Può, a tale veduta, fare ostacolo la dichiarazione di Quintiliano, che egli avrebbe avuto bisogno di impetrare, dopo venti anni d’insegnamento, il favore d’essere messo a riposo?[223] Evidentemente, no. Qui non si tratta di obbligo, che lo Stato avrebbe potuto continuare ad addossargli, nè di un esonero, che egli avrebbe dovuto chiedere, ma di un onore, che il governo avrebbe desiderato l’illustre maestro continuasse a largire alla città, e di una cortesia, che traeva il retore a chiedere al principe quella licenza morale, cui i lunghi anni di godimento del sussidio e la fiducia imperiale l’obbligavano.
E neanche la risposta all’ultima delle nostre domande può — a nostro modo di vedere — essere dubbia. L’imperatore Vespasiano non istituisce alcuna ufficiale cattedra di retorica in Roma. Egli non si preoccupa della stabilità dell’insegnamento di quella disciplina. Le scuole dei retori erano tante, che una simile preoccupazione sarebbe stata fuori di luogo. Egli si limita soltanto a istituire uno stipendio ad personam in favore di taluni retori. Quando questi fossero morti o si fossero ritirati, il beneficio poteva passare ad altri; ma le antiche cattedre non rimanevano scoperte; cessavano semplicemente del tutto. Di qui si svolgerà più tardi la pratica dell’istituzione di vere e proprie cattedre di retorica o d’altra disciplina; ma, per adesso, Vespasiano non pensa a un così regolare procedimento.
E la modestia della innovazione, negli intendimenti di coloro che l’operavano, e l’assenza di ogni intendimento rivoluzionario ci sono confermate dall’impressione dei contemporanei, che non videro in essa più di quanto il principe aveva voluto metterci.
Videro anzi qualcosa di meno: non un favore verso l’istituzione, o verso i migliori che la rappresentavano; ma un favore verso le persone — in quanto persone — che il provvedimento imperiale veniva a beneficare. E il beneficato per eccellenza appare uno solo: Quintiliano. Un ex-senatore, decaduto, per sue personali traversie, a insegnar retorica in Sicilia, inaugurava il suo corso, esordendo nella prolusione con una frase, che si può ritenere quasi testuale: «Ecco i tuoi giuochi, o fortuna! Tu fai senatori dei maestri, e fai maestri dei senatori!»[224] Quintiliano era allora stato insignito degli ornamenti consolari[225]. E il fatto meraviglioso del retore di Calagurris divenuto console fu, per tutti i suoi contemporanei, un esempio palmare della cecità della fortuna, un motivo frequente di recriminazioni a suo carico. «Passiamo sopra», esclama Giovenale nello scritto dianzi citato, «a questo strano esempio dei favori del destino. Se si è fortunati, si ha la bellezza e il coraggio; se si è fortunati, si è sapienti, nobili e generosi»; «se si è fortunati, si è anche grandi oratori e motteggiatori; se assiste la fortuna, magari colpiti da raffreddore, si canta bene ugualmente. Importa molto invero il genere di stelle, sotto cui si mandano i primi vagiti, sudici ancora del sangue materno. Se la fortuna vuole, si diviene da retore console....»[226].
V.
Ma la verità era che ben difficilmente il pensiero di Vespasiano poteva essere tradotto nella pratica in modo più degno di quello che fu realmente, per opera dell’uomo, che, ricolmo dell’onore del principe, salì primo in Roma la cattedra di retorica: Quintiliano.
Quintiliano fu veramente un grande maestro. La cattedra, ch’egli tenne in Roma per venti anni, lasciò nella storia dell’istruzione pubblica e della letteratura romana una traccia, che mai più avrebbe potuto cancellarsi. Il maestro modello, che Vespasiano col suo atto indicava alla cittadinanza, volle che anche i lontani ed i posteri avessero nozione del suo insegnamento e del suo pensiero, e, ritiratosi dalla cattedra, concepì il disegno di raccogliere in un solo volume tutta la fine teorica del suo magistero.
Era quanto mille desiderii tesi verso di lui chiedevano istantemente. Quando egli attendeva ancora all’insegnamento, i suoi scolari, «nimium amantes», avevano pubblicato le sue lezioni e le avevano fatte passare come veri e proprii trattati di retorica. Il maestro, pieno d’indulgenza, non sconfesserà quell’indiscrezione, ma vorrà darci ben altra cosa: il libro, il vero e solo libro, a cui le sue lezioni avrebbero potuto dare origine, cioè i suoi precetti per la formazione dell’oratore e la teorica della sua pratica pedagogica. Questa fu la sua Institutio oratoria, che egli pubblicò negli ultimi anni del secolo I. di C.
In questo suo libro, che accoglieva il meglio del suo pensiero e della sua esperienza, Quintiliano non si palesa, come potrebbe attendersi, un severo e radicale novatore. La nuova scienza, officialmente favorita, non rivela in lui un indirizzo sconosciuto, o una riforma ab imis dell’antico. Numerose e fiere erano già in quel tempo le accuse contro le scuole dei retori e contro la loro vanità:[227] accuse, che hanno traversato i secoli con una tenacia solo pari all’altra, con cui quel tanto combattuto indirizzo pedagogico è rimasto tenacemente radicato nell’insegnamento secondario. Forse, se non è fattura d’altri, nel suo scritto su Le cause della corrotta eloquenza, Quintiliano aveva ribadito anche lui, e in maniera più esplicita, quelle accuse. Certo, altri prima di lui, e con lui, le avevano lanciate. Ma adesso, dal sommo della gloria e della lunga esperienza, Quintiliano può meglio comprendere e giudicare e misurare il valore delle accuse e delle difese e le esigenze della realtà. I suoi rari appunti sono incidentali e sono esposti in forma oggettiva:[228] piccoli e lievi colpi, che, nella costruzione del suo edificio, egli è costretto a dare contro alcuni particolari, che mal si adattano all’architettura dell’insieme. Il suo compito è un’altro: è anzitutto quello di rendere sano, pratico, perfetto l’indirizzo esistente. La sua opera riesce così mirabilmente architettonica, pensata, martellata, come un mosaico, fin nei minimi particolari, e fondata sur una conoscenza inappuntabile delle teoriche esistenti su ciascuna speciale questione. Per questa parte, i suoi successori non avranno per lungo tempo altro ad aggiungere od a creare: avranno soltanto a spiegare e a commentare Quintiliano. Ma assai più mirabile per ogni età sarà il principio informatore, che anima l’opera sua, principio creatore della pedagogia stessa. Egli concepisce il suo compito, non già come una comunicazione d’insegnamenti addizionali ed esteriori, ma come un’opera di formazione interiore del fanciullo e dell’adolescente, dai primi anni fino all’età matura, all’uomo che si sarebbe dovuto plasmare. La grande virtù dell’oratore non sarà, per Quintiliano, la schermaglia vana, che sprizza dall’abilità disonesta del cavillatore, ma il pensiero compiutamente reso, perchè compiutamente maturato; e l’oratore romano è, per lui, grande oratore, solo in quanto sia veramente uomo e cittadino.
Per tale rispetto, Quintiliano è il sommo tra gli scrittori latini di cose pedagogiche[229].