L’insegnamento privato non riceve dunque alcun danno. Solo, per la liberalità di Vespasiano, lo Stato, scegliendo fra i molti, indica e sussidia alcuni pochi istituti, che si potrebbero definire istituti di paragone. Il vantaggio della coltura era tanto palese, quanto palese che le intenzioni del legislatore rimanevano lungi da ogni idea di una scuola di Stato, e persino di una scuola ordinata e controllata dallo Stato. Se non che — ed era fatale — al di là delle intenzioni degli inconsapevoli iniziatori, la scuola di Stato dell’avvenire si sarebbe svolta dal germe seminato dal primo degli imperatori Flavii.

II.

Quali poterono essere intanto le ragioni, che indussero Vespasiano a tentare ciò che tentò?

Gli storici moderni, più malevoli degli antichi, hanno, con rara facilità, visto nel suo atto un machiavellico ritrovato di addomesticamento dei retori e delle loro scuole,[207] anzi, più ancora, un felice espediente, per il quale egli intendeva schierarli intorno al proprio carro, a difesa degli attacchi dei filosofi.

In verità, i limiti e la natura della riforma escludono assolutamente la possibilità del conseguimento di tale scopo, ed escludono perciò che Vespasiano non vedesse — il che era agevolissimo — la inanità dei mezzi, che vi avrebbe adoperati. A chi ben guardi, anzi, la limitazione del sussidio dello Stato a determinati retori era un motivo atto a raggiungere effetti opposti alle intenzioni attribuite all’imperatore. Chi non vede a quante gelosie, gare, disillusioni e recriminazioni, non doveva quella scelta dar luogo? E, al tempo stesso, a quanti attacchi contro l’imperatore e contro i suoi ministri? Poteva ciò essere un mezzo di corruzione di tutta la classe? Questo non vuol dire che il privilegio inaugurato da Vespasiano non si volesse anche interpretato come un onore concesso all’insegnamento della retorica e ai suoi ministri, come una lontana captatio benevolentiae. Come abbiamo accennato, Vespasiano tenne sempre a ostentare un tal quale mecenatismo verso le scienze e le arti, nonchè verso coloro che le professavano. E in tal senso egli potè mirare a passare eziandio come un protettore, tra i più benemeriti, delle scuole di retorica. Il mecenatismo era la malattia aulica del secolo, e non per nulla la nuova munificenza fu direttamente prelevata sugli introiti dell’impero a disposizione dell’imperatore.

Ma, per Vespasiano, di peso assai grande dovette essere la conoscenza delle condizioni economiche della classe dei retori — condizioni sempre tristi, nonostante gli onori e le esenzioni, di cui essi erano stati oggetto. Noi non abbiamo notizie relative ad età precedenti; ma, nell’età di Traiano[208], in cui, dopo il privilegio, concesso dal primo dei Flavii, la dignità di quell’insegnamento doveva essersi di molto elevata, Giovenale traccia un quadro miserando della vita dei retori e dei grammatici. «Tu insegni a declamare, o Vezio. Tu hai dei polmoni di ferro». «Tutto quello che poco prima avevi letto, stando a sedere, tu dovrai ripeterlo in piedi, e negli stessi termini. Il ripetere fino alla sazietà uccide il disgraziato maestro. Giacchè tutti vogliono conoscere quale sia il colorito da dare a una discussione, quale il genere di una causa, ove ne risieda il punto fondamentale, quali possano essere le varie obbiezioni. Salvochè nessuno vuol pagare l’onorario. Ti si rinfaccia: — Tu chiedi il pagamento dell’onorario? E che cosa ho io appreso? — La colpa, naturalmente, dovrà essere del maestro, se non c’è un briciolo di anima in questo giovane arcade. Ogni giorno mi ha rotto i timpani col suo dirus Hannibal, il quale discute (che so io!) se dopo Canne debba recarsi a Roma, o se, più prudente, debba, dopo una tempesta ripiegare sulle città vicine. Quanto vuoi fissare (io sborso subito la somma) perchè suo padre lo stia ad ascoltare tante volte quante è toccato a me? — Così protestano altri sei o più maestri», e «la loro ricompensa maggiore è l’importo di una tessera per frumento a buon mercato. Indaga invece presso i citaredi Crisogono e Pollione quanto renda loro l’insegnamento ai fanciulli ricchi.... Tu sfogli invece il manuale del retore Teodoro....

«Si spenderanno seicentomila sesterzi a costruire dei bagni, e più, per un portico, nel quale il signore si faccia portare a passeggio quando piove (dovrebbe forse attendere il sereno, o lasciare che i suoi cavalli siano spruzzati di mota recente?)». «Altrove egli edificherà una sala da pranzo con eccelse colonne di marmo numida e che sia tutta esposta al sole invernale. Conforme alla dignità della casa, gli occorreranno cuochi di svariate abilità. Fra questi dispendii, due mila sesterzi saranno di troppo per un Quintiliano. Così ad un padre niente costerà meno di un figliuolo.»[209]

E nulla in realtà poteva costar meno. Dal fugace accenno dello stesso Giovenale, l’onorario mensile dei retori, che corrispondeva all’importo di una tessera per frumentazioni, non giungeva, a quel tempo, a superare i 20 sesterzi, in cifra tonda L. 5 al mese per alunno[210].... Due secoli dopo, in tanto più elevato tenor di vita, l’onorario dei maestri di retorica si aggirava intorno alle L. 6,25 mensili per alunno[211]. L’amaro accenno di Giovenale doveva dunque essere l’eco di una protesta generale. Che cosa sarebbe avvenuto delle migliori scuole di retorica, qualora fossero state abbandonate al proprio destino? Era possibile che un governo di Mecenati proteggesse i musici, o gli attori celebri, e trascurasse i maestri, formatori e creatori delle coscienze e delle intelligenze romane? Poteva esso trascurarli, quando, per di più, dal gesto di protezione, che loro avrebbe rivolto, era lecito sperare un compenso di gloria e, magari, di gratitudine avvenire?

Quale fu intanto il rapporto, in cui codesto sussidio stette con la considerazione, che i retori godevano in Roma, e presso i poteri centrali?

Taluni moderni hanno, anche qui, malevolmente, confrontato lo stipendio assegnato a quelli da Vespasiano con i premii da lui largiti ad altri professionisti, e ne hanno tirato delle gravi conclusioni circa la scarsa stima sociale dei retori. Se non che balza evidente agli occhi di ogni spassionato osservatore l’impossibilità del confronto. Nell’un caso, si tratta di stipendio annuo, nell’altro, di sussidi una volta tanto. Se un confronto si voleva istituire, esso doveva farsi con altri funzionari stipendiati. Tra questi si potevano scegliere i procuratores imperiali. Siamo nel I. secolo di Cristo, e noi ne conosciamo due sole categorie, i ducenarii e i centenarii[212], stipendiati cioè, i primi, a 200.000, i secondi, a 100.000 sesterzi annui. Noi non possiamo dire, per ora, quali procuratores si trovassero nell’una, quali nell’altra condizione; ma, di qui a poco più di un mezzo secolo, saranno procuratori centenarii i governatori di parecchie provincie e certi funzionarii urbani e provinciali, come il procurator alimentorum, il procurator aquarum, il procurator ludi magni, il procurator operum publicorum, ed altri ancora, fra cui il procurator bibliothecarum[213]. Or bene, accanto a tutti costoro, vanno, per considerazione sociale, allogati i centenarii insegnanti di retorica. Vero è che, in questo ulteriore periodo, i procuratores centenarii rappresentavano il più basso ordine dei tre, che allora di codesta classe esistevano; ma non si può negare che non sempre, anche in tempi più civili, il maestro di retorica si è trovato in così buona compagnia tra i funzionarii dello Stato.