Un rescritto di Traiano riguarda precisamente una questione del genere. Un Flavio Archippo aveva chiesto di essere dispensato del sedere giudice in grazia della sua qualità di filosofo, e aveva anche allegato un editto e un’epistola di Nerva, che, a suo parere, gliene confermavano il diritto. Taluno avea invece osservato che egli, non che dispensato, doveva essere escluso dal numero dei giudici e sottoposto all’espiazione di una condanna precedentemente riportata[275]. L’editto o l’epistola, di Nerva, trattandosi questa volta di un diritto acquisito, indurrebbero nella persuasione del mantenimento di quelle tali immunità, che Vespasiano per ultimo aveva così solennemente ripetute, ma il rescritto di Traiano sorvola su codesto punto. Flavio Archippo — esso lascia intendere — può, per mera opportunità, non essere costretto ad espiare la sua condanna. Se debba però essere esentato dal suo obbligo di giudicante, non dice; e, quel che più monta, anche il governatore, che l’aveva interpellato, rimane esitante.[276]
Probabilmente, anche a tale proposito, Traiano non aveva voluto impegnarsi con formule generiche, e aveva al solito preferito che, tacitamente, se un diritto acquisito esisteva, i suoi sudditi, medici, grammatici, oratori, filosofi, continuassero a goderne. Per sentire invece ripetere esplicitamente qualcuna di codeste esenzioni, bisognerà che la reazione passi e che si giunga ad Adriano.
II.
Viceversa, segni di esplicita reazione ci vengono, col governo di Traiano, segnalati nei due campi della istruzione pubblica, dove più s’era industriata l’attività dell’ultimo dei Flavii: l’istruzione fisica su modello greco e l’istruzione musicale.
È lo stesso Plinio il Giovane ad avvisarcene. In una sua lettera egli riferisce le vicende di una seduta del Consiglio della corona, nella quale si era discusso della soppressione o meno di un agon gymnicus a Vienne, nella Gallia. Nel Consiglio si erano scontrate le due tendenze del tempo: la conservatrice e la novatrice. Al momento dei voti, uno dei consiglieri aveva dichiarato di votare contro il concorso ginnastico in discussione, e protestato altresì contro la tolleranza di simili spettacoli a Roma. A consiglio finito, l’imperatore pronuncia la reclamata soppressione a Vienne[277].
Rispettivamente, nel suo Panegirico di Traiano, Plinio accenna alla soppressione in Roma, per ordine imperiale, delle pantomime in pubblico pur consentite da Nerva. Evidentemente, l’imperatore avea ceduto agli attacchi della parte più conservatrice della cittadinanza romana, che accusava quegli spettacoli di effeminatezza e di sconvenienza[278].
Contraddice a tutto questo la fugace notizia, che ci viene da un più tardo storico, della costruzione in Roma, ordinata dall’imperatore, di un Gymnasium e di un Odeon?[279]. Non parrebbe; anzitutto, perchè non dovette trattarsi di una costruzione ex novo, ma di una riattazione o ricostruzione;[280] in secondo luogo, perchè il ginnasio e l’Odeon, come gli Odea e i ginnasi già costruiti, avevano un valore per sè stante di edifici pubblici, e riattarli non era soltanto un giovare all’incremento della ginnastica o della musica, ma eziandio un curare le sorti della pubblica edilizia. Per giunta, il ginnasio romano non serviva solo all’educazione e all’allenamento fisico dei cittadini romani, ma sovratutto agli esercizii degli atleti alla vigilia delle gare e dei pubblici spettacoli. Finchè questi non fossero soppressi, era risibile sopprimerne il mezzo, quasi necessario, alla celebrazione. E l’imperatore, che, per iscarso spirito di resistenza verso la nuova opinione pubblica, o per altro motivo, non giungeva fin là, non poteva esimersi dal voler preparato degnamente uno spettacolo, di cui l’ufficio, ch’egli rivestiva, faceva risalire a lui ogni responsabilità.
III.
Se non che i motivi di questa benefica reazione erano di tale natura da non impedire che Traiano continuasse la politica dei predecessori, là dove la bontà dell’opera loro era evidentissima, o dove questa non recava alcuna speciale impronta dei suoi autori. Così anche Traiano continuò ad ornare Roma di quella costellazione di pubbliche biblioteche, la quale, nonchè dell’evo antico, potrebbe tornare a vanto dell’evo moderno. Egli fondò la biblioteca Ulpia Traiana nel foro omonimo, che sopravvisse probabilmente fino all’età di Diocleziano.[281] In essa si conservava tutta la collezione dei libri così detti lintei, che pigliavan nome dalla tela di lino su cui erano scritti, e, con essa, gli elephantini, o tavolette di avorio, rilegate in volumi, le quali contenevano atti ufficiali. Ma, più notevole ancora, la sezione latina di questa biblioteca conteneva scritti giuridici di non piccolo valore: tutti gli editti fin allora promulgati[282], che formeranno il materiale, su cui verrà compilato l’Edictum perpetuum adrianeo.
Ma se fin qui l’importanza dell’opera scolastica di Nerva e di Traiano non supera quella dei predecessori, anzi ne rimane forse inferiore, un istituto affatto nuovo, di cui incalcolabili furono le conseguenze sull’incremento della istruzione e dell’educazione della gioventù, impone che si assegni ai due primi imperatori, così detti senatorii, un posto segnalato nella storia della coltura e della civiltà romana. Intendo riferirmi all’istituto dei pueri alimentarii.