Se si discaccia, che se non s'accoglie

La suora espulsa si recò dunque e stette al cospetto del visitatore, che era a mensa in casa dei frati che ivi abitavano; e colle lagrime agli occhi gli riferì quanto le aveva detto la Badessa. Il visitatore, udite queste cose, si alzò turbato dalla mensa, andò e scomunicò la Badessa, perchè perseverando nella sua durezza chiudeva le viscere della pietà ad una sua consorella, che era stretta da dura necessità. E prendendo per mano la tribolata suora la consolò, e la ricondusse seco a Genova, e pregò la Badessa e le suore di quel monastero ad accoglierla per amore di Dio e suo, avendo già loro prima parlato della malignità, della durezza, dell'avarizia e della follìa della Badessa di Chiavari. Tali cose avendo udito le suore del monastero di Genova, si mossero a compassione della loro consorella, e la abbracciarono festosamente. In quel monastero poi vi era una suora vecchia molto e divota e di gran merito presso Dio, a cui dispiacque assai il contegno di quella Badessa verso una suora tribolata e già collocata in convento. Ed essendo già di quel dì sera avanzata, e le altre suore andate a letto, essa s'inginocchiò davanti all'altare, e con molte lagrime pregò Iddio....... Il visitatore mandò subito un messo velocissimo a Chiavari per sapere che cosa fosse accaduto a quella badessa: e la trovò morta, maledetta, scomunicata e senza assoluzione. Nell'intervallo tra la partenza del visitatore e l'arrivo del messo, Cecilia, Badessa di Chiavari, cominciò a malare gravemente e svenir di languore; e soffrendo dolori di più maniere, si pose a letto, si ridusse agli estremi, e cominciò a gridare: Io muoio. Sorelle correte, aiutatemi, datemi qualche rimedio. Accorsero le suore incontanente, e, com'è dovere, ebbero compassione della loro Badessa. Della salute dell'anima sua non si fe' cenno, di confessione non se ne parlò. Le si strinse la gola, e appena poteva trar respiro. E quando s'accorse che moriva, disse alle suore adunate: Andate e ricevete quella suora; andate e ricevete quella suora; andate e ricevete quella suora. Per lei Iddio mi percosse; e in così dire spirò........ Ricordo che essendo io a Lione, ove era anche Papa Innocenzo IV, arrivarono alcuni frati Minori di Bordeaux a dire al Papa che le suore dell'Ordine di S. Chiara di Bordeaux avevano eletta suora Cecilia, sua nipote, a loro Badessa. E il Papa ne diede loro lettera di conferma, dicendo che andassero a ritrovarla a Parma. Ma l'Eletto di Parma, nipote del Papa, e fratello della prenominata donna, essendo pur esso a Lione, e avendo saputo la cosa, si presentò al Papa e fece annullare la data conferma. E forse, se fosse andata colà, si sarebbe diportata meglio tra forestieri che in mezzo a parenti e conoscenti. Ora ripigliamo il corso della nostra storia, e incominciamo là dove la lasciammo. L'anno 1229, segnato anche più su, Nazario di Ghirardino di Lucca fu Podestà di Reggio, e fece fare il ponte e le imposte di porta Bernone. Allora si cominciò a cinger di mura la città di Reggio. E fece fare cento braccia di muraglia, dalla detta porta in giù verso porta S. Stefano. Così successivamente ogni anno gli altri Podestà fecero duecento braccia di muraglia finchè la città tutta fu murata. Però, per la frequenza delle guerre, qualche anno restò interrotta la continuazione del lavoro. Questo Nazario ha il suo ritratto in pietra sopra la porta Bernone,[38] fatto fare da lui stesso, ed ha in Reggio la sua statua a cavallo. Fu bel cavaliere e ricco assai; mio conoscente ed amico quando io dimorava a Lucca nell'Ordine de' frati Minori. Donna Fior d'Oliva, sua moglie, era bella, paffuta e mia famigliare e devota. Era di Trento, moglie di un notaio, da cui ebbe due bellissime figlie; e Nazario la rapì al marito suo quando fu Podestà a Trento, e, consentendolo essa, la condusse a Lucca, e mandò sua moglie, che viveva ancora, in un certo suo castello, dove stette sino alla morte. Nazario morì senza figli, e lasciò molte ricchezze a quella donna, che in seguito si maritò a Reggio, e, come mi disse, fu ingannata. E l'ebbe in moglie Enrico figlio di Antonio di Musso, e vive ancora oggi, festa di S. Lorenzo, martedì, 1283, anno in cui scriviamo queste cose. Tutti e due costoro, cioè Nazario e Fior d'Oliva fecero molto bene ai frati Minori di Lucca, quando la Badessa di Gattaiola[39] dell'Ordine di S. Chiara provocò e aizzò tutta Lucca contro i frati, calunniando gli innocenti. E cagione ne fu che frate Giacomo da Iseo non la voleva assolvere perchè non si comportava bene nel suo ufficio. Essa era figlia di una fornaia di Genova, e il suo governo era turpe, crudele e disonesto. E, per assicurarsi meglio quel ministero, era larga di regaluzzi e di leccornie a giovani, e a uomini, e a donne secolari, specialmente a chi aveva qualche parente nel monastero. Ai quali eziandio andava dicendo: I frati Minori non mi vogliono dare l'assoluzione perchè...... E così, come è detto, calunniava gli innocenti. Ma mentiva apertamente. Tuttavia essa fu assolta, e i frati ricuperarono il loro onore e la loro buona fama, e la città la sua calma.

a. 1230

L'anno 1230 si celebrò in Assisi un capitolo generale de' frati Minori, e si fece il trasporto del corpo del beato Francesco il giorno 25 Maggio, e frate Giacomo da Iseo, che agli inguini e ai genitali era tutto guasto, riacquistò sanità completa. Molti altri miracoli degni d'essere narrati fece in quel giorno Iddio per mezzo del suo servo ed amico Francesco, che potrai conoscere leggendo la sua biografia.

a. 1231

L'anno 1231, ai 14 di Giugno, Venerdì, il beatissimo padre e frate Antonio spagnuolo, che era nel convento di Padova, nella quale città l'Altissimo magnificò il suo nome per mezzo di quel Santo, abbandonando in Arcella[40] il corpo alla dimora di tutte le reliquie mortali dell'uomo, volò felicemente alla sede degli Spiriti celesti. Questi fu dell'Ordine de' frati Minori e compagno del beato Francesco, e, se ci basterà la vita, ne riparleremo e ne tesseremo più ampiamente le lodi altrove.

a. 1232

L'anno 1232, ai 16 di Ottobre, sabbato, fu rotto e messo in fuga il Marchese di Cavalcabò da Bonacorso da Palù e da quei di Sesso[41] presso Mancasale[42].

a. 1233

L'anno 1233 si fabbricò il palazzo del vescovo di Parma, che è rimpetto alla facciata del Duomo; e allora reggeva la Chiesa di Parma il vescovo Grazia di Fiorenza, che fece costruire anche molti altri palazzi in più luoghi della diocesi. E perciò i Parmigiani lo stimavano un buon vescovo; perchè non dissipava i beni della Chiesa, anzi li conservava e moltiplicava. Egli era amico di mio padre Guido di Adamo, e stando alla finestra di casa sua ragionava con lui del suo palazzo, e gli mandava spesso regali, come ho veduto io co' miei occhi. Amò mio fratello Guido; ma dopo che entrò nell'Ordine de' frati Minori, non si curò più di lui. Prima di lui fu vescovo Obizzo di Lavagna genovese, bell'uomo ed onesto, come dicono, e fu zio di Papa Innocenzo IV; ma non ricordo d'averlo veduto. Dopo Grazia fu vescovo un certo Gregorio Romano, che ebbe vita breve, e morì a Mantova eretico e maledetto. E quando malato gli portarono l'ostia consacrata, non volle riceverla, dicendo che non credeva nulla di tal fede; e interrogato perchè accettasse il Vescovado, rispose: per le ricchezze e gli onori; e così spirò senza comunicarsi. Dopo lui fu vescovo maestro Martino da Colorno,[43] di famiglia meno che cospicua. Gli successe Bernardo Vizio, di cui ricordo d'aver già fatta menzione, come anche de' suoi successori. Dopo Bernardo venne Alberto Sanvitali, nipote di Papa Innocenzo IV. Dopo fu eletto canonicamente e concordemente maestro Giovanni di donna Rifida, Arciprete del Duomo; e gli successe Obizzo, vescovo di Tripoli, pur esso nipote del predetto Papa, e fratello del sunnominato Alberto. Per frodi fu investito del Vescovado di Parma, e vive ancora e lo tiene. E come lo tiene oggi, tengaselo pure finchè se ne faccia un'altro. Ed oggi, che queste cose scriviamo, corre il 1283, giorno di S. Lorenzo, martedì. Che cosa sia per avvenire d'ora innanzi dei vescovi di Parma, sallo Iddio. In questo stesso anno 1233 fu Podestà di Reggio Giliolo di donna Agnese di Parma. In quell'anno Reggio cominciò a coniar moneta; e Nicolò vescovo di Reggio viveva ancora. Io conobbi quest'Egidiolo, chè eravamo della stessa città, ed ebbe due cognomi. Fu detto di donna Agnese, o da parte di madre, o da parte di moglie, perchè fu donna valente (come un certo ponte, che è in Parma, fu chiamato ponte di donna Egidia da Palù, perchè essa lo fece fare; ponte che ora rifanno di muro, invece di legno.) Fu pur detto da Gente, perchè quand'era oltremare, ogni volta che si parlava d'eserciti, usava dire: La nostra gente fece così. Questo l'ho saputo da Gherardo Rangone di Modena, che era frate Minore. Gigliolo da Gente poi ebbe due fratelli. Il primo fu Tedaldo, e, quand'io era ancora ragazzo, l'ho veduto assai vecchio e carico d'anni; ed ebbe sette figli, de' quali il quarto, Manfredo, sposò mia sorella Caracosa, che, mortole il marito, finì lodatamente la vita nel monastero di S. Chiara in Parma. Il secondo aveva nome Beretta, bel cavaliere e prode guerriero, forte, e tant'alto di statura da far la meraviglia degli uomini e delle donne. Giliolo fu anche padre di Ghiberto da Gente, di cui parleremo a suo luogo. E quando nel detto anno Giliolo era Podestà di Reggio cominciò l'alleluia. E i posteri chiamarono alleluia un certo periodo di tempo, in cui, posate le armi, predominò la giocondità, l'allegria, il gaudio, l'esultanza il giubilo ed ogni dimostrazione d'animo contento. E tutti, cavalieri e fanti, e cittadini, e campagnuoli, e giovinetti, e giovinette, e vecchi e giovani ne cantavano inni e lodi a Dio. In tutte le città d'Italia vi fu questa divozione; e vidi che nella mia città di Parma ogni parocchia voleva avere il proprio gonfalone da portare nelle processioni, e, sul gonfalone, dipinto la specie di martirio del santo suo titolare. Così, p. e. la scorticazione di S. Bartolomeo era ritratta nello stendardo della parocchia, che da lui si nominava; e così via via delle altre. E dalle ville venivano in città co' loro confaloni in gran frotte uomini e donne, ragazzi e ragazze ad ascoltare le prediche ed a lodare Iddio; e cantavano con voci divine più che umane. E così le genti camminavano sulla via della salute, tanto che sembrava adempiuto quel detto del Profeta: Ricorderanno (la mia parola) e si convertiranno a Dio tutte le nazioni, e adoreranno davanti a lui tutti i popoli. E portavano in mano rami d'alberi e candele accese; E si predicava di mattina, a mezzodì, verso sera, secondo il Profeta: Di sera, di mattina, di mezzodì narrerò e annunzierò, ed esaudirà la mia voce. Redimerà in pace l'anima mia da coloro che s'avvicinano a me, poichè tra molti era meco. E si facevano soste nelle chiese e nelle piazze; e si alzavano le mani al cielo per lodare Iddio e benedirlo ne' secoli. E non sapevano intermettere le laudi, tanto erano entusiasmati dall'amor di Dio; e beato chi poteva far più di bene, e inneggiare a Dio. Nessun'ira era tra loro, nessun turbamento d'animo, nessun rancore; ogni cosa tra loro passava in pace ed amore. Alziamo a Dio, che siede ne' cieli, i nostri cuori e le nostre mani. E così realmente facevano, come ho visto io. E poichè la Sapienza dice ne' Proverbii. II. Il popolo si travolgerà in ruina, se non vi sia chi lo governi, affinchè non si creda che queste moltitudini fossero senza guida, parliamo ora di chi dirigeva queste ragunate. Primo venne a Parma fra Benedetto, che si chiamava di Cornetta, uomo semplice ed illetterato, di buona innocenza e di vita onesta, ch'io vidi, ed ebbi seco famigliarità in Parma, e poi a Pisa; ed era o di Valle spoletana, o di Romagna. Non apparteneva ad alcun Ordine religioso, viveva a sè, e solo si studiava di piacere a Dio. Era molto amico de' frati Minori; pareva quasi un altro Giovanni Battista, che precorresse avanti al Signore a preparargli un popolo perfetto. Portava in testa un cappello all'Armena, aveva barba lunga e nera, e teneva una trombetta metallica (cioè di oricalco) colla quale suonava; e quella sua tromba reboava terribilmente, ma pure non senza qualche dolcezza; andava cinto di una fascia di vello; vestiva abito nero, a foggia di sacco tessuto di peli di diversi animali, e lungo sino ai piedi. La tonaca era fatta a guisa di guascappa, e davanti e di dietro aveva una croce lunga, larga, e di color rosso, che discendeva dal collo sino a' piedi, come suole nelle pianete de' sacerdoti. Così vestito egli andava colla sua tromba, e predicava nelle chiese, nelle piazze, e lodava Iddio, e aveva sempre seguace una gran turba di ragazzi con in mano, il più delle volte, rami d'alberi e candele accese. Ed io stesso stando su una muraglia del palazzo vescovile, che allora era in costruzione, l'ho veduto più volte a predicare e cantare le lodi del Signore. E cominciava le sue lodi dicendo in suo volgare: Laudato, et benedetto, et glorificato sia lo Patre. Ed i ragazzi a voce alta ripetevano quello che egli aveva detto. E poi ripeteva le stesse parole, e aggiungeva: Sia lo Fijo. Ed i ragazzi riassumevano cantando le stesse parole. Finalmente per la terza volta replicava le stesse parole e vi aggiungeva: Sia lo Spiritu Sancto; e dopo: alleluja, alleluja, alleluja. Di poi trombettava, e dopo predicava, dicendo buone parole a lode del Signore. E dopo tutto cantava un saluto alla beata Vergine così: