch’egli era tornato a giurare solennemente in cospetto dei Greci, a Corinto:
«Se vi si domandasse, o Ateniesi, quale è la cosa che più vi sdegnerebbe, voi rispondereste che sarebbe questa: di costringervi con la violenza alla restaurazione dei discendenti di Pisistrato, caso mai oggi ancora ne esistessero. Voi prendereste senza indugio le armi, vi esporreste a qualsiasi sbaraglio, piuttosto di riammetterli in città; o se voi consentiste a far ciò, sareste destinati a servire più che non schiavi acquistati per denaro, giacchè nessuno uccide volentieri il suo schiavo, mentre i tiranni fanno perire dei cittadini senza giudizio e ne oltraggiano le donne e i fanciulli. Ma Alessandro, che, a dispetto dei giuramenti e del trattato comune, ha restaurato i tiranni — i figliuoli di Filiade — a Messene, si è preoccupato della giustizia, o non piuttosto ha seguito soltanto il suo istinto dispotico senza rispetto per voi e per i patti comuni?[446]. Se ci sta dunque a cuore l’osservanza dei giuramenti e quella giustizia, che nei trattati invochiamo, è nostro dovere prendere le armi e, insieme con le nazioni che ci vorranno seguire, volgerci contro i quotidiani trasgressori della propria parola....»[447].
«Il trattato stabiliva che coloro i quali distruggeranno la forma di governo, che si trovava costituita in ciascuna città, all’atto della pace, saranno considerati come nemici di tutti i confederati. Ebbene, gli Achei vivevano in regime di democrazia, e il re di Macedonia distrusse in Pellene il governo democratico, ne scacciò moltissimi cittadini, distribuì i loro beni a degli schiavi e dette la città in mano a un tiranno: un pugilista, un tal Cherone.... Non si deve, secondo il trattato di pace, considerare come nemico chi agisce in tal modo?...»[448].
«Il trattato ordina a quelli che provvedono agli interessi e alla difesa comune di non far sì che nelle nazioni confederate i cittadini siano messi a morte o esiliati contrariamente alle leggi della città; ordina che i loro beni non siano confiscati; le terra divise; i debiti aboliti; gli schiavi affrancati; che, insomma, non abbiano luogo innovazioni perniciose. Ebbene, coloro stessi che dovrebbero impedire queste violenze, ne favoriscono gli autori....»[449].
«È detto nel trattato che gli esuli non potranno, movendo da alcuna città confederata, portare le armi contro qualsiasi altra; e che, se ciò avverrà, la città, donde mossero all’attacco, sia esclusa dall’alleanza. Or bene, il re di Macedonia non cessa di far portare le sue armi dovunque; bande armate di Macedoni scorazzano da per tutto, e oggi più di prima, dopochè di loro propria autorità, hanno ristabilito i tiranni in parecchie città.... Se dunque occorre osservare le convenzioni comuni, consideriamo come escluse dal trattato le città che questo osarono, ossia escludiamo dal trattato le città macedoniche» e «deliberiamo in che modo siano da trattare quegli uomini che ostentano un’insolenza dispotica, che vediamo intrigare perpetuamente, e sempre farsi giuoco della pace comune....»[450].