Primo a scoprirlo ed a valersene fu un avvocato genovese chiamato Giuseppe Mazzini. — Chi gli insegnasse il linguaggio del popolo, nol so; ma certo si è ch'egli seppe farsi intendere dalle masse popolari, e svegliare in esse sentimenti e passioni ch'erano rimaste intorpidite sino a lui. — Egli cominciò col volgere le sue parole al solo popolo, come alla sola classe degna della libertà, e capace di energici sforzi per ottenerla, lusingando così le passioni popolari, sempre pronte ad accendersi contro tutti quelli che per ricchezze e per natali stanno in una sfera più elevata, e godono piaceri ad esso inaccessibili. — I suoi scritti, che il Mazzini seppe spargere fra le plebi, contenevano poche idee, ma chiare, ed espresse con enfasi e calore. — Lo stile n'era talvolta ampolloso e poetico, troppo poetico per essere pienamente inteso dai suoi lettori; ma vi è un linguaggio che anche imperfettamente inteso possiede direi quasi un magico potere, e si fa accettare da uditori già accesi di entusiasmo. — Codesto linguaggio è cosparso di parole, il cui suono basta a svegliare le appassionate simpatie del popolo; e questo linguaggio era quello di Mazzini. — Egli parlava al popolo ch'ei chiamava gli oppressi; sebbene a quel tempo le classi popolari fossero quelle appunto sulle quali pesava meno ruvidamente l'oppressione straniera. — Egli parlava altresì ai giovani, agli ambiziosi, accertandoli che mediante un solo atto di coraggio o di audacia potevano acquistar fama, autorità, ed emergere dalla folla agli onori ed al potere; condannava tutto il passato, e chi al passato apparteneva o il passato studiava. — Egli chiamava la prudenza viltà, la moderazione debolezza. — Il titolo di Re costituiva un tiranno, e la sola forma di governo che convenisse ad un popolo degno della libertà era la repubblica. — Le imposte erano un furto legale mediante il quale si empivano le tasche dei re e dei cortigiani, alle spese e colla rovina dei popoli. — I nobili erano altrettanti piccioli tiranni, servilmente divoti al Sovrano, ed erano oltrecciò ridicoli, ignoranti, boriosi, deboli di corpo e crudeli. — E così mischiando e confondendo quelle cose e quelli uomini che il popolo abborriva, con quelle altre cose e quelli altri uomini su di cui voleva egli rivolgere lo sdegno e l'avversione popolare, faceva un gran fascio di ogni cosa e buona e pessima purchè avesse le radici nel passato. — L'universo secondo il Mazzini di quel tempo aveva sempre camminato per empie vie, progredendo di iniquità in iniquità. — Nel 89 e nel 93 dello scorso secolo, la nazione francese erasi ribellata contro l'universo e lo aveva vinto, dando per la prima volta alla umana famiglia insegnamenti ed esempi salutari e conformi alla giustizia ed alla verità. — Seguire le orme dei rivoluzionarii francesi era d'ora in poi il solo dovere che avessero i popoli.
Mazzini al suo primo apparire cercava di farsi un alleato di Dio; ma il suo Dio era quello dei rivoluzionarii francesi, e non quello che adorano i popoli d'Italia; era un Dio senza culto, senza ministri, senza tempii, e quasi senza leggi. Tutto il rimanente era una stupida e perfida superstizione, gettata sui popoli per accecarli, e renderli obbedienti ad un clero che si era fatto il primo strumento della tirannide dei re. Mi si farà osservare forse che tali dottrine nulla hanno di pellegrino nè di squisito; e sottoscrivo pienamente a tale giudizio. Mazzini però sapeva con chi parlava, e quale scopo egli si proponeva di raggiungere. Si è parlato molto di Giuseppe Mazzini, e di lui furono portati i più opposti ed esagerati giudizi. Fu portato alle stelle come il salvatore e il liberatore d'Italia; come lo scopritore o l'inventore di nuove dottrine politiche atte a produrre la rigenerazione italiana; come un eroe capace e pronto a tutti i sagrifici di cui potesse abbisognare il suo paese; un uomo dotato di tale potenza di azione sovra i popoli, che la sola sua presenza, e una sola parola ch'egli ad essi volgesse dovea bastare a trasformarli, infondendo in essi il suo meraviglioso coraggio e la sua energica risoluzione.
Altri non videro in Giuseppe Mazzini che un fanatico ambizioso e di limitato ingegno. Dissero le sue dottrine politiche false e viete, e lo accusarono di lusingare i popoli per renderli a sè stesso ligi, e per farli docili e ciechi strumenti della sua ambizione. Alcuni arrivarono sino a pensare, se pure nol dissero, che qualora il popolo italiano s'imbevesse realmente delle idee mazziniane, e imprendesse di realizzarle, minor male sarebbe per le classi colte e civili stringersi intorno al dominatore straniero, piuttosto che lasciarsi trascinare da una furibonda plebe in tutte le follie sanguinose che la rivoluzione francese non seppe evitare.
A me non ispetta di pronunziare fra così variati giudizi. Credo che le intenzioni di Giuseppe Mazzini fossero pure e rette, principalmente in quei primi tempi di ciò ch'esso chiama il suo apostolato. E credo altresì che le sue dottrine altro non sieno che un'eco delle dottrine rivoluzionarie francesi, ridotte a semplice teoria, e spoglie di quella violenza che l'azione e la resistenza degli oppositori sono atte a generare. Ma con queste dottrine false e viete, ma con questo suo parlare enfatico, ampolloso ed intralciato, Giuseppe Mazzini riescì nel corso di pochissimi anni a trasformare il popolo italiano, e ad ispirargli l'odio del dominio straniero, e l'amore della libertà e della indipendenza e quello della patria. Non so se Mazzini avesse la coscienza dell'opera sua; ma quest'opera fu da esso condotta al suo fine con mirabile rapidità ed ordinamento. Quelle popolazioni, che per tanti secoli non avevano avuto altro oggetto che di procurarsi i comodi della vita, nè altro furore, se non contro coloro ch'erano favoriti dalla sorte, abiurarono repentinamente gli odi antichi e le antiche aspirazioni, per confondersi tutte in un solo amore ed un solo odio: amor di patria ed abborrimento dello straniero dominatore.
Chi avesse visitata l'Italia negli anni che seguirono dal 40 al 48 avrebbe creduto di sognare. Quelle popolazioni, sepolte nella secolare ignoranza, che è il più prezioso strumento di qualsiasi tirannide, quelle popolazioni indifferenti a tutto ciò che non toccava direttamente i loro materiali e ristrettissimi bisogni o interessi, quelle popolazioni molli ed effeminate, amanti dei loro comodi, dei loro ozi, e dei loro personali piaceri o passioni, sorde ad ogni voce che tentasse ispirar loro l'amore di un bene non tangibile, quali sarebbero la libertà, l'indipendenza, la gloria; quelle popolazioni erano trasformate. Un non so che di fiero nobilitava quelle fisionomie pur sempre belle, ma per lo addietro troppo sensuali e piuttosto accorte che intelligenti. Gli ozi e gli amori più non assorbivano tutti i desideri della gioventù. Le proscritte parole di patria e di libertà, erano sopra tutte le labbra, e si vedeva che ivi erano spinte dai cuori. L'ignoranza, quella piaga letale imposta dal dispotismo agli schiavi, e così poco conforme al naturale degli Italiani, l'ignoranza, non era stata nè combattuta nè vinta regolarmente e scolasticamente; ma alcune idee fondamentali e chiaramente espresse dai discepoli del Mazzini erano bastate a distruggerne i più perniciosi effetti e a mettere questa stessa ignoranza in sospetto di mala cosa. Quasi in tutte le provincie italiane, e da tutte le classi sociali, si sapeva oramai quali erano a un dipresso i confini naturali d'Italia, e quali i diritti ed i doveri di tutti coloro ch'erano nati fra codesti confini. Si sapeva che il mondo abitato si divide in nazioni; che i popoli componenti queste nazioni sono fra di loro stretti da comuni interessi, diritti e doveri; che la sventura d'Italia era stata la ignoranza di queste verità, e l'aver sempre scambiato l'amore del luogo natio per l'amore di patria, nutrendo come legittimi e doverosi sentimenti la gelosia e la rivalità fra Italiani di diverse provincie, e una rispettosa fiducia negli stranieri che opprimevano una parte qual si fosse d'Italia. — Si sapeva che la ignoranza di codesti fatti era stata imposta e rigorosamente mantenuta dallo straniero, onde impedire all'Italia di vivere la vita delle nazioni indipendenti, e frazionarla in diverse greggie di schiavi. — Si sapeva che a cangiare simile stato di cose erano mestieri sagrifizi numerosissimi di ogni genere, e si sapeva che il rimanere nella condizione presente, piuttosto che esporsi a maggiori sventure o sottoporsi a costosi sagrifizi era vergogna e disonore. — Si sapeva che il maggior bene a cui debba aspirare un popolo è l'onore; la maggiore sciagura che a lui sovrasta, la perdita di quello. — Tutto ciò si sapeva e si teneva religiosamente per vero; e tali nozioni avevano siffattamente accese le passioni popolari, che ogni altro eccitamento era diventato inefficace e vano. Il pensiero del poco conto in cui il carattere degli Italiani era tenuto all'estero, era come una sferza che lacerava costantemente i nostri cuori, e il bisogno di riscattare il nostro buon nome riscattando la nostra libertà, diveniva di giorno in giorno più imperioso, e non ne lasciava più posa.
Tutto ciò era stato operato da alcune parole di Giuseppe Mazzini; e quando l'Italia avrà veramente riconquistato il seggio cui ha diritto fra le grandi nazioni europee, i nostri posteri dovranno scrivere quel nome sopra tavole di marmo, e ricordarsi sempre di quanto a lui si deve.
Quelle nozioni erano accompagnate, come già dissi, da non poche idee esagerate o radicalmente false. — L'odio o il disprezzo per tutto ciò che altre volte era tenuto in grande onore, siccome la nobiltà, la religione, e la monarchia. — Nessun governo tranne il repubblicano poteva rispettare la libertà dei popoli, ed ogni re era naturalmente e necessariamente un tiranno. — A chi si provava di richiamare al vero questi fervorosi ed inesorabili repubblicani, si rispondeva con degli squarci di Alfieri o delle strofe di Berchet. — L'idea dominante sopra tutte le altre in quell'epoca era la necessità della espiazione ed il valore del sacrifizio, sicchè se uno spirito benefico fosse venuto ad offrirci in grazioso dono la libertà e la indipendenza, senza chiedere da noi altro concorso che la nostra accettazione, credo che avremmo respinto il dono, e certamente avremmo sentito rancore verso il donatore. — Volevamo la indipendenza e la libertà, ma volevamo più ancora mostrarcene degni.
Un'altra scuola di liberalismo italiano era sorta contemporaneamente a quella di Giuseppe Mazzini. I fondatori, e le dottrine di essa in nulla rassomigliavano nè a Mazzini, nè a' suoi insegnamenti, se non se nel concetto fondamentale e generale di tutti, ch'era la liberazione d'Italia, la di lei concentrazione in un solo Stato, e la imprescrittibile legittimità de' suoi diritti alla indipendenza e alla libertà. — La scuola di cui parlo non si volgeva al popolo, e non sarebbe stata da questo ascoltata nè intesa. — Era una scuola di filosofia applicata alla speciale condizione d'Italia ed al suo avvenire. — Nata in Piemonte, da piemontesi, dispiegava essa quella saggia moderazione, quel rispetto per le cose del passato, che non impedisce di sostituire ad esse le cose del presente e del futuro, che sono più conformi agli attuali bisogni, quella fermezza e quel patriottismo che distinsero per tanti anni il liberalismo piemontese da quello di quasi tutto il rimanente d'Italia. Capi di questa scuola erano Gioberti, Rosmini, Balbo, e molti altri di minor fama, ma forse di non minore ingegno e di non minore virtù.
Non so quali frutti avrebbe prodotto quella scuola, se fosse stata sola a scuotere gli Italiani dal loro letargo; ma contemporanea e per così dire parallela a quella di Mazzini, essa si trovò riempire un vuoto che il Mazzini non poteva colmare, e che al momento dell'azione non sarebbe stato trascurato senza gravi danni del paese. — La scuola filosofica liberale di cui parlo ebbe d'altronde per effetto di persuadere alla gente colta e prudente d'Italia, che la liberazione della patria non era un sogno di fanatici repubblicani, ai quali nulla si poteva togliere perchè nulla possedevano; bensì l'oggetto delle speranze, delle aspirazioni, degli sforzi di uomini che meritavano il titolo di maestri di color che sanno. — Così si riconciliava colle idee rivoluzionarie quella classe di Italiani che vi era stata sino allora invincibilmente avversa, ossia i timidi, che avevano sempre tenuto come impossibile il buon successo di una sollevazione popolare a mano armata contro l'esercito regolare e la tirannide dell'Austria, e di amici quasi esclusivi dell'ordine e della pace.
Con ciò cessava l'ultimo ostacolo alla perfetta concordia e alla unanimità delle volontà italiane.