Le cinque giornate del marzo 1848 in Milano furono il primo colpo portato alla grandezza della Casa di Absburgo, e ad esse rispose l'Italia tutta con applausi, con offerte di aiuto, e con dichiarazioni energiche in favore della libertà e della indipendenza italiana. — Leopoldo di Toscana e Ferdinando di Napoli proclamarono subito una costituzione, che solennemente giurarono di conservare e di rispettare in ogni caso; e Carlo Alberto, che già da qualche tempo li avea preceduti su quella via, si accinse a compire l'opera gloriosa dei Milanesi, cacciando colle armi sue, e come si sperava con quelle di tutta Italia, l'Austriaco dalla intera penisola. — Carlo Alberto soleva dire: l'Italia farà da sè; e noi tutti ripetevamo quelle nobili parole, senza esaminare se esse fossero l'espressione di un patriottico desiderio, o di una ben fondata convinzione.

Ognuno conosce la dolorosa storia del 48 e del 49; ma pochi la giudicano con mente posata e scevra da pregiudizii, come da spirito di parte. — V'ha chi imputa i nostri rovesci alla perfidia e al tradimento dei principi; chi, più moderato, li incolpa soltanto di imperizia e di stoltezza. — I soli Milanesi, disarmati e senza capi, avevano trionfato degli Austriaci; come mai si può concepire che gli Austriaci vincessero, pochi mesi più tardi, l'intera Italia? Con questa domanda si credette di aver provato la esistenza di almeno un tradimento, e molti ripeterono quella domanda come irrefragabile prova di questo.

Ma le catastrofi pari a quella del 48 e del 49 non accadono mai, se non per un numeroso concorso di circostanze le quali tendono tutte ad un medesimo risultato.

In questo nostro particolar caso le circostanze che ne procacciarono la rovina sono evidenti; ma perchè numerose e richiedenti, da chi le considera, certa quale tensione dell'intelletto, riescono poco gradite alle moltitudini, che preferiscono attribuire le sventure nazionali al tradimento di chi le regge; appunto come vedono ciò accadere sulle scene teatrali.

Gli Italiani non avevano in comune che una sola passione o due al più: l'odio dello straniero dominio, e l'amore ossia il desiderio della libertà. — Ma non erano punto fissati intorno alla condotta da tenersi per assicurarsi il possesso di un tanto bene, quando lo avessero ottenuto. — Sembrava difatti che lo avessero afferrato, e con quella inclinazione alle illusioni, che forma gran parte del carattere italiano, noi tutti credemmo di aver conquistata l'indipendenza e la libertà, quando vedemmo i soldati austriaci abbandonare umiliati ed impauriti la città di Milano, ed i principi satelliti dell'Austria prodigarne le costituzioni ed i parlamenti, mentre stavano pronti alla fuga per poco che i sudditi loro non si mostrassero soddisfatti delle concedute istituzioni. — Gli Italiani si tennero sicuri della loro libertà, ma si sentivano disorganizzati, e desideravano di costituirsi nel modo migliore. — Non si pensava allora a contentarsi del possibile, dell'eseguibile, del praticabile; si voleva giungere col primo passo alla costituzione più perfetta, a quella cioè che presentava maggiori garanzie di libertà, di uguaglianza civile e sociale, di prosperità, di gloria, e di una vita comoda. — Si voleva una costituzione che trasformasse questa nostra terra in un paradiso, non riflettendo che il paradiso è la patria degli angeli, e che non v'hanno molti di questi sul nostro globo. — Chi voleva una federazione, e fra i federalisti, chi voleva una federazione sul modello della germanica, chi la voleva a modo della elvetica. — Nel settentrione d'Italia una imponente maggioranza voleva mantenere la Casa di Savoja e Carlo Alberto sul trono, che si ambiva soltanto di far più grande. — Altri ricordavano il 21, o ciò che ne avevano udito raccontare; e dando le loro interpretazioni di quei fatti misteriosi, come verità storiche documentate ed accettate dal mondo intero, sognavano tradimenti e gridavano: non vi fidate dei traditori. — V'era chi ripeteva le viete massime del Mazzini, e credeva di vincere il mondo e la sorte con poche parolone alto-sonanti, e vuote di significato; v'era chi sognava l'Italia del medio evo, le repubbliche di Venezia e di Genova, il vestire alla foggia del 500, e le parlate degli eroi di Alfieri. — V'era chi sognava la repubblica francese del 93, e protestava che nulla di grande si fonderebbe in Italia, se non si aprivano certe arterie, dalle quali doveva sgorgare molto sangue corrotto. — V'era chi sognava il primato di Gioberti, ed un papato universale politico sotto Pio IX. — Insomma varii ed innumerevoli erano in quel tempo i pensieri e i voleri degli Italiani; ma fra tanti e sì svariati pensieri e sistemi nulla vi era di eseguibile, e sembrava che gli Italiani si fossero spogliati di ogni senso pratico.

Se loro si additavano gli ostacoli, che dovevano necessariamente opporsi alla realizzazione delle loro utopie, vi rispondevano che la parola ostacolo era per essi vuota di senso, che non vi era cosa impossibile per chi voleva fortemente, ecc. — Se loro si chiedeva che cosa avrebbero fatto quando l'Europa tutta si fosse dichiarata risoluta a finirla con una nazione che si suppone sempre intenta ad introdurre novità pericolose per la civile società, essi stringevansi nelle spalle, e dicevano in tuono di compatimento, che la nazione italiana si componeva di circa 26 milioni di esseri, che si alzerebbero come un sol uomo quando fosse mestieri dare all'Europa una salutare lezioncina, e che ad un popolo così unanime, così valoroso e risoluto in favore di una idea, non v'era esercito, nè associazione di eserciti che potesse resistere. — Si pronunziavano sentenze in tuono cattedratico ed entusiastico, e si credeva aver profferito verità sacrosante, argomenti irresistibili. — Ai pericoli che ne circondavano, alla rovina che stava per piombare su di noi, nessuno pensava. — Gli Austriaci avevano abbandonate quasi tutte le città dell'alta Italia, e quelli fra i principi delle altre parti d'Italia che non li avevano seguiti sembravano trasformati in altrettanti liberali, smaniosi di sagrificare sè stessi e le loro dinastie per contribuire al risorgimento d'Italia. — Tutto ciò era stato operato dagli Italiani, dalla loro risolutezza o dal loro valore. — Che più v'era da temere? Come avevano già vinto, vincerebbero ogni volta che il bisogno della vittoria fosse loro dimostrato.

Intanto gli Austriaci si concertavano coi principi loro satelliti, si riavvicinavano al Pontefice, e ne guadagnavano l'animo incerto e titubante; ed intanto l'Europa assisteva al nostro dramma senza neppure fingere di interessarsi in favor nostro, e simulava ne' suoi fogli periodici di considerarne come impazziti per l'inaspettato apparente trionfo, ch'essa non avrebbe permesso qualora lo avesse considerato come vero e reale. — Presto si vedrebbe a che cosa si ridurrebbero questi nostri trionfi; ma qualora gli Italiani acquistassero veramente la libertà e la indipendenza, toccherebbe alle savie e bene ordinate nazioni dell'Europa il porli in tutela, e l'impedire che le loro pazze teorie e la loro tracotanza ponessero a soqquadro la civiltà e la quiete di questa parte del mondo.

Nessuno pensava di prestarci aiuto; nessuno desiderava vederci liberi e contenti; ma forse meritavamo questa generale malevolenza, poichè ne andavamo superbi e soddisfatti. — Non abbiamo bisogno nè di amici nè di alleati. — Bastiamo a noi stessi; ed insegneremo all'Europa ciò che siamo e ciò che possiamo. — Così parlavamo; e mi ricordo di un tempo in cui la maggiore nostra paura era quella di essere aiutati a nostro dispetto da qualche potenza educata alla scuola di Don Quisciotte.

Suonava l'ora dei rovesci. — Con mirabile valore e con deplorabile spensieratezza, la piccola armata piemontese ed alcune improvvisate legioni di volontarii, a cui si unirono i corpi universitarii, si cimentavano contro l'intera forza dell'impero austriaco, accresciuta ancora da non pochi Russi, che vestivano per obbedienza al loro Czar l'uniforme bianco. — Già il Borbone aveva deposto la maschera, e richiamate le truppe, che la paura di una rivoluzione lo aveva costretto a mandare nell'alta Italia. Già il Pontefice aveva fatto riflessione che gli Austriaci essendo cattolici erano suoi figli non meno degli Italiani, e che la nostra guerra essendo per conseguenza una guerra fratricida, egli non poteva parteciparvi, e richiamava pure le sue truppe. — Il gran duca di Toscana o non ne mandava, o ne mandava così parcamente, che non potevano recare gran danno al nemico nostro. — Attoniti e scorati per sì sfacciato ed inaspettato abbandono, i difensori che ne rimanevano, combattevano eroicamente, ma sentendosi già vinti. — In pochi giorni l'Austriaco toccava le porte di Milano, e dinanzi a lui andavano ritirandosi i nostri soldati umiliati ed impotenti.

I Lombardi fremevano, ed avrebbero preferito seppellirsi sotto le rovine delle loro città, piuttosto che vederle nuovamente occupate dall'odiato oppressore. — L'Italia tutta fremeva; ma i suoi fremiti erano vani. — I popoli non improvvisano le grandi risoluzioni. — Di nulla erano convenuti gli Italiani, se non di combattere e di vincere per prima cosa, e di pensar poi al modo di mettere la vittoria a profitto. La sorte delle armi ne era stata avversa, e non sapevamo far altro che fremere, sognare tradimenti, e maledire i traditori. — Chi voleva cacciare il Borbone, il Pontefice, il gran Duca, e persino Carlo Alberto, e costituirsi in republica. — Chi voleva ricondurre o per amore o per forza i principi sulla via del dovere; e rifuggivano dal pensiero della repubblica. — Mazzini imputava le nostre sventure alla fiducia che avevamo riposta nei Principi, e li dichiarava tutti, o traditori, o condannati ad incessanti disfatte per le colpe loro e per quelle dei padri.