¹ Io non vo' già negare che l'Inghilterra non fosse in quell'epoca la potenza mossa da minor interesse a volere la perdita del regno d'Italia, e perciò quella altresì in cui più opportunamente poteva l'Italia confidarsi; ma dico che il passo fatto dal barone Trecchi presso il lord Bentinck era di niuna conseguenza: perocchè in Italia non eravi partito inglese, e l'Inghilterra, pria di prendersi briga, avrebbe richiesto non solo che un tale partito esistesse, ma altresì che fosse più potente di tutti gli altri insieme riuniti.

La cura di delineare e dipingere le disposizioni degli animi in questi tempi, mi ha costretto a trasandare in quest'ultime pagine la cronologica serie dei fatti. La ripiglio adesso per non più scostarmene.

Ho detto che il vicerè era al suo quartier generale di Verona, e le truppe della Lega accampate sulla opposta riva dell'Adige. Egli vi ricevette, entrante il novembre dell'anno 1813, una lettera dell'imperatore, il quale, vedendosi rispinto ogni dì e fino nei suoi propri Stati dalle forze soverchianti degli Alleati, ingiugneva al vicerè di abbandonare l'Italia e di ridursi in Francia con tutte le sue truppe italiane e francesi, onde raccozzare così lo sforzo intiero del suo partito. Fu il principe Eugenio immerso da questo comandamento nelle più crudeli perplessità. Contuttochè egli fosse sinceramente affezionato e devoto all'imperatore, suo padre adottivo e suo benefattore; contuttochè nodrisse una preferenza pur troppo viva per la sua patria, a detrimento dell'Italia, il vicerè era uomo tuttavia, e principe, e padre di famiglia: vo' dire che non avrebbe rinunziato senza rammarico ad un'alta condizione, ad uno splendido aringo, a una corona independente. Ritirandosi con le sue truppe in Francia, poteva Eugenio ritardar la caduta dell'imperatore; ma allontanandosi dal paese cui egli governava tuttora, e che poteva essergli conservato, ei rendeva certa la caduta propria. Difettava evidentemente il vicerè di idee chiare e ferme quanto a politica. Fra quali partiti aveva egli l'elezione? Serbar fede all'imperatore, servirlo sino all'ultimo e perire con lui;—o abbandonare l'imperatore, e volgersi dalla parte delle potenze alleate, come avea fatto il re di Svezia, e come parea volesse fare Murat;—o separarsi dall'imperatore, senza contrarre alleanza coi nemici di lui, lo sposar francamente la causa dei popoli a lui sottomessi, chiamandosi apertamente loro capo e loro difensore ad un tempo. Il primo partito sarebbe stato nobile, ma dissennato; il secondo, giudizioso, ma vile; il terzo, nobile, giudizioso e generoso ad un tempo. Ma Eugenio non seppe abbracciarne ricisamente alcuno. Non era già sì devoto all'imperatore da indursi a rifiutare una corona di cui potea non essere debitore ad altri che a sè stesso, e rifiutarla per ciò solo che non la dovrebbe all'imperatore. La rettitudine del suo cuore inducevalo a ributtar con isdegno le offerte che gli venivano fatte da parte degli Alleati. La condotta e i disegni di Murat eran tuttora per lui un enimma ch'ei si proponeva di spianare. «Alla fine poi», diceva egli fra sè, «ove tra me e Murat non possa seguire accordo, ove la caduta dell'imperatore diventi inevitabile, sarà giunto per me il tempo di provvedere ai miei interessi e di cercare appoggio là dove posso trovarne senza arrossire; cioè nel popolo italiano, e nell'esercito, che non ha mai ricusato di seguirmi».

Ma egli era troppo tardi, siccome ho detto, allorchè il vicerè s'appigliò al partito di rivolgersi all'Italia.

Se alcuno, impugnando le mie conjetture, ricusasse di ammettere che dal vicerè vennero fermati in quell'epoca tali progetti, io chiederogli il come si possa spiegare in quest'ultima ipotesi la sua contumacia agli espressi comandamenti dell'imperatore, il quale, chiamandolo a sè con tutte le sue truppe, ingiungevagli di abbandonare l'Italia. Un solo motivo, o per meglio dire, pretesto, allegò il vicerè per palliare la sua disubbidienza. Disse cioè di temere la diserzione dei soldati italiani, i quali, divelti dalla propria patria e tratti verso la Francia, verrebbero a sapere l'occupazione del loro paese per parte delle truppe nemiche. Ed allegava in prova le molte diserzioni recentemente accadute nell'esercito, di soldati nativi dei dipartimenti occupati dalle truppe nemiche. «Se i soldati delle province venete», diceva egli, «mi abbandonano per accorrere alla difesa dei loro propri lari, che fia per accadere allorchè tutto quanto l'esercito si troverà nella istessa condizione in cui si trovano ora le soldatesche native delle province venete?» E noi diremo che darsi potea veramente che una parte dell'esercito disertasse pria di passare le Alpi; e che inoltre le truppe italiane si comportassero in Francia con minor animo ed ardore che in Italia; ma soggiugneremo che in ricompenso le truppe francesi che il vicerè tenea presso di sè avrebbero pugnato con raddoppiato valore se fossero state condotte alla custodia dei confini della loro patria. Il vicerè non aveva egli ragione di temere che all'udire dell'irruzione in Francia delle truppe della Lega, i soldati francesi che erano da lui trattenuti in Italia, non disertassero da una contrada straniera per accorrere a salvare la loro terra natia? No, il timor puerile d'una diserzione in massa non fu quello che indusse il principe Eugenio a resistere ai comandamenti dell'imperatore, ma bensì il pensiero, forse non ancora del tutto fermato nel cuor suo, di non abbandonar la contrada in cui poteva ancora conseguire uno splendido posto. Il 9 di novembre del 1813 fu il giorno in cui il vicerè scrisse all'imperatore il come e il perchè non ottemperasse a' suoi comandamenti.

A mezzo circa il dicembre il re di Napoli e il vicerè d'Italia abboccaronsi nella città di Guastalla. Il vicerè andò in calesse al luogo convenuto; accompagnato da un segretario e da un aiutante di campo. Giunto a Guastalla, scese all'albergo in cui trovavasi di già il re di Napoli, e si trattenne con lui per tre ore. All'uscire dalla conferenza, il vicerè raggiunse i suoi compagni, che stavano aspettandolo sulla piazza posta davanti all'albergo medesimo, e comandò brusco si attaccassero i cavalli: salito poi nel calesse coll'aiutante di campo e col segretario, stette un lungo tempo pensoso e tacito. Finalmente con dispetto esclamò: «Non puossi far nulla con cotestui; egli non vuole punto farsi capace che la caduta del tronco si trae dietro necessariamente la caduta dei rami». Aggiunse in appresso alcune parole che parevano alludere ad un disegno che era stato da lui stesso inutilmente proposto a Murat. I due che lo accompagnavano in quella congiuntura, o certamente almeno uno di essi, ch'era uomo di alto intelletto ed eloquentissimo, tentarono di far capace il vicerè che il suo posto era in mezzo del popolo di cui aveva accettata la sovranità, anzichè al séguito di un capo che gliel'avea data dianzi. Era il vicerè una di quelle menti corte cui giova appuntellar con imagini i propri raziocini, e che non si sceverano facilmente da un'idea di cui sieno o autori o editori, per ciò solo che troppo arduo fora per loro il surrogarvene un'altra. Il poco frutto delle giudiziose instanze dei compagni del vicerè in quella congiuntura, non mi fa meravigliare. La comparazione dei rami che cadono inevitabilmente quando l'albero è atterrato, era pel principe Eugenio un argomento irrepugnabile, contro del quale l'acume dell'istesso Machiavelli sarebbesi spuntato. Sarebbe stato forse più fruttuoso il contraporre un'altra imagine a quella posta innanzi dal vicerè; il fargli, cioè, avvertire che prima di scagliare la scure contro l'albero o troppo vecchio o condannato a perire per qualunque altro motivo, l'ortolano spesse volte ne recide un ramo, e, ripiantatolo diligentemente, lo inaffia, lo pota, lo protegge, lo cresce, cosicchè diventi albero alla sua vôlta. Questa semplicissima risposta avrebbe fatto, o ch'io m'inganno di grosso, maggior impressione nell'animo del vicerè, che non le più sottili deduzioni della più sana politica.

Giunse il 16 di aprile dell'anno 1814. Ognun sa che l'esercito franco-italo, ritrattosi sul Mincio, vi si reggeva in buona condizione, e che gli ultimi fatti d'arme erangli iti a seconda. Le notizie dei fatti accaduti a Parigi indussero il vicerè ad appigliarsi a quei partiti dai quali aveva fino allora aborrito. Semplice ormai, e, per così dire, facile diventava il suo cómpito. Egli avea chiuso l'orecchio alle insinuazioni dei sovrani alleati, da cui era stato eccitato a scostarsi dall'imperatore e ad assicurare a sè stesso e a' suoi successori un trono in Italia. Avea ributtato i consigli e le instanze di Murat, che lo esortava a seguire il proprio esempio, aggiungendovi che, se troppo grave eragli il collegarsi coi nemici del suo benefattore, ei potea tuttavia, senza fraudare il debito della riconoscenza, adoperarsi da sè per la propria salvezza, e giovarsi pel suo proprio pro delle forze cui imperava. Avea in somma, finchè l'imperatore potè essere sorretto, consacrata a lui ogni sua possa e facoltà. Ma ora, caduto l'imperatore, pareva che i vincoli che univano il servitore al signore, il figliuolo al padre, il beneficato al benefattore, si fossero naturalmente disciolti. E, invero, la notizia dell'ingresso dei Sovrani alleati in Parigi, e della abdicazione dell'imperatore, data in Fontainebleau, mutò di repente e la posizione e i disegni del vicerè. Ei tosto depose l'intenzione di guerreggiare, chè bene addavasi di non potere da solo reggersi contro tutta quanta l'Europa, in quei pachi dipartimenti italici cui possedeva tuttora. Eragli aperta la via delle pratiche, ed egli entrovvi senza sostare. Le cose dettegli un tempo dal re di Baviera in nome de' Sovrani alleati gli ritornarono allora in mente, ed egli si diliberò di trarre profitto dalle favorevoli disposizioni onde credeva che quei principi fossero tuttora mossi a favor suo. Ben s'accorgeva allora che la nuova sua patria dovea essere l'Italia, e che non v'era altrove, fuori di questa contrada, posto per lui. Ond'è che non si fece pregare a conchiudere, il 16 aprile del 1814, col maresciallo Bellegarde, comandante le truppe austriache, un armistizio pel quale egli lasciava in mano degli Alleati le piazze forti poste al di là dell'Adige, e si obbligava a rimandare in Francia le truppe francesi, e ad inviare incontanente a Parigi oratori dell'esercito e del governo a chiedere ai Sovrani alleati la conservazione del reame d'Italia. Promettea Bellegarde, dal canto suo, di rimanersene col suo esercito entro i confini dei dipartimenti italici cui già occupava, e d'aspettare l'esito de' passi che si doveano tentare a Parigi.

Non appena fu sottoscritto quell'armistizio, che le truppe francesi avviaronsi alla vôlta dell'Alpi, e il vicerè, spediti a Parigi i generali Fontanelli e Bertoletti in qualità di oratori dell'esercito presso le Potenze Alleate, ragguagliò il duca di Lodi, presidente del Consiglio dei ministri del regno d'Italia, delle cose operatesi, ingiugnendogli di convocare il senato per la nomina di quei senatori che si doveano spedire oratori a Parigi. Raunò in pari tempo il vicerè presso di sè le truppe italiane, e con un bando od ordine del giorno loro notificò gli atti e' provvedimenti ai quali era devenuto, dichiarandosi pronto oramai a dedicarsi tutto per la salvezza della nazione italiana. Tentò pure in allora di tirar dalla sua alcuni ufficiali malcontenti, e fra essi il generale Mazzucchelli, cui nominò capo del suo stato-maggiore generale. Era il Mazzucchelli malcontento di fatti, e dal malumore erasi di già lasciato trasportare più oltre che non potesse supporre il vicerè. Affatto inaspettata gli pervenne in Milano la lettera della sua nomina, la quale trovò, tornando a casa sua da una congrega tenuta dai malcontenti coll'intenzione appunto di abbracciare un partito sul modo da tenersi per atterrare il governo del vicerè. Adescato forse quel generale dall'alto ufficio conferitogli, o timoroso di tradire sè stesso e i suoi disegni col farsi vedere poco sollecito di accettare quel novello favore, partì immantinenti alla vôlta di Mantova, dove il vicerè avea traslocato il suo quartier-generale, senza neppure farne edotti i suoi amici. I quali rimasero alla vôlta loro attoniti alla notizia della súbita partenza di lui alla vôlta del campo nemico, ed entrarono in tanta apprensione, che due di loro, il marchese Fagnani e l'avvocato Reina, si ricoverarono subito subito in Isvizzera. Vano fu tuttavia questo timore, nè il governo del vicerè ebbe sentore alcuno di quella cospirazione.

Ad onta dei bandi viceregali e delle promozioni testè menzionate, l'esercito italico rimase attonito e costernato in sulle prime dalla notizia dell'armistizio conchiuso fra il principe Eugenio e il maresciallo Bellegarde. Ma ben presto si dileguò quella costernazione. Il generale Teodoro Lecchi assicurò l'esercito che il vicerè non s'indurrebbe giammai ad abbandonarlo, e che ogni sforzo di lui tenderebbe, all'incontro, a stabilirsi fermamente in mezzo all'esercito stesso ed in Italia. Le quali assicurazioni mutarono repentinamente in trasporti di gioia e di riconoscenza le mormorazioni che prima si erano udite. Gli è certo, di fatti, che i generali Fontanelli e Bertoletti, partitisi pria del 20 d'aprile da Mantova per a Parigi, e latori di istruzioni ufficiali per non chiedere altro che la conservazione e l'independenza del reame d'Italia, erano stati inoltre incaricati, non solo dal vicerè, ma e dall'esercito, di far instanza acciò al principe Eugenio venisse data la corona italica. Intanto l'avviso ufficiale del conchiuso armistizio, e l'ordine di convocare il senato per la nomina dei due oratori del governo da spedirsi a Parigi, erano già pervenuti al gran-cancelliere guarda-sigilli e presidente del Consiglio dei ministri, il conte Melzi d'Eril, duca di Lodi.

I partiti che più sopra ho tentato di dipingere, scindevano anche i membri stessi del governo e del senato. Il duca di Lodi, i conti Paradisi, Vaccari e Prina, il conte Veneri, presidente del senato, e molti altri de' principali personaggi erano schiettamente additti all'ordine di cose allora esistente; ma il maggior numero dei senatori entravano a parte delle speranze e dei desidèri dei partiti che tenevano il di mezzo fra gli Austriaci-puri e gl'Italici. Credettero questi di giovare alla patria cospergendo di triboli e d'ostacoli la perigliosa via per la quale il governo franco-italico vacillante incedea. Essi pure preparavano, a propria insaputa, il trionfo dei fautori di Casa d'Austria; ma per quanto avversi fossero al governo esistente, si conduceano però, nel consesso di cui faceano parte, con un po' di quel pratico senno ond'erano dotati, e sopratutto con quello spirito di moderazione che dovea dispiacere a que' violenti ed irragionevoli che componeano per la massima parte le fazioni austriaca, liberale, muratista, ec., poste al di fuori del governo. Videsi di fatti, poco poi, quell'istesso senato che ricusava di chiedere alle potenze alleate per re d'Italia il vicerè, fatto segno alle invettive della plebaglia, e disciolto colla forza da essa, qual colpevole di abbietti sensi, e di servilità verso il principe Eugenio, e qual traditore dell'indipendenza italiana. Tale è pur sempre il destino di coloro che presumono di traccheggiarsi fra' partiti estremi, senz'abbracciarne o riprovarne alcuno.