[138]. Isocr., De pace, 130 e tutta l’orazione di Lisia, Per i beni di Aristofane e la difesa in un processo di corruzione.

[139]. Schol. ad Aristoph., Ranae, v. 404.

[140]. Cfr. p. 40 del presente volume.

[141]. Demost., XXI (In Mid.), 154; XXX (In Pol.), 37; Lys., In Diogit., 24; Böckh., op. cit., I3, 637.

[142]. Demost., XLVII (In Everg. et Mnesib.), 21.

[143]. Demost., XXI (In Mid.), 161.

[144]. Cfr. Demost., XXVII (In Aphob. I), 7; XXIX (In Aphob. III), 59; Diod., 14, 5, 5; Lys., De Aristoph. bonis, 46; Demost., XXX (In Onoter. I), 10; Plat., Resp., 9, p. 578 D.

[145]. Cfr. Pol., 32, 14, 3 sgg. che si riferisce al II secolo a. C. Un Apicio, rimasto con soli 2.000.000 di lire, non trovava al suo infortunio rimedio migliore del suicidio (Senec., Ad Helv. cons., 10, 9).

[146]. Calcolando su Plin., N. H., 33, 134. Altri esempi di ricchezza romana: la casa di P. Clodio valeva tre o quattro milioni (Plin., N. H., 36, 103-104); dieci, il mobilio di M. Scauro, incendiato dai suoi schiavi (Ibid., 36, 115). Il patrimonio di Pompeo saliva a 19 milioni; quello di un suo liberto, a 25 (Plut., Pomp., 2, 6). Crasso, alla fine della sua dissipata esistenza, disponeva ancora di 45 milioni (Plut., Crass., 2, 2).

[147]. M. D’Azeglio, I miei ricordi, Firenze, 1876, I, 66.