Le grandi scene delle insurrezioni popolari propagatesi in tutta Italia nel 1848 dovevano naturalmente richiamare nella penisola la principessa, predestinata a quelle lotte dalla sua indole e dai suoi precedenti tentativi. Non appena udì narrare l'ammirabile epopea delle cinque giornate, accorse a Milano da Napoli recando sulla nave Virgilio duecento volontari napoletani equipaggiati e mantenuti a sue spese. Il barone di Hübner, diplomatico austriaco cresciuto alla scuola del Metternich, e trattenuto come ostaggio dal governo provvisorio di Milano, ha voluto gettare il ridicolo su questa parentesi guerresca nella carriera della dama milanese. Le apparenze forse non militavano in suo favore se già il Caccianiga se ne burlava dalle colonne dello Spirito Folletto, pubblicato allora a Milano. Ma l'oggettività dello storico non può fermarsi al lato un poco ridicolo e che finì nel tragi-comico di quella parata rivoluzionaria e deve riconoscere anche in quell'atteggiamento da regina delle Amazzoni l'impulso generoso al quale la principessa obbedì assumendosi le spese di tutta la spedizione. Per un'indole come quella di Cristina di Belgiojoso le cinque giornate ed i mesi che seguirono con tutto quel tumulto di battaglie, di contese civili, di processioni, di comizi dovevano rappresentare qualcosa d'intermedio e di non ben definito tra il sogno e la realtà. Tesi i nervi sensibilissimi, il cervello in perpetuo lavorio, essa visse tutto quel tempo come in una febbre, ciò che prova ancor una volta la sincerità de' suoi gesti più discussi. Naturalmente fondò subito altri giornali che si pubblicarono in Milano tra l'aprile e l'agosto, intitolati: Il Crociato e La Croce di Savoja; redigeva pure opuscoli e fogli volanti ed inviava corrispondenze ai giornali francesi. Fin dal 13 aprile si era rivolta con una lettera eloquente al re Carlo Alberto e, per il tramite del conte di Castagneto, segretario del re, gli moltiplicava gli incoraggiamenti che potevano anche sembrare dei moniti, per una azione più energica e meno municipale. Agli uomini pacati che sedevano nei consigli della Corona o al Governo provvisorio la principessa appariva evidentemente come un'esaltata, sì che non seppero trarre profitto della sua esuberante attività. Delusa ed impressionabile essa sentì rinascere in cuore le antiche simpatie per il Mazzini col cui temperamento acceso si trovava in una facile comunione di emozioni e di propositi. La versione che pubblicò nella Revue des deux Mondes dei dolorosi fatti dell'agosto 1848 parrebbe formulata sotto la dettatura del Mazzini. Ormai il fascino del grande cospiratore era ridiventato invincibile in lei. Lo seguì a Roma organizzata in una effimera repubblica e cinta d'assedio dalle truppe francesi. Vi divenne facile bersaglio della reazione clericale che calunniò la donna volendo colpire la rivoluzionaria. Si comprende che la sua missione di infermiera dei volontari non potesse svolgersi senza suscitare entusiasmi e recriminazioni, quelli forse più pericolosi di queste. Le testimonianze imparziali di stranieri come gli americani Story sono sostanzialmente favorevoli alla principessa e pongono in cattiva luce la partigianeria dei medici militari francesi che la cacciarono violentemente dalla direzione degli ospedali romani. Il 31 luglio 1849 Cristina di Belgiojoso doveva fuggire da Roma accompagnata dalla figliola imbarcandosi per Malta con un passaporto inglese. Volgeva le spalle all'Italia ottenebrata dalla reazione trionfante ed anche alla Francia che si era collegata, quasi senz'avvedersene, coi nemici di quel vano tentativo di ricostituzione nazionale abbozzato dagli italiani nel solco fecondo della Rivoluzione francese. Andò in Grecia ed in Turchia sforzandosi di placare gli sdegni dell'animo turbato e di medicare le ferite profonde inferte al suo spirito ed al suo corpo. Vedrete in queste pagine che contengono la relazione dei viaggi dell'esule nel Levante come questa vi si fosse recata in una disposizione d'animo ospitale verso le genti a lei sconosciute fra le quali si proponeva di vivere più pacificamente che non avesse potuto farlo nella sua vecchia Europa. La vena nascosta di rimpianto nostalgico che certo le rimaneva in fondo all'animo non affiorava quasi mai. Così questa signora occidentale, ricca di tante esperienze accumulate in una vita ancor breve ma eccezionalmente avventurosa, tendeva l'orecchio a tutte le voci dell'Oriente, desiderosa di penetrarne i misteri.

Presentata ormai al lettore la donna veramente non comune che dal fondo dell'Asia Minore mandava alla Revue des deux Mondes le pagine così fresche e spontanee, che, per la prima volta, sono qui pubblicate in veste italiana, converrà che io accenni di volo agli ultimi anni dell'autrice, per rendere più compiuto il ritratto disegnato di scorcio come introduzione a questo volume.

Gli ultimi tempi del soggiorno in Asia furono poco propizi alla principessa per la difficoltà delle comunicazioni coll'Occidente, donde non le pervenivano i necessari invii di denaro, per l'esito incerto delle sue iniziative agricole e sopratutto per il pericoloso attentato di cui arrischiò di rimaner vittima da parte di un domestico congedato. Anche per diminuire le strettezze dalla sua situazione finanziaria, essa consacrò una larga parte delle sue giornate alla redazione di scritti inspiratile dalle sue vicende e cioè, oltre queste scene della vita orientale, altri articoli inviati alla Revue des deux Mondes e al National. La vendetta austriaca non cessava dal perseguitarla nemmeno laggiù e, quando l'imperatore Francesco Giuseppe raccolse la sfida gettatagli dalla temeraria insurrezione del 6 febbraio 1853 e sequestrò i beni dei principali esuli, non scordò di porre nelle liste di proscrizione il nome di Cristina di Belgiojoso. Cedendo all'imperioso appello delle circostanze ed alle insistenze della sua famiglia, la principessa si decise a ritornare in Europa, dapprima in un castello che aveva nella Provenza la marchesa d'Aragon, sua sorella consanguinea, indi nel 1854 a Parigi. Non tardò a comprendere i sintomi annunciatori della riscossa apparecchiata dai patriotti italiani sotto la guida del conte di Cavour e, piena di fiducia, diede la definitiva sua adesione al programma monarchico-costituzionale ed unitario del grande ministro piemontese. Collaborò coll'antica foga all'attuazione di tali disegni e scrisse, in previsione della guerra che scoppiò poi effettivamente nel 1859, un'opera divulgativa, Histoire de la Maison de Savoie. All'indomani della vittoria, nel 1860 fondò il giornale l'Italie, che superando molte trasformazioni vive tuttora. La collaborazione frequente a questo foglio ed alla Nuova Antologia non assorbiva però l'intera operosità letteraria della Belgiojoso che pubblicò, nel 1866, lo scritto: Delle presenti condizioni della donna e del suo avvenire, nel 1868 le Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire, infine nel 1869 l'opuscolo Sulla moderna politica internazionale. L'orizzonte delle indagini e delle polemiche dell'autrice di questi notevoli scritti d'avanguardia era per altro venuto restringendosi nei limiti dello stato italiano, a scapito di quel cosmopolitismo che aveva contrassegnato la sua giovinezza. La principessa non valicava più le Alpi e non solcava più le acque del Mediterraneo. Aveva comprato a Blevio sul lago di Como un villino che aveva appartenuto al conte Sciuvaloff, gentiluomo russo convertito al cattolicesimo ed entrato nella congregazione dei Barnabiti. Invecchiata rapidamente dopo tante avventure, ma paga di veder l'Italia unita ed augurandole fiduciosa i maggiori destini, Cristina di Belgiojoso alternava coi soggiorni sul lago di Como ed a Locate quelli a Milano nella casa del genero, l'insigne patriotta marchese Lodovico Trotti Bentivoglio. Quivi la raggiunse la morte il 5 luglio 1871.

Tale avevano foggiata il sangue, le tradizioni, l'educazione, i viaggi, la vita multiforme questa che è senza dubbio la scrittrice di maggior levatura che abbia dato Milano alle lettere italiane nella prima metà del secolo XIX. Adoperò, è vero, la lingua francese con frequenza forse ancora maggiore della favella nativa e la maneggiò con facilità per lo meno uguale. Ma anche le sue prose francesi, come queste pagine inviate dalle sponde del Mar Nero ai lettori della Revue des deux Mondes, furono concepite ed, aggiungerei, architettate in italiano. Il periodare più ampio, il colorito più vivo, l'immediata rispondenza della forma agli sviluppi di un pensiero assai spesso nuovo e personale, differenziano a prima vista lo stile della Belgiojoso da quello delle contemporanee francesi sue amiche o rivali. Parimenti, quando ella entrava con passo sicuro nei salotti parigini, fosse pure il cenacolo dell'Abbaye aux bois, spiccava senza possibile abbaglio fra le dame convenute da ogni angolo del nobile sobborgo anche se intinte di pece letteraria come la contessa d'Agoult o madame Jaubert. Parlo sempre di donne perchè, se alla sua generazione l'inatteso riserbo in tanta gara di passioni, l'indipendenza negli atteggiamenti della vita e la vocazione alla politica militante, fecero designare di preferenza Cristina di Belgiojoso coll'aggettivo un po' irritante di «maschia», foemina-vir, a noi che la riguardiamo da una certa ragionevole distanza le stigmate del sesso appaiono chiarissime nella sua carriera e nei suoi scritti. Le ritroverete evidenti leggendo un libro come quello che s'inizia ormai, al voltar di quest'ultima pagina introduttiva. Solo una donna avrebbe potuto esporvi una materia così nuova come i misteri degli harems, chiusi ai viaggiatori dell'altro sesso: ma meglio ancora converrete che era privilegio femminile il cogliere tra gli aspetti della vita orientale quelli più rivelatori dello spirito e del sentimento, fermati e tradotti da una sensibilità particolare che a volte sembra quella di una rabdomante.

Giuseppe Gallavresi

SCENE E RICORDI DI VIAGGIO IN ASIA

I. GLI HAREM, I PATRIARCHI E I DERVISCI, LE ARMENE DI CESAREA.

Fra i giorni che ho passato in Oriente, me ne ricordo alcuni di un incanto singolare, nonostante le fatiche e le emozioni che li riempirono: sono i giorni di marcie penose, interrotte da soste ancor più penose, che si succedettero dalla mia partenza dall'Anatolia nel gennaio 1852 fino al mio arrivo a Gerusalemme nella stessa primavera. Nel corso di qualche mese mi fu dato osservare, in ciò che ha di triste e al tempo stesso di attraente, la vita orientale, di cui il mio lungo soggiorno in una pacifica valle dell'Asia Minore non mi aveva rivelato che gli aspetti più calmi. Pertanto, quando cerco di raccogliere, di fissare le mie idee sul mondo strano nel quale fui trasportata per un istante, non saprei interrogare più volontieri altri ricordi, fra tutti quelli che mi son portata venendo dall'Oriente. Alcuni episodi staccati di quest'epoca della mia vita potranno forse bastare a giustificare la preferenza con cui il mio pensiero vi si riconduce oggi ancora. Mostreranno, nei tratti essenziali, la fisionomia delle popolazioni che questo viaggio mi ha permesso di osservare, mentre i racconti, sin qui pubblicati, non avevano potuto darmene che un'idea molto inesatta.

Ad esempio, la Siria, come io l'ho visitata, non assomiglia affatto alla Siria che avevo potuto scorgere traverso ai libri. È ben vero che io ero in condizioni assai più favorevoli della gran maggioranza dei viaggiatori per conoscere tutto un lato importantissimo della società mussulmana, il lato domestico dominato dalla donna. L'harem, santuario dei Maomettani, ermeticamente chiuso a tutti gli uomini, mi era aperto. Io potevo penetrarvi liberamente, potevo discorrere con quegli esseri misteriosi, che i «Franchi» non scorgono se non velati, interrogare alcune di quelle anime di cui non si conoscono confidenze e provocarne di preziose su tutto un mondo ignoto di passioni e di dolori. I racconti dei viaggiatori, così incompleti per ciò che riguarda la civiltà mussulmana, lo sono troppo spesso anche in ciò che concerne la natura e l'aspetto materiale dei luoghi. Essi adoperano molte parole senza spiegarle, di quelle che, in ciò che si potrebbe chiamare la «lingua europea», hanno un significato assai differente dalla loro portata effettiva in relazione agli usi dell'Oriente. Non voglio per altro insistere sulle difficoltà di dare conto di un viaggio in Oriente: non so infatti neppure io se riescirò a superarle tutte quante. Mi par meglio di affrontarle senz'altri preamboli, lasciando al racconto stesso l'incarico di giustificare il narratore.

I DERE-BEYS — IL MUFTÌ DI SCERKESS