Per argomenti e per ragion moltissime

Non si denno mai sposare,

Anzi s'han da separare

Le nature tra lor dissimilissime. ecc.

Vi fu un tempo che l'Arcivescovo di Ravenna stette chiuso spontaneamente nel suo palazzo d'Argenta[188], a cagione della rottura che aveva col marchese d'Este e col Pallavicino, e non permetteva che nessuno andasse alla sua presenza salvo che pochi famigliari ed inservienti. Eravi a compagnia dell'Arcivescovo un certo Pisano, maestro di grammatica, di nome Pellegrino, buono e sant'uomo, e faceva scuola ai ragazzi d'Argenta. Egli era una mia conoscenza ed amicizia, ed amava dal fondo del cuore tutti i frati Minori; e, servendomi a tavola, a pian terreno del palazzo dell'Arcivescovo, presso il Po, perchè io era giunto di recente da Ravenna, gli dissi: Maestro Pellegrino, parlerei volentieri coll'Arcivescovo, se mi si permettesse d'entrare, chè avrei delle novità da raccontargli. E maestro Pellegrino rispose: Ditele a me le nuove che avete, ch'io le riporterò a lui, perchè non vuole che nessuno entri a lui, se non è della famiglia. Allora gli narrai che Papa Urbano IV era morto; e corse subito a riferirlo all'Arcivescovo, che se ne rallegrò assai, perchè sperava di diventar Papa, tanto perchè era Legato, e uomo di gran rinomanza, e che aveva lavorato molto per la Chiesa, quanto perchè il maestro di Negromanzia di Toledo gli aveva presagito che sarebbe diventato grande nella Chiesa. Udita dunque la notizia della morte del Papa, mi mandò un servito di pesci di mare ed una mezza torta; e il famiglio che portava le vivande disse: Il mio Signore vi manda del suo pranzo, e per mezzo mio vi domanda se crediate che il Papa sia veramente morto. Ed erano presenti tre o quattro della famiglia, che erano accorsi per udire. Allora io gli dissi: So di certo che è morto, ed è vacante la sede pontificia. La quale assicurazione riportata al loro Signore, mi mandò un'altra pietanza, poi una terza, facendomi sempre domandare se veramente fosse morto il Papa. E seccandomi di ripetere tante volte la stessa cosa, dissi ai messi dell'Arcivescovo: Volete voi ch'io vi spedisca in poche parole? Accogliendo eglino di buon grado la mia proposta, soggiunsi: In quella barca che vedete là in Po, vi si trova un frate Minore malato, che in quattro giorni arrivò dalla Corte a Ravenna, e fu presente alla sepoltura del Papa, e vi dirà egli tutto quanto desiderate sapere. S'affrettarono adunque alla barca in Po e udirono da lui confermata la notizia; ed io col mio compagno pranzammo in pace. E giunti a Ferrara col frate malato, tutta la città era già piena della morte del Papa; poichè l'Arcivescovo volendo l'onore d'averlo per primo fatto sapere, aveva mandato annunziando a Ferrara quello, che aveva saputo da noi. Dopo questo, fu fatto Legato maestro Martino da Parma, perchè predicasse una crociata, e designasse quelli che dovevano predicarla, e fregiasse della croce chi fosse accorso in aiuto di Terra Santa. Questi fu allevato in casa de' Pozzolesi di Parma. Papa Innocenzo IV lo nominò Vescovo di Mantova; e fu uomo cortese, umile, benigno, liberale e largo. Invitava volentieri, con cortesia, e molta garbatezza persone a pranzo, ed era un insaziabile bevitore. Fece sontuoso trattamento a frate Regaldo in Mantova, e a tutto il seguito che aveva, quando passò di là per andare alla Corte, e lo fece precedere dal suo siniscalco coll'incarico di fargli le spese sino a Bologna. Ma frate Regaldo non lo permise, dicendo che colla metà delle rendite proprie poteva vivere splendidamente con tutta la famiglia ch'era seco, e che aveva di superfluo l'altra metà. Eppure aveva ottanta cavalcature in quel viaggio, oltre ad una proporzionata famiglia di servi; e quando pranzò a Ferrara ebbe commensali quattro frati Minori, che erano andati a fargli visita. E teneva davanti a sè alla mensa due conche d'argento, entro le quali metteva da mangiare pei poveri; e chi serviva a tavola portava sempre due piatti d'ogni specie di vivande, e li poneva davanti a frate Regaldo, dei quali uno teneva per sè e ne mangiava, l'altro lo versava nelle conche dei poveri; e così faceva ad ogni servito e varietà di pietanze. Frate Regaldo era dell'Ordine dei Minori e Arcivescovo di Rouen, ed uno de' più illustri chierici del mondo. Fu maestro con cattedra a Parigi; lettore di teologia nel convento de' frati; valentissimo nelle dispute, e grazioso oratore. Fece un'opera intorno alle sentenze; fu amico del Re di Francia S. Lodovico, il quale s'adoperò per fargli ottenere l'Arcivescovado di Rouen. Amò molto l'Ordine de' Predicatori, come anche quello de' Minori, di cui è sempre stato benefattore. Era brutto d'aspetto, ma graziosissimo de' modi e de' costumi; fu uomo santo, a Dio divoto, e chiuse santamente la sua vita; che per la misericordia di Dio l'anima sua riposi in pace, e così sia. Ebbe un fratello germano nell'Ordine, bell'uomo e chierico dottissimo, che si appellava frate Adamo le Rigalde. Li ho veduti in più luoghi tutti e due. Maestro Martino poi nativo di Parma e Vescovo di Mantova e Legato del Papa, per un affare a lui raccomandato, venne a Ravenna, e ricevette ospitalità nel monastero di S. Giovanni Evangelista, opera dell'Imperatrice Galla Placidia; e dimorando io allora a Ravenna, mi recai a fargli visita, perchè era amico di frate Guido di Adamo, mio fratello, che morì nell'Ordine de' frati Minori. E dopo essere stati a lungo a sedere, io ed il Vescovo Legato ci accostammo ad una finestra del palazzo, e mi dimandò da che parte era il convento de' frati Minori. Allora gli mostrai a dito un edifizio con una magnifica chiesa e un campanile fabbricato a guisa di alta torre, e gli dissi: Quello è il nostro convento, e ce lo diede Filippo Arcivescovo di Ravenna, il quale ha molta deferenza per l'Ordine de' frati Minori, ed è con noi liberale. E il Vescovo soggiunse: Sia egli benedetto, chè opera bene e saggiamente. Poi ripigliò: E credete voi, frate Salimbene, che noi Vescovi, oppressi da tante difficoltà, sollecitudini ed affanni pel nostro gregge, e pe' sudditi nostri, possiamo salvarci, se voi religiosi, che siete in continua comunicazione con Dio, non ci aiutate colle vostre cappe e co' vostri cappucci? A che, per confortarlo, risposi: Il savio ecc. Ciò detto, il Vescovo soggiunse: Iddio ve ne ricambii, frate Salimbene, del conforto che mi date...... Dopo questo, fu mandato in Lombardia un altro Legato un certo Cardinale, che era stato Arcivescovo di Ambrun[189], e del quale avendo parlato più sopra, sono d'avviso che ora non s'abbia a riparlarne. Solo dirò che essendo buon cantore, e buon chierico, e piacendogli l'inno del beato Francesco O Patriarca pauperum, ne volle imitare il ritmo componendone uno ad onore della Vergine gloriosa, che è:

O consolatrix pauperum,

Maria, tuis precibus

Auge tuorum numerum

In caritate Christi;

Quos tu de mortis manibus