Così lunghi decenni di sofferenze e di vane aspirazioni proromperanno in uno scoppio folle di gioia all’istante, in cui, nella primavera del 196, ai Greci, convocati solennemente pei giuochi istmici, un araldo romano annunzierà quella liberazione dall’imperialismo macedone, ch’era stata il sospiro sesquisecolare della Grecia.

Allorquando, narrano i cronisti, il banditore annunziò l’inaudito messaggio, l’assemblea parve soccombere all’eccesso dell’emozione e della gioia. Non si era sicuri di avere udito bene, tutti si guardavano a vicenda, quasi sospettassero di essere cullati dalla illusione di un sogno. Si richiamò l’araldo, lo si voleva riudire, lui che aveva parlato la parola della liberazione; sopra tutto, lo si voleva vedere. Egli ripetè il messaggio. Quand’ebbe terminato, la folla proruppe in manifestazioni ed in applausi così clamorosi che gli echi del mare vicino ne furono scossi. Per un momento il console romano, del quale l’araldo non aveva fatto che ripetere la volontà e la parola, rischiò di perire soffocato tra le acclamazioni della folla. Il popolo gli si voleva stringere intorno, per rendergli grazie, per goderne la vista, per isfiorargli la destra redentrice. Lo si coperse di ghirlande, di fiori, di nastri.... Gli furono decretate statue in tutte le città greche, fu votata una ambasceria, recante corone d’oro al senato romano. Tutte le città elleniche vennero inscritte nel novero degli alleati di Roma. La libertà, il più caro dei beni pei Greci, veniva finalmente restituita! La protesta contro la secolare tirannide, ringoiata per lustri interminabili di dolore, rompeva liberamente nella frenesia di un inno di gioia![468]


Tali le sorti, tale la reazione della Grecia ai colpi dell’imperialismo cittadino e straniero. Ma fra gli effetti disastrosi, che questo provocava, ce n’era uno, che, divenendo a sua volta causa di mille altre conseguenze, veniva ad esercitare su tutta la nazione, un’efficacia più grande di quella del fenomeno originario, che l’aveva determinato. L’imperialismo sboccava fatalmente nella guerra, e di questa, come dei suoi effetti, dovremo intrattenerci nelle pagine che seguono.

Note al capitolo terzo.

[260]. Ps. Xen., De vectig., 1, 1.

[261]. Athen. Resp., 24-25; cfr. 27.

[262]. È la nota opinione di Aristotele (Polit., 1, 3 (8), 8).

[263]. Thuc., I, 76, 2; 5, 105, 2; cfr. Dion. Hal., Περὶ τοῦ Θουκιδίδου χαράκτηρος etc., 40.

[264]. Cfr. Thuc., V, 94-95; VI, 18, 3.