Tutti hanno udito menzionare, ed anche maledire, il Talmud, questo libro che lo storico Milman [(54)] chiamava: “monumento straordinario dell'attività umana, della intelligenza umana, e dell'umana pazzia;” molti certamente ignorano cosa esso sia, o ne hanno nozioni assai incomplete; e non vi sarebbe troppo da meravigliarsi se qualche semidotto credesse ancora che il Talmud fosse un uomo, siccome avvenne a quel buon Cappuccino d'Henry de Seyne che ebbe con tutta tranquillità a scrivere: Ut narrat Rabbinus Talmud.
Cercheremo, in brevi parole, di dirne quel tanto che sarà necessario per far chiaro ciò che dovremo dire in appresso.
Fintanto che gli Ebrei rimasero nella Terra Promessa, la Legge scritta, il Pentateuco, fu, per essi, solo codice religioso, morale, politico.
Coloro che eran chiamati ad insegnarlo ed a curarne l'osservanza, ne conoscevano ed applicavano, caso per caso, l'interpretazione tradizionale.
Essi erano, a sentirli, depositari di una tradizione orale trasmessa in buona parte da Dio stesso a Moisè sul Sinai (alachà lemoscè Missinai) [(55)], da Mosè trasmessa a Giosuè, da questo agli anziani, dagli anziani ai profeti e dai profeti agli uomini della Grande Sinagoga [(56)].
Agli Ebrei però era allora vietato di raccogliere per iscritto tale tradizione. Il motivo di questo divieto non è noto. Chi crede ne fosse causa il desiderio connaturale ai popoli orientali, siccome ci mostrano la storia dell'India e dell'Egitto, di concentrare in poche mani il monopolio della scienza [(57)]; chi ne cerca ragione nel timore che errori di copisti o volontarie falsificazioni [(58)] producessero nuovi scismi; chi nel desiderio di impedire che la legge tradizionale acquistasse eguale autorità della scritta; S. D. Luzzatto [(59)] infine, pensa che tale divieto provenisse dall'aver, gli antichissimi dottori, voluto che la teoria e la pratica della religione rimanessero in buona parte modificabili, giusta i bisogni dei tempi, ragione per cui nulla scrissero e nulla permisero si scrivesse per non scemare ai posteri la libertà di modificare gli insegnamenti dei predecessori [(60)].
Per quanto incredibile possa ciò sembrare a' giorni nostri, non è meno certo che questi insegnamenti passavano per tradizione orale dall'una all'altra generazione. La memoria sviluppatissima, come è noto, presso i popoli orientali, dovette aver parte grandissima nelle scuole ebraiche [(61)].
Caduto il secondo tempio e venutane la gran dispersione degli Ebrei, i loro dottori compresero che ove si fosse continuato nell'antico sistema, la tradizione avrebbe molto probabilmente finito coll'andar dispersa.
Pensarono quindi di ridurla in iscritto, e Giuda di Tiberiade, soprannominato il Santo, a causa della sua scienza e della purezza dei suoi costumi, e conosciuto anche sotto il semplice nome di Rabbì, quasi il maestro per antonomasia, compilò, nel primo quarto del terzo secolo, la Mischnà o seconda legge [(62)].