Tale l’indagine storica, che oggi presento ai lettori, e che mi è riuscita meno agevole di quanto la natura del soggetto farebbe supporre, sopra tutto a motivo della incertezza dei suoi mutevoli confini, che ho dovuti a ogni passo rimettere in discussione. Infatti, con la parola istruzione, io non volli intendere soltanto la coltura intellettuale, ma anche l’educazione morale; nè l’una e l’altra volli identificare con certe categorie determinate, oggi a noi più familiari, dell’insegnamento, ma le sorti di entrambe ricercare attraverso tutte le varie, impreviste forme, in cui si esplicò l’azione dei principi e dei governi, che furono intenti ad istruire e ad educare. Era per ciò facile — e quindi pericoloso — che il nostro studio storico sull’istruzione pubblica si tramutasse in un saggio sulla cultura intellettuale del tempo, o, peggio, in una dissertazione sul mecenatismo dei principi romani. Ma, per quanto, all’atto pratico, le varie distinzioni non riescano agevoli, tuttavia io mi sono sempre guardato dal cadere in siffatti equivoci, e, se di cultura o di mecenatismo ho qualche volta discorso, è stato solo per mettere uno sfondo al quadro, o una premessa alla dimostrazione.

Ugualmente facile (o pericoloso?) era venire a discorrere di certe forme d’istruzione speciale, che vantò anche l’impero romano e di cui possono indicarsi, quali esempi, le scuole d’armi, le scuole dei gladiatori etc. Ma è parso a me evidente che questi e simili istituti non rientrassero nel concetto generale d’istruzione pubblica, a cui pure viene subordinata, per certi caratteri di universalità, anche l’istruzione professionale, e ho tralasciato questa parte, che forse, anche, avrebbe richiesto per se sola tutta una speciale trattazione.

Ma tali gravi difficoltà nel fissare i limiti del mio compito sono piccole e scarse rispetto alle numerose, suscitate dall’esame dei mille argomenti e dei mille svariatissimi problemi, coi quali il soggetto del presente studio va indissolubilmente congiunto. Moltissimi invero tra questi non hanno ancora avuto una trattazione o una soluzione definitiva; molti non ne hanno avuta nessuna, e io mi sono, caso per caso, dovuto accingere a fornirne qualcuna. Non mi illudo di avere sempre colto nel segno; sarebbe presunzione eccessiva. Sono però convinto d’avere sempre, nei limiti delle mie forze, compiuto il mio dovere di ricercatore e sopra tutto di avere soddisfatto a quell’obbligo, che è sommo per chiunque, e che il più grande storico dell’arte antica incideva in una frase scultoria dell’opera sua maggiore, l’obbligo cioè di ogni studioso «di non mai paventare la ricerca del vero, anche se a pregiudizio della propria estimazione», chè «i singoli debbono errare, affinchè i molti procedano verso la verità»[4].

CAPITOLO I. Gli Imperatori di casa Giulio-Claudia e l’istruzione nell’Impero Romano.
(30 a. C.-68 d. C.)

I. La politica scolastica degli Imperatori di casa Giulio-Claudia. I privilegi di Augusto ai praeceptores. Una scuola di stato per la nuova aristocrazia imperiale. — II. Le biblioteche pubbliche augustee. — III. Il governo di Augusto e la custodia delle opere d’arte. — IV. Augusto e l’immunità dai carichi pubblici ai medici e ai docenti di medicina. — V. Augusto e la nuova educazione della gioventù. — VI. Contenuto religioso e morale di questa educazione. — VII. Augusto istituisce un ufficio di sovrintendenza generale su l’istruzione e l’educazione della gioventù romana. — VIII. Augusto e l’istruzione pubblica nelle provincie; la biblioteca del Sebasteum; l’amministrazione e la direzione del Museo alessandrino. — IX. L’istruzione pubblica e il governo centrale da Augusto a Nerone. Caligola e i concorsi di eloquenza. Il Museum Claudium. — X. La corte e la sua influenza sulla nuova aristocrazia. I concorsi di eloquenza istituiti da Nerone e l’incremento degli studi di retorica. Il governo di Nerone e gli studi di filosofia. — XI. Le immunità agli insegnanti datano probabilmente da Nerone. — XII. Rassegna e ampiezza di queste immunità. — XIII. Casi di immunità speciali a favore degli insegnanti primarii. — XIV. Nerone e l’ellenizzarsi dell’educazione fisica in Roma. — XV. Nerone e l’incremento dell’istruzione musicale. — XVI. I successori di Augusto e le organizzazioni giovanili a Roma e in Italia. — XVII. Nerone ricompone le biblioteche perite nell’incendio del 64. — XVIII. Gli Imperatori di casa Giulio-Claudia e gli studi di giurisprudenza. — XIX. Il nuovo regime e l’istruzione pubblica.

I.

Ebbero, e praticarono, gl’imperatori della casa Giulio-Claudia quella che oggi si direbbe una politica scolastica loro propria? Chi scorra, anche con diligenza, le trattazioni esistenti sulla storia dell’istruzione e dell’educazione nel mondo romano non può non rispondere negativamente. Il governo di quegli imperatori sembra rimanere estraneo a tutta l’operosità ufficiale svoltasi in questo campo durante il primo secolo di C. Eppure, è ben difficile dire se altre dinastie abbiano, nello svolgimento dell’istruzione e dell’educazione nazionale, esercitato un’influenza pari a quella dei Giulio-Claudii, come è altrettanto difficile indicare i principi romani, che ne abbiano, in maniera egualmente larga, affrontato il non agevole problema.

Fra essi, al posto di onore, va, come era prevedibile, collocato Augusto. Tre sono i provvedimenti, che di lui si sogliono ricordare, e che, direttamente e indirettamente, si connettono alle cure dell’istruzione pubblica: 1) un privilegio concesso ai docenti nell’occasione di una grande carestia; 2) l’istituzione di una scuola pei principi; 3) l’istituzione di pubbliche biblioteche.

Augusto continuò il concetto e la politica di Cesare. Per lui, come per il suo grande predecessore, i maestri delle scuole elementari, medie e superiori, erano, nella vita dello stato, non quantità ingombranti, ma elementi di forza e di benessere sociale. Così, nell’occasione di una grande carestia in Roma, probabilmente quella del 10 di C., egli fu costretto a ordinare lo sfratto di tutte le ciurme di schiavi trasportati a Roma per la vendita, di tutte le bande di gladiatori, persone, come si vede, destinate a uffici, o esercenti mestieri, dei cui vantaggi il pubblico romano nè soleva, nè sapeva, privarsi. Il decreto di sfratto fu esteso a buona parte degli schiavi addetti ai servizii domestici e pubblici in Roma — si voleva, pare, diminuire ad ogni costo il numero delle bocche — nonchè a tutti i forestieri. Chi ha un’idea di quello che sogliono essere le città capitali, specie se città cosmopolite, può formarsi una lontana idea degli effetti di quest’ultima parte del decreto imperiale. Chè Roma non era soltanto una capitale; era, in quel tempo, la capitale del mondo, era l’universal porto di mare, era la città, che, come si esprimevano i suoi poeti, sarebbe cessata di vivere, se gli stranieri non l’avessero colmata di loro stessi[5]. Privarla di tutti i forestieri era lo stesso che mutilarla di una parte viva del suo organismo. Tra quei forestieri numerosissimi erano i greci, anzi gli abitatori di tutto il mondo ellenizzato, e, quindi, i pedagoghi, i litteratores, i grammatici, i rhetores[6]. Con la loro espulsione Roma sarebbe rimasta priva di una buona metà di coloro che v’impartivano l’istruzione. E due sole eccezioni Augusto fece: l’una per i praeceptores,[7] l’altra per i medici, maestri anch’essi, come vedremo;[8] e il privilegio accordato significò che, per il primo degli imperatori romani, ridurre al popolo il pane della scienza era più dannoso del lasciarne ridurre il pane quotidiano.

Di Augusto — dicemmo — si rammenta altresì l’istituzione di una scuola pei principi. Svetonio, esponendo la biografia del grammatico Verrio Flacco, narra che, «scelto da Augusto quale precettore ai suoi nipoti, egli passò nel palazzo imperiale con tutta la sua scuola ma con l’impegno di non ammettervi più alcun altro discepolo. Ivi egli fece lezione nell’atrio della domus Catilinae, che era allora una parte del palazzo imperiale, con lo stipendio annuo di 100,000 sesterzi»[9]. (L. 25,000 circa).