Nell’editto, invero, il consenso intimo, che si richiede tra docenti e insegnamento, si limita solo alla fede dei primi e alle opinioni teologiche degli autori, strumenti del loro ministero. E mentre la scuola deve, non già infondere delle nozioni teologiche, ma determinare, in chi apprende, uno stato morale nei rispetti della vita, che ogni giorno si vive; mentre il difetto, constatato dall’imperatore — l’assenza dell’uomo nel maestro — inquinava la educazione del tempo, che s’era andata vuotando di qualsiasi contenuto spirituale e — peggio ancora — sterilmente meccanizzando, le perturbatrici prevenzioni religiose arrestarono e limitarono i provvedimenti di Giuliano a qualcosa, che parve, e in minima parte potè essere, rappresaglia religiosa e politica. Ciò che l’avrebbe — irrimediabilmente — perduto nel giudizio dei futuri.
VI.
Quali furono, intanto, o si possono calcolare, le conseguenze pratiche della legge del 362 e dell’editto?
Uno storico, dianzi citato, scriveva: «Il colpo ebbe una grande eco. Non ci fu una città di studio, con scuole, che non entrasse d’un subito in orgasmo. Dappertutto erano professori cristiani. Cosa avrebbero fatto? E gli allievi si sarebbero costretti a non ascoltare e a non seguire che un insegnamento, condannato ormai, senza contrasto, all’errore?»[620]
Anzitutto — è bene metterlo ancora in rilievo, poichè non è mai stato fatto a sufficienza — il divieto di Giuliano non riguardava tutti gli ordini e tutte le specie di scuole. L’insegnamento elementare rimaneva estraneo alle considerazioni dell’editto. E non questo solo. Le scuole di filosofia, di giurisprudenza, di scienze esatte, le scuole professionali, già incoraggiate da Costantino I. e dai suoi figli, rimanevano anch’esse aperte a maestri cristiani e a pagani. Tutta l’istruzione primaria, quella professionale e una buona parte dell’insegnamento superiore non avevano dunque conosciuto ancora alcun limite alla propria indipendenza. L’editto era stato la traduzione del preciso intendimento di Giuliano di sottrarre ai Cristiani le scuole aventi come precipuo scopo la formazione spirituale dell’uomo e del cittadino nella società pagana, le scuole cioè di cultura media e media superiore a tipo esclusivamente classico, e non si era occupato di altro. Or bene, che, nelle scuole di grammatica e di retorica, stessero ad insegnare dei Cristiani è noto, ma essi costituivano una piccolissima frazione del corpo dei docenti.
Si dovette dunque trattare di poche dimissioni e di qualche destituzione. Gli storici rammentano le due più famose. A Roma, il retore Vittorino preferì abbandonare quella scuola, com’egli la diceva, smerciatrice di ciarle, anzichè la fede di quel Dio, che rende eloquenti i fanciulli appena nati e vuole ch’essi sappiano fare a meno dell’insegnamento della retorica.[621] Tali dimissioni furono certamente un atto lodevole; ma il volgare concetto, che quel maestro aveva dei fini e dei mezzi del proprio ufficio, bastano da soli a fare gravemente meditare sull’opportunità dell’editto imperiale, che liberava la scuola di uomini, i quali spiritualmente l’avevano da tempo disertata e da tempo avevano smarrito la divina virtù del proprio magistero. Più vivaci commenti della dimissione di Vittorino dovette destare quella di Proeresio, il retore, che abbiamo visto chiamato in Gallia e poi a Roma, ove una statua, innalzatagli nel foro, recava la scritta: «Al re dell’eloquenza, Roma, regina del mondo.»[622] Egli, nel 362, insegnava in Atene, dove, insieme con due tra i più illustri Padri della Chiesa, S. Gregorio Nazianzeno e S. Basilio, aveva già avuto discepolo anche l’imperatore Giuliano. Giuliano altra volta aveva esaltato l’eloquenza di lui, l’aveva proclamato rivale di Pericle e l’aveva invitato a divenire suo storiografo[623]. E, memore del passato, egli tentò di usare verso il maestro tutte le indulgenze, di cui, nonostante l’editto, la sua potestà imperiale era capace. Gli concesse infatti di continuare a insegnare retorica ai giovani cristiani[624]. Ma Proeresio rifiutò la concessione ed abbandonò sdegnosamente la cattedra[625].
Nessun altro nome ci viene fatto dagli antichi. Questo non vuol dire che i destituiti e i dimissionarii si limitassero a due soli. La schiera dei colpiti dovette essere più numerosa, e ad essa va aggiunta l’altra — che le fonti cristiane amano dire insignificante — [626]degl’imbelli, che dichiararono di convertirsi, pur di serbare la cattedra. Ma, dato il complesso di tutte le nostre informazioni, sebbene questa volta ci troviamo dinnanzi a dei narratori, interessati alla parzialità, possiamo ben affermare che le conseguenze di questa così detta persecuzione furono assai minori di quelle, che sotto altri principi, avevano per l’innanzi subìto, non dirò i Cristiani, ma gli stessi filosofi pagani. L’esempio inoltre della generosità, voluta usare nei riguardi di Proeresio, è assai significativo, e poichè il giudicare spettava, volta per volta, al principe, noi possiamo pensare che la sua pratica dovette informarsi al criterio di escludere dall’insegnamento solo quei Cristiani, che l’incapacità e l’intransigenza, o l’una e l’altra insieme, rendevano inconciliabili col loro ministero[627].
Un gravissimo turbamento, dunque, nel personale insegnante dell’impero, non dovette avvenire. Se ne verificò uno tra i giovani cristiani, che sino ad allora avevano seguito le lezioni di grammatica e di sofistica dei maestri cristiani? Il divieto di insegnare si tradusse, direttamente, e maggiormente — come è stato asserito — [628] in una morale impossibilità, da parte dei giovani, di frequentare le scuole dei pagani?
Questa seconda ipotesi è ancor meno ammissibile della precedente. E prima e dopo i divieti di Giuliano, i giovani cristiani frequentavano indifferentemente maestri cristiani e maestri pagani, o, se una scelta essi fecero, fu soltanto tra maestri celebri e maestri ignoti. I più famosi oratori e teologi del tempo si erano sobbarcati a lunghi viaggi, a strettezze e a dispendii, pur di ascoltare i più rinomati maestri pagani del tempo. S. Gregorio Nazianzeno e S. Basilio erano andati, dimorandovi per parecchi anni, a studiare e perfezionarsi in quel centro di cultura pagana, che era Atene. Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuesto seguivano, in Antiochia, le lezioni di Libanio, l’apologista per eccellenza della reazione politica di Giuliano. Diodoro di Tarso, il fondatore della scuola ascetica di Antiochia, frequentò, e qui e in Atene, le scuole dei maestri pagani. E tutto ciò era perfettamente conforme alla bizzarra teorica dei Cristiani del tempo, secondo cui lo studio delle letterature classiche non doveva avere più di un semplice valore formale: insegnamento di parole, di bei costrutti e di null’altro.
I divieti di Giuliano, se dunque poterono irritare delle suscettibilità o sollevare delle indignazioni, non produssero praticamente alcun effetto deleterio nella cultura dei Cristiani, e i giovani allievi non ne subirono alcun sensibile turbamento. Ma noi, se ben guardiamo a fondo e scorriamo tutti i fatti, che sono indizio delle vicende del tempo, abbiamo anche la prova di due altre circostanze, trascurate dagli storici moderni: l’una, che l’editto, se chiuse le scuole dei Cristiani, docenti discipline classiche, non chiuse punto le altre dei Cristiani, docenti discipline cristiane, o, meglio, quelle scuole, in cui, attraverso la letteratura cristiana, si intendeva conseguire quegli identici effetti, che altri Cristiani dicevano di attendere dallo studio degli autori classici; l’altra, che, se la legislazione di Giuliano non fosse stata di così breve durata, avrebbe dato luogo a tutta una nuova letteratura scolastica e a una completa istruzione cristiana.