Beyrut, ove giungemmo un giorno e mezzo dopo aver lasciato Badun, segnava il termine della marcia faticosa che aveva avuto Alessandretta per punto di partenza ed i cui incidenti mi parvero atti a mostrare l'ospitalità orientale in qualcuno de' suoi tratti caratteristici. A Beyrut cominciava per me un'altra serie di spettacoli. Non era più verso l'Oriente mussulmano, ma su quello cristiano che la mia attenzione si sarebbe ormai rivolta.

I paesaggi ed i monumenti dovevano ormai avere la loro parte nell'interesse svegliato in me fino allora quasi unicamente dai costumi. Mi attendevano numerose sorprese ed anche qualche delusione. Non era senza fatica che calpestando luoghi celebri dovevo vedermi forzata a scordare i miei sogni per contemplare una realtà meno severa o meno graziosa a mio gusto. Già al mio arrivo a Beyrut, riconobbi che la mia immaginazione stava per essere esposta a qualche disinganno. Scorgevo l'arida catena del Libano e cercavo invano cogli occhi le foreste di cedri di cui parla la Sacra Scrittura. Questi cedri esistono in realtà, ma non occupano più di mille o milleduecento pertiche quadrate, mentre il Libano copre un'intera regione. Da questo genere di sorprese è minacciato ogni viaggiatore che visiti le terre bibliche recandovi il ricordo troppo vivo dei sacri testi. Fui messa così sull'avviso e, tra le impressioni che si collegano per me al soggiorno di Beyrut, questa è la sola che mi abbia lasciato serie traccie. Quanto alla città in se stessa, si può definirla con una parola: fra le città dell'Asia è la meno asiatica; fra le città dell'Oriente è la più europea.

IV. GLI EUROPEI A GERUSALEMME
LA TURCHIA ED IL CORANO

LE MONTAGNE DI GALILEA E L'ANTICO REGNO DI GIUDA

Giunta all'ultimo periodo del mio viaggio, attendevo con qualche impazienza i compensi alle faticose giornate che avevo passato da qualche mese sulle strade dell'Asia Minore. Posso dire che quest'attesa fu soddisfatta? Malgrado i ricordi vivaci e dolci che serbo del mio soggiorno a Gerusalemme, devo confessare che più di un disinganno mi era riservato, e che troppo spesso fu messa alla prova la mia tendenza ad anticipare colla fantasia l'aspetto di luoghi celebri ed a restare quindi fredda dinanzi alla realtà. Fortunatamente io cercavo altro nel Levante che dei paesaggi e dei monumenti. È la vita orientale, ma la vita dell'Oriente cristiano questa volta, che nell'antica metropoli ebraica richiamava anzitutto la mia attenzione; e avrei potuto farmi un'idea dell'ospitalità monastica. Dopo essermi riposata via via sotto il tetto dei mufti, nei palazzi dei principi della montagna, e nelle ville dei consoli, mi apprestavo a vivere sempre più, da Beyrut a Gerusalemme, in mezzo ai numerosi rappresentanti che il mondo cattolico ha tuttora in Oriente. Era un nuovo argomento di studio che mi si offriva per distrarmi dalle aspre emozioni della vita nomade.

Non avevo per altro preso congedo da questa vita ed appena esciti da Beyrut ci ritrovammo alle prese coi mille ostacoli d'un viaggio in Oriente. Non fu che dopo una marcia delle più faticose, iniziata di giorno, proseguita di notte, che raggiungemmo Seida[30], la nostra prima tappa. Una volta arrivate a Seida, ci affrettammo a battere alla porta del «Khan» francese, perchè Seida ne possiede uno ed i viaggiatori europei, che passano per questa città, lo conoscono bene. Il padrone del Khan è al tempo stesso uno dei più simpatici agenti consolari che la Francia conti in Oriente. Munita di una raccomandazione del console di Francia a Tripoli pel suo collega di Seida, vi fui accolta con una cordialità che mi fece rimpiangere vivamente di non poter farvi una sosta più prolungata sotto il tetto di quel Khan francese. Il console che mi riceveva così simpaticamente ha una numerosa famiglia, forse dieci figli. Riscuote uno stipendio scarso, garantito in gran parte dalla rendita dell'ospizio, il cui ammontare diminuisce continuamente. La carovana che veniva a sorprenderlo era composta di circa venti persone, senza contare le guide, i mulattieri e la mia scorta indigena. Non avevamo mangiato da circa ventiquattr'ore, ed avevamo passato una notte senza sonno. Nondimeno ci saremmo fatti uno scrupolo di far colazione a spese di un ospite di cui conoscevamo la situazione difficile e ci proponevamo, dopo una breve visita al console, di andare a far colazione con provviste comperate al bazar sotto i primi alberi che avremmo incontrato all'escire di città. L'estrema cortesia dei console non ci permise di eseguire un piano così ben architettato. Comprendemmo facilmente che le insistenze del nostro ospite non erano vane formole di urbanità. Alle nostre reiterate obbiezioni egli oppose argomenti irresistibili conducendoci in una sala da pranzo ove, su una tavola imbandita all'europea, fumava in nostro onore una splendida colazione. Fu necessario allora di arrendersi ed il console francese venne tanto più facilmente a capo de' miei scrupoli in quanto che l'Asia non era rappresentata in quell'imbandigione che da frutti squisiti e da eccellenti confetture.

E mentre noi facevamo una così gradevole colazione il nostro seguito era trattato colla medesima liberalità, sicchè lasciammo il Khan francese con un sentimento di gratitudine che il miglior pasto non basta talora a suscitare. Ci rimaneva da raggiungere Gerusalemme il più presto possibile. Il console di Seida ci diede tutte le indicazioni necessarie e, secondo il suo consiglio, ci avviammo invece che a Giaffa a Nazareth donde un giorno o due di marcia dovevano condurci a Gerusalemme.

Il rimanente di questa giornata così ben cominciata passò senza incidenti; terminò, dopo una marcia abbastanza lunga, in una locanda di Sur (l'antica Tiro). Il padrone dello stabilimento era una specie di meticcio, mezzo europeo e mezzo asiatico, il cui aspetto triste ed abbattuto ci prometteva un cibo magro, promessa che fu mantenuta anche troppo. Si deve credere che l'antica Tiro abbia esistito là dove oggi sorgono le umili case di Sur? Se è così, non è mai accaduto che una città grande e potente sia scomparsa più completamente sotto orribili ciarpami. Come? Nemmeno un fusto di colonna! Non un arco, non un pavimento! Palmira, Balbek, Ninive hanno lasciato vestigia di preziose rovine. Ove sono le rovine di Tiro? Il mare ha senza dubbio inghiottito tutta la capitale del re Hiram. Quanto a Sur, è una piccola e brutta città, senza carattere nè originalità, eretta in una pianura ove il sole di Siria non lascia crescere nessuna vegetazione.

La giornata seguente fu una delle più tristi del nostro viaggio. Appena il sole era apparso sopra le montagne della Galilea, noi eravamo in cammino lieti di lasciare quella malinconica locanda di Sur. La strada che dovevamo seguire lungo il mare non aveva per altro nulla di attraente; era stata recentemente il teatro di una scena sanguinosa. Un piccolo bastimento, comandato da un capitano arabo e noleggiato da pellegrini greci, spinto sugli scogli dai venti, era venuto a naufragare presso la costa. I disgraziati pellegrini, in maggioranza donne e vecchi, riempirono tosto l'aria delle loro grida di disperazione. Furono trasportati a terra dal capitano e dai marinai arabi della navicella, in vista di una ventina di cavalieri che si erano adunati sulla spiaggia; ma man mano che sbarcavano cadevano sotto i colpi di assassini che li massacravano e si impadronivano delle loro spoglie. Non uno di quei poveretti era scampato alla morte ed il capitano arabo era sospettato d'aver provocato il naufragio per saccheggiare i passaggeri d'accordo coi cavalieri della costa. Il capitano era stato arrestato, ma s'era tratto d'impiccio col pagare una parte del prezzo del sangue. I cadaveri dei naufraghi erano rimasti esposti sulla riva senza che nessuno si desse la pena di seppellirli. Tale era per lo meno la voce pubblica, ma ebbimo la fortuna di non scorgere alcuna traccia di quel recente massacro. Secondo tutte le apparenze gli uccelli di rapina delle vicine montagne avevano già terminato il loro banchetto.

L'aspetto dei luoghi che attraversavamo non era punto fatto per distrarmi dalle impressioni destate in me dal racconto del massacro di Sur. Un calore opprimente gravava su di noi. I piedi dei nostri cavalli affondavano, fin sopra la caviglia, in una sabbia cocente. Alla nostra sinistra, al posto del Libano incoronato di villaggi, avevamo le aride montagne di Galilea. Dopo qualche ora di marcia, raggiungemmo una specie di oasi costituita da qualche cespuglio con un tenue filo d'acqua che serpeggiava fra quei pochi arbusti. Ci parve prudente di sostare attendendo con pazienza all'ombra di quella macchia, che il sole cominciasse a declinare, ma dovemmo pentirci amaramente di tale decisione. Quando volemmo rimetterci in cammino ci accorgemmo che una strana malattia aveva colpito i nostri cavalli. La maggior parte delle nostre cavalcature, che sembrava avesse goduto fino allora d'una salute eccellente, non si trascinava più che con un'estrema lentezza. Madide di sudore, l'occhio spento e la pelle gelata, quelle povere bestie sembravano agonizzanti. Ci risolvemmo a mandare innanzi i più malati sotto la sorveglianza di uno dei nostri domestici, buon tedesco del Ducato di Baden, molto pio ed onestissimo, per ciò che ci risultava; poi, pensando che gli altri cavalli avrebbero sempre facilmente raggiunto la nostra avanguardia, demmo loro qualche istante di riposo. Sgraziatamente questa nuova sosta non fu meno fatale della precedente. Ci eravamo appena rimessi in cammino, quando uno dei nostri cavalli, di una buona razza d'Anatolia, si fermò fra i gemiti. L'uomo che lo cavalcava saltò a terra e si rassegnò a seguirci adagio tirandolo per la briglia. Un altro cavallo diede ben presto gli stessi segni d'esaurimento e pochi passi più in là incontrammo il nostro Badese che ci aspettava a fianco di un cavallo turcomano steso al suolo e prossimo a spirare. Egli ci confessò poi d'aver mancato di pazienza e di esser ricorso, per combattere la spossatezza del cavallo, ad un mezzo poco caritatevole, quello di spingerlo dinanzi a lui coprendolo di bastonate.