CAPITOLO TERZO. LA CONQUISTA ROMANA
La conquista.
La Grecia libera non aveva saputo far degno uso della propria libertà. Essa aveva bruciato a tutti i suoi capi la propria esistenza storica. La Grecia del periodo ellenistico, ossia la Grecia dei secoli IV-II a. C., aveva subito i terribili contraccolpi dell’immenso rivolgimento economico che s’era operato nel mondo antico. A mezzo il II secolo la Grecia sopporterà, invocherà, anzi, la conquista romana, e per essa getterà via l’indipendenza, che tanto le era stata cara e alla quale numerosi beni aveva fin ora sacrificati.
Pur troppo, il mutamento non le sarà apportatore di fortuna. La Grecia diventava provincia romana in un momento critico della storia della grande Città laziale, ora assurta alla onnipotenza di metropoli mediterranea. La Grecia diventava schiava per sempre nell’atto stesso in cui Roma usciva da un periodo veramente grave della sua istoria: da una insurrezione generale dei Paesi mediterranei, che per circa mezzo secolo (dal 201 al 149) essa si era illusa di dominare con l’esercizio di una mite, indiretta, egemonia. A un tratto il grande sogno dei suoi maggiori politici — dei Flaminini, degli Scipioni — era crollato. Le più remote e diverse contrade del mondo mediterraneo le si erano rivoltate tutte insieme, come al richiamo di un segnale convenuto — e le due Spagne, e Cartagine e la Macedonia, e la Grecia —, e l’avevano inchiodata alla croce di una guerra quasi ventennale, che, come la Seconda Punica, era tornata a devastare le risorse della Repubblica, e più volte aveva messo in pericolo il destino di un impero faticosamente conquistato. Appunto per questo Roma, adesso, abbandona ogni pietà, e non esita a schiacciare la rivolta — ferocemente — col flagello e con la spada, col ferro e col fuoco. Sotto la raffica della sua implacabile vendetta si abbatterono Cartagine, Corinto, Numanzia. N’è consigliero, e artefice, al tempo stesso, il più mite, il più squisito degli spiriti dei Romani del tempo — Scipione l’Emiliano —: segno che non era più lecito condursi in modo differente. Pur troppo, è nelle mani di questa implacabile e feroce virago, odiatrice del molle ellenismo di cinquant’anni prima, che cade ora, anch’essa, la Grecia, vinta a Scarfea e a Leucopetra, schiantata a Corinto, e per oltre un secolo espierà sanguinosamente tutte le imprudenze e le leggerezze passate[292].
Ma la Grecia — e non soltanto quella balcanica — ha altresì la sventura di passare sotto il dominio di Roma, allorchè nella società italica si è già compiuta una trasformazione profonda, che, con le sue ripercussioni farà sanguinare tutte le province romane, sino al giorno, che ormai sembra follia sperare, dell’avvento dell’Impero.
Ed infatti, l’Italia del II-I sec. a. C. è un Paese, nel quale le antiche occupazioni indigene sono state abbandonate, quasi del tutto, per sempre. Le vecchie forme dell’agricoltura sono andate in rovina; l’introduzione della mano d’opera servile, che le guerre gigantesche hanno fornito in gran copia; le guerre stesse, che hanno distrutto la piccola e media proprietà; le devastazioni annibaliche; la concorrenza dei prodotti di province assai più ricche e feconde: queste ed altre cause minori hanno fatto sì che la tradizionale agricoltura italica perisca. La grande crisi, di cui l’età dei Gracchi ci sarà testimone, è la conseguenza di un così molteplice processo. Nè più l’Italia riesce a ripiegarsi verso la terra. Le province, il commercio, la speculazione sono ora motivi più lucrosi di guadagno, e per essi l’antica Italia agricola diventa quello che suol dirsi un grande Paese mercantile[293]. È l’età in cui prorompe — talora, per vie coperte, tal’altra sfacciatamente —, ai primi posti della vita pubblica, quella classe che sarà detta dei cavalieri, ossia dei capitalisti, dei nuovi arricchiti.
Sorte non diversa dell’agricoltura subiscono le manifatture e le industrie proprie della vecchia Italia — l’Italia etrusca e greca —, la cui tradizione non si era mai perduta fino a Q. Fabio Massimo e al primo Scipione. Prevale ora, su tutto, la frenesia della speculazione e del commercio; trionfa, su ogni altra classe sociale, la così detta plutocrazia, produttrice di ricchezza, ma di preferenza speculatrice sulla produzione altrui, talora a danno di questa produzione medesima, ed essa lega, trascina, verso quelli propri, gl’interessi della maggior parte della società romana[294], e nelle sue mani stritola il mondo intero, che da Roma dipende, e che a Roma essa finisce di asservire.
In questa situazione di spiriti e d’interessi ha radice l’imperialismo, politico ed economico, romano, che si disfrenerà implacabile fin dalla metà del sec. II a. C., ma in modo particolare nel secolo successivo, da Sulla a Cesare, nell’età delle grandi guerre orientali, mitridatiche, civili, galliche. In tutto questo periodo, mentre i generali romani e i capipartito guideranno gli eserciti: mentre decine di migliaia di soldati mercenari combatteranno contro i nemici di Roma o contro quelli del loro duce improvvisato, si formerà il concetto e si stabilirà saldamente la pratica, che tutto il carico della guerra e dell’impero, tutto il privilegio e il capriccio di Roma e dell’Italia romanizzata devono pesare sui provinciali.
Nel pieno cuore di questa età procellosa cade l’ingresso della Grecia nel novero delle province della Repubblica.
Le contrade greche cominceranno ad apprendere da Sulla, durante la prima guerra mitridatica, quanto costi l’orgoglio del dominio romano. Al generalissimo, intento all’assedio di Atene, la Beozia sarà costretta a spedire ben 10.000 muletti carichi di provvigioni; l’Attica, e la Megaride, a fornirgli il legname delle foreste abbattute; i templi di Epidauro, di Delfo, di Olimpia, a vuotarsi dei tesori, accumulati faticosamente per secoli, nella gloria di lui e del popolo romano. Più tardi, allorquando, durante la seconda guerra civile, Pompeo con uno sforzo supremo s’accingerà a contrastare il passo al fortunoso e audace avversario, tutta, o quasi, la Grecia dovrà donargli il suo sangue migliore: e le Cicladi, e Corcira, e Atene, e la Beozia, e la Focide, e la Tessaglia, e l’Epiro, e Creta; e tutte le città verseranno somme considerevoli nel grembo del generale romano, un tempo più felice di Sulla, ora flagellato crudelmente dalla fortuna[295]. La nuova guerra civile dei triumviri, Ottaviano ed Antonio, contro gli uccisori di Cesare, farà di nuovo contorcere la Grecia in uno spasimo di disperazione. La Grecia aveva favorito la riscossa dei tirannicìdi del 15 marzo 44. Or bene, dopo Filippi, i vendicatori dell’eccidio di Cesare dichiareranno, è vero, di volersi mostrare clementi. Ma uno di essi, Marco Antonio, si farà ripagare la propria personale generosità con circa un milione di lire, quale strana dotazione di un suo eccentrico fidanzamento con la dea protettrice della città di Atene....[296]. Ma egli stesso si ricorderà bene dei torti, un giorno condonati alla Grecia, dieci anni dopo, alla vigilia della guerra di Azio. Allora Antonio mancava di rematori per le sue navi; farà quindi catturare, per ogni parte dell’Ellade, i viaggiatori, i mulattieri, i mietitori e quanti potevano essere atti al mestiere dei remi[297]; mancava di vettovaglie per l’esercito e per la flotta, mancava di bestie da soma e di schiavi pei trasporti; saranno quindi gli abitanti, a colpi di flagello, obbligati a trasportare a braccia, e non per una volta soltanto, il grano occorrente ai suoi uomini[298].