Quali sono gli ostacoli che si oppongono al nostro progresso? Due sono i principali.
1.º La depravazione lasciata nel carattere delle popolazioni da una tirannide di tanti secoli, astuta ed iniqua, che non contenta di ridurci colla violenza e coi mali trattamenti ad una cieca obbedienza, lavorava a renderci incapaci di usare, senza però abusarne, di una saggia libertà.
2.º La scarsezza del denaro, mentre avremmo così ingente bisogno di abbondanti ricchezze, per dotare il nostro paese di tutte quelle conquiste della scienza e della industria moderna, strade ferrate, canali navigabili, opifici, macchine, ponti, per mantenere un poderoso esercito, una forte marina: cose tutte che i nostri antichi padroni non si curarono di procurarci.
Il primo di questi due ostacoli, è certamente il più grave e il più difficile a superarsi; potendo il secondo considerarsi come conseguenza del primo.
Ma per trovare la via di vincere questi ostacoli è primieramente necessario di studiarne attentamente la natura, il carattere, la potenza e l'azione sull'indole e sui costumi delle popolazioni italiane. Abbiamo veduto come la secolare oppressione, sotto cui visse l'Italia sino al 59, ne ha spogliati della energica operosità, che è forse la prima delle condizioni indispensabili alla vita di una nazione, ed è propriamente ciò che corrisponde alla forza vitale dell'individuo. Ma questo difetto di vitalità si strascina dietro di sè una deplorabile sequela d'infiniti danni. Il despotismo ha fra gli altri effetti quello di offuscare e di traviare il sano giudizio delle sue vittime. I fatti e gli avvenimenti non portano più con essi le naturali loro conseguenze, che sono altri fatti ed altri avvenimenti. L'uomo ignorante non aspetta di veder succedersi i futuri eventi, a seconda della tendenza degli eventi anteriori. Le nozioni di causa e di effetto si confondono nella mente di lui, poichè a sconvolgere il corso regolare delle cose, sempre interviene la capricciosa volontà del despota, che di nulla tien conto, fuorchè della soddisfazione delle private sue mire. Un uomo tenta una pazza speculazione, e la tenta senza possedere alcuni di quei mezzi che potrebbero renderla meno rovinosa; ed il pubblico argomenta accuratamente che una terribile catastrofe sta per piombare sul temerario speculatore. Ma questi gode la protezione di qualche oscuro membro della casa del padrone; il quale conosce le vie ingannevoli e tenebrose che conducono all'orecchio di quello, e se ne vale in favore del pericolante amico. — Ed ecco che all'ultima ora, quando il precipizio si apre sotto i piedi dell'imprudente, quando la sua caduta è certa, la mano onnipotente del despota lo afferra, lo solleva, e lo depone sovra un solido terreno; e di ciò non contento, impedisce talvolta a' suoi creditori di costringerlo al rimborso del danaro che loro è dovuto. Il principale insegnamento che i popoli traggono da tali fatti è questo: che il favore del principe è la sola áncora di salvezza su cui è ragionevole di affidarsi. La quotidiana esperienza nulla insegna oltre ciò. La imprudenza non è più una sorgente di disastri, la sapienza, l'avvedutezza, la moderazione, la precisione delle vedute, la fecondità degli spedienti, la puntualità nell'adempire gli assunti impegni, non sono più una garanzia di felice successo. Il favore del sovrano tien luogo di qualsiasi dote, e senza di quello nulla si ottiene. Quando viene repentinamente a cessare la onnipotenza di tal favore, o quando una costituzione vieta ad esso d'intervenire negli affari dei cittadini, a chi si rivolge per ottenere una direzione o un appoggio il popolo educato da più secoli a non fare assegnamento che sulla protezione del padrone?
Così avviene di noi. — Dal 59 in poi si sono tentate molte cose; ma si sono tentate come se il felice o l'infelice successo di esse fossero accidenti di nessun conto, indipendenti dal modo con cui si dirigono e si conducono gli affari. Si suol dire che gli speculatori italiani si affidano nella stella d'Italia; ma il fatto è questo, che la immensa maggioranza dei nostri speculatori non ha mai studiato le condizioni in cui deve esser posta una speculazione perchè se ne possa sperare un favorevole risultato. V'ha di peggio. Benchè nulla attendano dal sovrano favore, gli speculatori che soggiacciono a qualche sventura, ne incolpano nel segreto de' loro cuori la poca benevolenza del governo. Il ministro non ha mai veduto di buon occhio questa infelice impresa, dicono a chi li interroga sulla loro sventura; non so che cosa il segretario generale abbia contro di me, ma egli non mi ha mai dimostrato nè interessamento, nè simpatia; e se la mia impresa andò fallita, ciò accadde perchè il governo nulla fece per salvarmi, mentre egli poteva facilissimamente impedire la mia caduta. E mentre lo speculatore fallito parla con tale apparente moderazione, esso accusa sovente in suo cuore il governo di mala fede, di animo vendicativo, di venalità, di corruzione, ecc., ecc.; perpetuandosi in tal modo fra i cittadini e i membri del governo quella diffidenza e quel malumore, che sono di sì grande impedimento al regolare sviluppo della nostra prosperità.
Lo speculatore non si inganna però sempre, quando dice che il governo avrebbe potuto salvarlo se lo avesse voluto. Ma il governo avrebbe allora oltrepassato i limiti della sfera di azione a lui prescritta. Il governo di un paese libero non deve intervenire nelle faccende dei privati, se non per far eseguire le leggi che possono riferirsi ad essi. Un governo costituzionale non deve assumere il carattere paterno: il governo è il delegato della nazione, non ne è il tutore, e molto meno il padrone. Questo è quello che non sappiamo ancora intendere. Dai precedenti governi, tanto dall'austriaco pretto, quanto dagli altri più o meno indirettamente austriaci, non aspettavamo che persecuzioni, vessazioni, ingiustizie, violenze, ecc. e la nostra aspettativa era sovente superata dal fatto. Ora aspettiamo dal nostro governo tutto l'opposto di ciò che aspettavamo dall'Austria, e ci troviamo necessariamente delusi nelle nostre speranze; perchè non abbiamo imparato ancora che da un governo costituzionale si richiede principalmente che esso si astenga da qualsiasi intervento negli affari dei privati, almeno sino a tanto che le leggi non sono da questi violate. Quel costante bisogno di appoggio, di protezione, di favore e di direzione, è la più profonda piaga che ci abbiano lasciato le nostre infrante catene. È questo un sintomo troppo evidente della debolezza del nostro carattere, del nostro criterio e della nostra volontà; è una tentazione pel governo, il quale vedendosi implorato dai cittadini perchè intervenga negli affari loro, e sentendo che il suo rifiuto eccita mali umori e risentimento, è necessario che conosca perfettamente i propri impegni, e sia fornito di singolare onestà per non cedere, e per non trasformarsi insensibilmente in ciò che chiamasi governo paterno ossia dispotico.
L'ignoranza in cui vegetiamo e in cui ci mantennero scientemente i nostri padroni, combinata colla naturale indolenza, propria a tutti i popoli meridionali, ci rese sin qui incapaci di competere colle nazioni vicine nelle industrie e nel commercio, e ne lascia senza difesa contro la superstizione, l'assoluto, il tirannico e talvolta immorale dominio del clero, non meno ignorante, è vero, e non meno inerte dei laici, ma che riceve le sue istruzioni e la sua parola d'ordine da Roma. L'Italia meridionale è per così dire esclusivamente ligia al suo clero, e a quelle torme di frati e di monache che la divorano. L'Italia settentrionale non è così acciecata, o almeno gli abitanti delle sue città si sono sottratti alla tutela clericale; ma le popolazioni delle nostre campagne sono nelle mani del clero tanto quanto le popolazioni del mezzodì. Il clero delle provincie settentrionali d'Italia è meno sensuale e meno ignorante del clero napoletano e siciliano, e della moltitudine di frati che occupavano tutte quelle contrade; ma in compenso esso è forse meno sincero. Obbediente ad alcune sommità clericali, le quali sono in perenne ribellione contro il governo italiano, e sempre intento a macchinare congiure contro il medesimo, il clero delle nostre campagne dispone come gli piace de' suoi popolani, e mentre finge tendenze liberali, mentre deplora di essere impotente a fare il bene, si oppone copertamente a tutto ciò che potrebbe sollevare il contadino dalla sua secolare ignoranza, e illuminarlo sui veri suoi interessi, e lo mantiene in uno stato di stolida ostilità contro i naturali suoi protettori.
I possidenti delle campagne dell'Italia settentrionale avrebbero cento mezzi per combattere l'influenza del clero e per sostituirvi la loro. Ma nulla si ottiene senza qualche sforzo e senza qualche fatica. Ora la fatica è la cosa che più ripugna all'attuale generazione italiana. Le terre più produttive, quelle che danno tuttora qualche valore alla possidenza fondiaria, sono situate in quella parte che chiamasi la bassa Lombardia, e che comprende il Lodigiano, il Pavese, il Cremasco, il Piacentino, il basso Novarese e la Lomellina: paese tutto di pianura, e spoglio di quelle attrattive di cui abbondano i paesi di montagna. Oltre a ciò l'aria di quei fertilissimi luoghi è sovente impregnata di miasmi palustri, e gli abitanti vi sono esposti a ricorrenti febbri intermittenti, che degenerano talvolta in perniciose, e forniscono ai possidenti di quelle terre un plausibile pretesto per non visitarli. Tali poderi, che formano ora tutta la ricchezza effettiva dei signori dell'Italia settentrionale, poderi assai più estesi di quelli situati sulle sponde dei nostri laghi, o sui colli della Brianza o del Varesotto, sono affittati ad una classe di cittadini che non esiste forse altrove che in Lombardia ed in alcuni stati dell'America.
Parte della classe degli affittaiuoli della bassa Lombardia trae la sua origine dalla classe dei contadini, ed ha tuttora comune con questi la profonda ignoranza e un eccessivo amore del lucro.