Nè mai ti saprà dar consiglio onesto.
Egli s'era lasciato sfuggir dalle labbra una o più volte in pubblica adunanza che era meglio essere ridotti a mangiar della calce, che vivere in pace coi partigiani della Chiesa. Ma intanto egli si mangiava i buoni capponi, ed i poveri morivano d'inedia. Ma a questo mondo non dura a lungo la fortuna de' malvagi: Mutò vento, e chi parteggiava per la chiesa cominciò ad averlo in poppa. Ed anche per quel miserabile venne il giorno della fuga, anzi fu portato via di soppiatto dalla città di Reggio, e tutto fetore, scomunicato e maledetto, senza confessarsi, senza comunicarsi, e senza fare la penitenza sacramentale de' suoi peccati, e fu sepolto in un fossato della villa di Campagnola[152]. Nello stesso anno 1249, i Parmigiani coi fuorusciti Reggiani bruciarono il ponte di S. Stefano di Reggio, e il borgo d'Ognissanti, e il ponte e il borgo di Porta Bernone; il 10 di Giugno, il Crostolo gonfiò e atterrò i ponti e inondò sino alla Modolena[153]. Lo stesso anno in Agosto, Simone di Giovanni di Bonifacio de' Manfredi occupò Novi, Rolo e S. Stefano[154] Terre o Ville della diocesi di Reggio. Egli era del partito della Chiesa, nobiluomo, bello, forte, amico mio, e, in tempo di grossa guerra, valoroso guerriero; e gli si erano aggruppati attorno molti, che cacciati dalle loro case, avevano il veleno nel cuore e seguivano lui come capo; e si era divulgata molto la fama del suo nome per le memorabili sue gesta d'incendi, di invasioni, di devastazioni, di stragi, come consigliava la barbarie della guerra di que' tempi. Così pure nel settembre di quell'anno, tra nona e vespro, si sentì un orribile terremoto; e i Bolognesi e i fuorusciti Modenesi e Romagnoli assediarono Modena, ne incendiarono i subborghi, e nel settembre stesso la manganellarono; ed Ezzelino da Romano prese Este[155], castello del Marchese d'Este, ed altre Terre dello stesso Marchese, per vendicarsi dell'aiuto che il Marchese Azzone prestava ai Parmigiani, che fabbricavano il Castello di Brescello. I Modenesi poi, nell'anno stesso, fecero alleanza co' Bolognesi, e si crearono due Podestà, uno per parte, e riscattarono que' loro prigionieri, che si tenevano stretti nei ceppi. In quell'anno, dopo la festa di Sant'Antonio di Padova, o meglio di Spagna, che è dell'Ordine da' frati Minori, partii col mio compagno dal convento di Genova, ed arrivammo a Bobbio, ove vedemmo una di quelle idrie, nelle quali era stata l'acqua che il Signore trasmutò in vino per le nozze di Cana Galilea. Almeno si dice che sia una di quelle; se realmente la sia, sallo Iddio, che vede tutto chiaro ed aperto. Dentro di essa sono collocate molte reliquie, e sta su un altare del monastero di Bobbio, dove sono anche, e le vedemmo, molte reliquie di S. Colombano. Dopo, ci avviammo alla volta di Parma, d'onde eravamo nativi, e sbrigammo le nostre faccende. Poco dopo la nostra partenza da Genova, arrivò colà frate Giovanni da Parma Ministro Generale, a cui i frati del convento di Genova dissero: Perchè, Padre, ci privaste di que' vostri frati, che avevate mandati quì? Noi eravamo lietissimi di averli quì con noi per amor vostro, per la loro bontà, per la consolazione che ne davano, e per la loro condotta esemplare. Allora il Generale rispose: E dove sono? Che? non sono forse più in questo convento? E i frati: Padre, no, non vi sono più: Frate Ruffino, Ministro Provinciale di Bologna, li richiamò alla sua provincia. E il Generale soggiunse: Iddio sa, se io aveva alcuna notizia di questo ordine di obbedienza; anzi io teneva sì per fermo di trovarli in questo convento, ch'io cominciava a far le meraviglie, perchè non mi si erano presentati. In seguito ci trovò a Parma, e con volto gioviale ne disse: Correte pur tanto per di quà e di là, o miei giovanotti; ora in Francia, ora in Borgogna, altra volta in Provenza, poi nel convento di Genova, oggi a Parma con inclinazione a soffermarvici. Oh! se potessi io posare, come voi lo potreste, non vorrei essere sempre in su' viaggi. E gli risposi: A voi, Padre, toccano i disagi del viaggiare per ragioni di ministero; a noi tocca viaggiare per virtù di obbedienza: chè, ve l'assicuro, viaggiammo sempre per ragione di pura e vera obbedienza. Udito ciò, rimase soddisfatto, specialmente per effetto dell'amore che aveva per noi. Quando poi fummo a Bologna, un giorno in camera disse a frate Ruffino Ministro Provinciale: Io aveva mandato questi frati nel convento di Genova a studiare, e tu ne li hai tolti di là. E frate Ruffino rispose: Padre, questo l'ho fatto per far piacere a loro. Io li aveva mandati in Francia, quando l'Imperatore stava a campo intorno a Parma. Perciò richiamandoli, io credeva di far cosa loro gradita. Ed io aggiunsi al Ministro Generale: La cosa sta come il Ministro Ruffino l'ha esposta. E il Generale ripigliò: Cura dunque ora di collocarli ove sia che s'accontentino, e si dedichino a studio, e non vaghino tanto di quà e di là. Di buon grado, o Padre, rispose frate Ruffino, mi adoprerò a contentarli e per l'amore che nutro in cuore per voi e per l'amore che mi lega a loro; e ritenne il mio compagno a Bologna, perchè gli correggesse la sua Bibbia, e mandò me a Ferrara, ove dimorai sette anni continui senza mutar mai di convento.
a. 1250
L'anno del Signore 1250 fu fatto prigioniero dai Saraceni Lodovico Re di Francia, e la più parte dell'esercito Francese, che l'aveva seguito oltre mare, fu passato a fil di spada. Anche prima però molti ne avevano mietuto la pestilenza e l'inedia, che furono effetto del cambiamento di clima, e della caristia e penuria di vettovaglia. Infine poi, restituita Damiata ai Saraceni, il Re fu restituito a libertà, e ritornando in regione di fedeli, edificò Balbek e molte altre Terre, cingendole di muraglia, costruendovi case, ed innalzandovi torri. Ma mentre l'esercito era diviso in quattro corpi, mandati in diverse parti all'opera delle preaccennate costruzioni, i Saraceni in uno di quei luoghi piombarono sopra gli operai inermi, e li massacrarono tutti. La qual cosa risaputa, il Re, che si trovava altrove, accorse in fretta, fece scavare una fossa, e, non ritenutone dalla fatica, nè distoltone dal fetore, li seppellì colle proprie mani. E tutte le milizie ne rimasero meravigliate, ond'è che a pieno gli si attaglia quello che è detto di Booz nel 2º libro di Ruth: Sia benedetto dal Signore ecc. Questo stesso anno in Giugno i Bolognesi, i Modenesi, i fuorusciti di Reggio, i Parmigiani, i Romagnoli, i Toscani e i Ferraresi portarono in S. Vito devastazione e saccheggio al territorio Reggiano dalla strada di sopra sino alle fosse della città, e vendettero il bottino ai Parmigiani: ed i Reggiani corsero sopra Novi, e ne posero a fuoco e fiamma i sobborghi e il circondario: devastarono ogni dove, e fecero preda d'uomini e giumenti, e s'impadronirono di Campagnola facendo duecento prigionieri. Poscia, un giovedì, dopo la festa della Beata Vergine, ai 18 d'Agosto, i fuorusciti Parmigiani di parte imperiale, che erano di stanza a Borgo S. Donnino, i Modenesi e il Marchese Uberto Pallavicini, Capitano e condottiero loro, piombarono sopra Parma; ma i Parmigiani uscendo contro loro di città col carroccio, s'azzuffarono in un luogo detto Grola, ove una volta sorgeva la città di Vittoria, e vi ingaggiarono un accanito combattimento, ma sulla strada soltanto, perchè a cagione de' fossati non potevano stendersi nei campi, e presero parte alla pugna i soli militi dell'una e dell'altra parte, e questi non tutti, atteso che la strada non lasciava spazio a larga fronte. E il Marchese Monte Lupo, che era dotto dell'armi ed un leone in guerra, fece mordere la polve sulla strada a molti Parmigiani fuorusciti e Cremonesi; ma finalmente cadde egli stesso a terra ucciso. Questi ed altri suoi fratelli, da parte di sorella, furono nipoti di Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV. Erano gran Baroni, ed abitavano a Parma in Cò di Ponte. Primo de' fratelli era Ugo; secondo, Guido; terzo, Rolando; quarto, Monte, di cui è parola; quinto, Goffredo. Quest'ultimo fu nell'Ordine de' Templari, illustre, potente, ed era tenuto in gran considerazione anche perchè era Marchese. Io li ho veduti e conosciuti tutti, e si chiamavano Marchesi Lupi di Soragna, Villa ove avevano le loro possessioni, cinque miglia al di sotto di Borgo S. Donnino. Ma i fuorusciti Parmigiani, che parteggiavano per l'Impero, vedendo che i loro si avevano la peggio e andavan cedendo terreno, girarono di fianco, e minacciarono d'assalto la città; correndo e sclamando: Alla città, alla città. Ma i popolani, che erano usciti di Parma alla battaglia, udendo questo, lasciarono il carroccio e i loro, che si battevano sulla strada come leoni, di corsa s'incamminarono verso la città, ma nell'entrare si ruppe il ponte della fossa, e molti vi si affogarono. E questa fu una vera provvidenza divina, che impedì in quel modo ai nemici di entrare in città, poichè la beata Vergine, che in Parma ha culto vivo e fervente, non volle abbandonare i suoi. Tuttavia e per pena de' peccati loro, e per la natura de' tempi che correvano, i Parmigiani che erano dentro la città, l'ebbero per un disastro. Di fatto i loro nemici s'impadronirono del carroccio, che era stato abbandonato sulla strada, e restarono sul terreno tremila popolani, e molti militi. Podestà dei Parmigiani di dentro la città era allora Catellano de' Carbonisi di Bologna, che non restò prigioniero perchè seppe guardarsi bene. I prigionieri li incatenarono nella ghiaia del Taro, come disse a me Glaratto, uno degli incatenati; e disse anche che parevano tanti da far credere che tutti i Parmigiani fossero prigioni. Li condussero a Cremona, e, per vendicarsi e indurli a pagare il prezzo del riscatto, nelle carceri li posero ai ceppi, fecero loro molti oltraggi, li sospendevano per le mani e pei piedi, in terribile ed orribile maniera schiantavano loro i denti, ponevano rospi in bocca, e fuvvi anche chi si dilettò d'inventare tormenti di nuovo genere. I Cremonesi incrudelirono atrocemente contro i prigionieri Parmigiani; ma i Parmigiani di parte imperiale fecero ancora di peggio contro i loro concittadini di parte della Chiesa, chè ad alcuni tolsero anche la vita. Ma col tempo arrivò il giorno delle vendette e del ricambio, e i Parmigiani che erano di parte della Chiesa se le presero terribili tanto sui Cremonesi, quanto sui Parmigiani che stanziavano a Borgo S. Donnino, e sul Pallavicino..... Perciò pare sia stato detto apposta da Geremia II ecc. Il che si fece manifesto nel Re Enzo, quando dai Bolognesi fu fatto prigioniero in una coi Cremonesi e co' suoi Tedeschi; ed a ragione perchè unitamente ai Pisani aveva catturato nelle acque di Pisa i Prelati della Chiesa, che si recavano al Concilio ai tempi di Papa Gregorio III. (....... Parimente gli ecclesiastici serbano nelle chiese e negli oratorii l'ostia consacrata per tre motivi....... E alcuni sagristi, quando i frati comunicano nella messa vogliono sempre rinnovare l'ostia consacrata nella pisside e nel tabernacolo, in cui si serba; e credono di far bene, ma s'ingannano a partito per quattro ragioni. Primo, perchè ne viene allungata la messa, e i frati s'impazientano, e i secolari ne ricevono scandalo. Secondo, questa cosa potrebbe farla egli stesso il sagrista, se è sacerdote, con due ceroferarii in una messa privata, senza che sia presente tutto il convento. Terzo, perchè talvolta l'ostia che adopera è della stessa infornata che quella che fa consumare, che è quanto dire non fece ostie fresche; e tanto meglio si deve conservare un'ostia consacrata che una non consacrata, serbandosi quella chiusa e non esposta all'atmosfera, e per arrota contiene Dio, che è il conservatore di tutte le cose. E di ciò se ne ha prova. Nella città di Reggio si atterrò una chiesa, sul cui altare, invece di reliquie, era stata collocata un'ostia consacrata, e quell'ostia la trovarono bianca e bella, come se ve l'avessero messa il giorno innanzi, quantunque una memoria scritta diceva che vi era stata trecent'anni(?). Questo l'ho saputo da frate Pellegrino da Bologna, che era presente e vide. A me non piace che il Corpo del Signore stia per reliquia chiuso nel tabernacolo di un altare, come non mi è mai piaciuto l'uso del beato Benedetto di porre il Corpo del Signore sulla salma di un defunto e seppellirlo con quella sotterra. Il Sagrista dirà forse che talvolta si consacrano più ostie di quelle che si consumano, perciò le restanti bisogna riporle nel tabernacolo ove si serba il Corpo del Signore. Ma a questo si può provvedere in due modi, o mandando, al momento che si canta l'epistola della messa in cui si communicano i frati, in giro l'accolito pel coro a contare quelli che vogliono fare la comunione, ed ordinando al suddiacono di porre sulla patena solamente quante ostie bisognano; o disponendo che gli accoliti, che tengono le tovagliole, siano gli ultimi a comunicarsi, e il celebrante dia a loro da consumare tutte le ostie consacrate che restano. Fanno dunque benissimo i sagristi a far le ostie col più puro fior di farina... Il moggio parmigiano è di otto sestarii; il Ferrarese di venti, perchè hanno maggior abbondanza di frumento). Ora è tempo di ritornare a Federico e parlare della sua morte. Federico II ex Imperatore, quantunque grande, ricco, e potente, pure ebbe molte disgrazie; 1.º Enrico suo figlio primogenito, che a lui doveva succedere, fece adesione ai Lombardi contro il volere di lui; e perciò lo prese, lo incatenò, l'imprigionò e finì col morire malamente; 2.º volle soppiantare la Chiesa, e ridurre il Papa, i Cardinali e gli altri Prelati ad essere poveri e andare a piedi; e questo non intendeva già di farlo per zelo verso Dio, ma perchè non era buon cattolico, e poi perchè era molto avaro e agognava cupidamente le richezze e i tesori della Chiesa per sè e suoi figli, e voleva deprimere il potere degli ecclesiastici, acciocchè nulla tentassero contro di lui; e lo diceva apertamente con alcuni suoi segretarii, da' quali s'è poi saputo; ma Dio non permise che mandasse a compimento questi propositi contro i suoi ministri. 3.º Volle soggiogare i Lombardi, ma gli fallì l'impresa; chè quando aveva su loro vantaggio per un verso, altrettanto ne perdeva per altro verso. I Lombardi non si pigliano agevolmente; sono molto obbliqui e sguizzevoli, e dicono una cosa e ne fanno un'altra, sicchè è come voler stringere colla mano un'anguilla o una murena; quanto più forte stringi, tanto più facilmente sguiscia. 4.º Il Papa Innocenzo IV lo depose in pieno Concilio a Lione, e pubblicò tutte le malizie e le iniquità di lui. 5.º In suo vivente, vide l'Impero dato ad altri, cioè al Langravio della Turingia, cui poi la morte tolse presto di mezzo. Tuttavia provò Federico gran dolore a vedere l'Impero dato ad altre mani, e ne bevve tutta la tazza dell'amarezza; anzi fu detto e creduto che lo avesse fatto uccidere, ed avrebbe fatto opera meritoria, perchè il Langravio era uomo impastato di malignità. 6.º Parma gli si ribellò, e parteggiò completamente per la Chiesa; il che fu cagione della totale di lui ruina. 7.º I Parmigiani posero a sacco e fuoco la sua città Vittoria, ch'egli aveva fatta fabbricare presso Parma, e la rasero al suolo e ne otturarono le fosse, sicchè non ne restò vestigio di sorta, e lui e il suo esercito costrinsero a vergognosa fuga, e molti de' suoi uccisero, e molti ne trassero in Parma prigionieri, e lo spogliarono di tutto il tesoro...... La quale (corona di Federico) fu trovata da un Parmigiano. Io l'ho visto quell'uomo, e l'ho conosciuto; ho visto anche ed avuta in mano la corona ed era di gran peso e di gran valsente, e i Parmigiani gliela pagarono duecento lire imperiali, e gli diedero per giunta un caseggiato presso la chiesa di Sª. Cristina, ove in antico era la guazzatoia e l'abbeveratoio de' cavalli; e quell'uomo, per essere piccino, si chiamava Cortopasso. 8.º Gli si ribellarono i Baroni ed i Principi; come fece Tebaldo Francesco che si chiuse in Capaccio, e poi finì malamente, perchè fattigli cavare gli occhi, e in molte guise martoriare, gli fece togliere anche la vita; così Pietro delle Vigne e molti altri che sarebbe lungo nominare. Il più amato di tutti fu Pier delle Vigne, cui innalzò dal nulla; mentre prima era un pover uomo, l'Imperatore lo fece suo segretario e lo nominò, a maggior onore, suo logoteta. Questa parola è composta di logos e di theta che vuol dir posizione, ed è maschile e femminile, e significa colui che tiene discorso in pubblico, o colui che pubblica un editto dell'Imperatore, o di altro Principe. 9.º La cattura di Re Enzo suo figlio fatta da' Bolognesi, la quale fu giusta e meritata da Federico II, che aveva catturati in mare i Prelati che andavano al Concilio indetto da Gregorio IX. Quindi la spada del dolore per la prigionia di suo figlio non potè non toccarlo, specialmente per essere stata operata da tali nemici, e in tale condizione di tempi, che gli troncavano ogni filo di speranza d'una vittoria a riscossa. 10º La conquista della Signoria dei Lombardi, ch'egli non aveva mai potuto afferrare, fatta di leggieri dal Marchese Uberto Pallavicini, quantunque fosse suo partigiano, e per di più fosse anche vecchio, gracile, debole e guercio, per avergli, quand'era ancor bambino in culla, un gallo beccato un occhio, cioè col becco lo cavò dal capo del bambino, e se lo ingollò. (A queste dieci disgrazie di Federico ex-imperatore possiamo aggiungerne altre due, e così fare le dodici: 1.º la scomunica lanciatagli da Papa Gregorio IX; 2.º il tentativo, da parte della Chiesa, di spogliarlo del regno di Sicilia. E questo non accadeva senza sua colpa. Poichè avendolo la Chiesa mandato oltremare al riscatto di Terra Santa, egli si rappaciò coi Saraceni senza alcun vantaggio dei cristiani, e, per fellonia, fece onorare con canti il nome di Maometto nel tempio del Signore, come narrammo in altra cronaca, nella quale passammo a rassegna le dodici scelleratezze di Federico). Il Pallavicini ebbe in Lombardia dominio su le città seguenti: Brescia, Cremona, Piacenza, Tortona, Alessandria, Pavia, Milano, Como e Lodi. A tanto non arrivò mai l'Imperatore. Oltracciò Vercelli, Novara e Bergamo gli davano soldati, quando per qualche impresa voleva formare un esercito. Parimente i Parmigiani gli davano fanteria e cavalleria, più però per timore, che per amore, tenendo eglino per la Chiesa, ed esso per l'Impero; e si riscattarono poi da quell'onere pagandogli duemila lire imperiali all'anno. Ogni cosa ha suo tempo; e i Parmigiani, regolandosi prudentemente a norma di questa sentenza, quando soffiò il vento propizio, fecero pesare su lui le proprie vendette, e gli smantellarono il palazzo, che aveva in Parma sulla piazza di S. Alessandro[156], e quel di Soragna, che pareva un castello, e, ancor vivente, gli confiscarono le Terre e le Ville che possedeva nella diocesi di Parma; d'onde ricuperarono il balzello che gli avevano pagato. Il Pallavicino era cittadino Parmense, uomo di animo grande, che spendeva largamente, e perciò era ridotto ad essere così al verde che se poteva avere, quando cavalcava, due scudieri, che lo accompagnassero su due cavalli magrissimi, come l'ho veduto io, se ne contentava, e se lo teneva per un gran che. Ma quando poi ebbe in sua mano la Signoria delle sunnominate città, e la tenne ventidue anni, spendeva ogni dì alla sua Corte venticinque lire imperiali senza il pane e il vino. Agognò di dominare su tutti, e su tutto. Prima signoreggiò in Cremona, e ridusse al niente quella famiglia dei Sommo, che gli aveva posto in mano il dominio di Cremona, ed erano del suo partito e suoi consanguinei. Ma que' Cremonesi che teneano le parti della Chiesa, come avevano fatto i Parmigiani, gliene diedero pieno ricambio, spogliandolo e distruggendo quel di lui fortissimo castello di Busseto, che aveva fatto murare in mezzo alle acque de' paduli, in un bosco, sul confine dei territorii di Parma, Piacenza e Cremona. E credevalo sì forte da non potere essere distrutto da tutto il mondo congiurato. Parimente lo spogliarono i Piacentini, come avevano fatto i Parmigiani e i Cremonesi, e devastarono le sue Terre. Egli bandì molta gente da Cremona, molta ne martoriò, e molta ne uccise. Repudiò sua moglie, donna Berta, figlia del Conte Rainerio di Pisa, perciocchè di essa non poteva aver prole; e ne sposò un'altra datagli da Ezzelino di Romano, da cui gli nacquero due figli e tre leggiadrissime figlie, che stettero lungo tempo senza maritarsi. La memoria di tali avversità gli addensò tanta nebbia di malinconia attorno all'animo, che cominciò a malare gravemente di quella malattia, che lo trasse poi al sepolcro, e fece quello che si legge di Antioco I, Macabei VI ecc. Federico poi ex-Imperatore chiuse i suoi giorni l'anno 1250 in Puglia, in una piccola città chiamata Torre Fiorentina[157], distante dieci miglia da Lucera dei Saraceni; nè il cadavere, per l'ammorbante fetore che mandava, potè trasportarsi a Palermo, dove sono le tombe, in cui si seppelliscono i Reali di Sicilia. Molte però furono le cagioni, per cui non ebbe sepoltura nelle tombe dei Re di Sicilia: 1º Il doversi verificare la divina scrittura, nella quale Isaia 14. ecc. 2º Il fetore ammorbante che tramandava il suo cadavere; il che è detto di Antioco nel 2º Macabei 9º ecc. e si verificò appuntino in Federico; 3º Lo studio del Principe Manfredi di lui figlio ad occultarne la morte per occupare il regno di Sicilia e della Puglia prima che il fratello Corrado arrivasse dalla Germania. D'onde avvenne che molti non lo credettero morto, sebbene realmente lo fosse. Quindi si verificò quel vaticinio della Sibilla, che dice: Correrà voce tra le genti: vive e non vive, e premette che la morte di lui sarà tenuta occulta. E morì il giorno di Sª. Cecilia Vergine, l'anno 1250, giorno anniversario della sua incoronazione, avvenuta l'anno 1220. Alcuni dissero che morì il giorno di Sª. Lucia; che se mai fosse stato vero, sarebbe stato ancora un avvenimento misterioso; stantechè S. Lucia disse un giorno in presenza di tutto il popolo di Siracusa: «Annunzio a voi che la pace è data alla Chiesa di Dio: Diocleziano è stato detronizzato, Massimiano è morto oggi» Similmente, quando morì Federico, molti mali scomparvero dal mondo, giusta la parola scritta ne' Proverbii 22º ecc. E nota che quelle cose che sono dette nel capitolo 14º di Isaia intorno alla distruzione di Babilonia, e intorno a Lucifero, possono essere appuntino applicate a Federico... E più sotto aggiunge altre cose che sembrano dette appositamente per Federico e pe' suoi figli. E Dio fece opera di altissima provvidenza spegnendo la stirpe de' figli di Federico, che furono una generazione malvagia e crudele, una generazione, che non tenne al retto il suo cuore; e il suo spirito non si crede che sia salito a Dio. E qui si noti che Federico quasi sempre si compiacque d'essere in rotta colla Chiesa, e in mille guise osteggiò colei che l'aveva allevato, difeso ed esaltato. Non aveva alcuna fede in Dio; fu uomo astuto, fino, avaro, lussurioso, collerico, maliziato. Talora assunse anche le apparenze del gentiluomo, quando gli piacque far mostra di bontà e di cortesia. Sapeva leggere, scrivere, cantare, e comporre canzoni e canzonette; bell'uomo, ben proporzionato, ma di statura mezzana. Io l'ho veduto, e vi fu anche un momento in cui gli volli bene, quando cioè scrisse a frate Elia Ministro Generale dell'Ordine de' Minori che in grazia sua mi restituisse a mio padre. Parlava anche varie lingue e non poche, e, per farla breve, se fosse stato buon cattolico e amante di Dio e della Chiesa, avrebbe avuto pochi pari a lui nel Regno e nel mondo. Ma siccome è scritto che un sol po' di fermento basta per corrompere tutta una gran massa, egli ecclissò ogni sua virtù col perseguitare la Chiesa; e non l'avrebbe perseguitata se avesse amato Dio, e voluto provvedere alla salute dell'anima propria. Quale realmente fosse l'ex Imperatore Federico, egli se lo saprà, e se peccando contro Dio ebbe a perdere molti beni presenti e futuri, ne incolpi se stesso. Per questo fu deposto dall'Impero e finì malamente. «Con lui sarà finito anche l'Impero, e se pure avrà successori, non avranno nè autorità nè grado d'Imperatori romani». Questa è predizione, dicono, di una Sibilla; ma io non l'ho mai letta ne' libri della Sibilla Eritrea, nè in quelli della Tiburtina; libri di altre non vidi mai, e le Sibille furono dieci. Che questo vaticinio si avverasse, appare chiaramente sia per la parte che riguarda l'Impero, sia per la parte che si riferisce alla Chiesa. Per quello che riguarda l'Impero successe Corrado, figlio, da legittimo matrimonio, di Federico con una figlia del Re Giovanni.
Questo Corrado non ebbe mai l'Impero, nè gli volsero mai prospere le sorti. A lui successe Manfredi, suo fratello, ma figlio di un'altra donna di Federico, che era nipote del Marchese Lanza, sposata da Federico quando egli era sul punto di morte. Questi non ebbe mai l'Impero, ma solo il titolo di Principe da quelli che erano amici di suo padre; e tenne molti anni la Signoria in Calabria, in Sicilia e in Puglia dopo la morte del padre e del fratello. A lui tentò succedere Corradino, figlio di Corrado, figlio di Federico ex-Imperatore, ma tanto Manfredi che Corradino furono tratti a morte da Carlo, fratello del Re di Francia. Per parte della Chiesa poi, i successori nell'Impero per volontà del Papa, dei Cardinali, dei Prelati e degli Elettori, furono il Langravio di Turingia, Guglielmo d'Olanda, e Rodolfo di Germania. Ma a nessuno di loro arrisero mai tanto propizie le sorti da raggiungere, più che il titolo, la piena potestà imperiale. Quindi il surriportato vaticinio pare che siasi adempiuto. Ora è da dire qualche cosa delle strambezze di Federico. E la prima fu che fece tagliare il pollice ad uno scrivano, perchè aveva scritto il nome di lui altramente dal come egli volevalo; perocchè s'era fitto in capo che nella prima sillaba del suo nome mettesse un i, Friderico, e lo scrivano aveva messo un e, Frederico. Altra stranezza si fu quella di voler esperimentare che linguaggio, o che modo di esprimere i proprii pensieri, avessero i bambini cresciuti senza udir persona parlare. Perciò diede ordine ad alcune balie e nutrici che dessero ai loro bambini da suggere il latte delle mammelle, che li lavassero e li pulissero, ma non li carezzassero, nè parlassero a loro udita. Con questo mezzo credeva di poter riuscire a conoscere se que' bambini parlerebbero la lingua ebraica, la greca o la latina, o quella de' loro genitori. Ma era opera vana, perchè que' bambini morivano tutti, nè potrebbero vivere senza le voci, i gesti, il sorriso, le carezze delle balie e nutrici loro; ond'è che hanno nome di fascino delle nutrici quelle cantilene che la donna canta cullando il suo bimbo per addormentarlo; senza di che il fanciullo non potrebbe nè quietare, nè dormire. Terza stranezza fu quella che quando vide oltremare quel paese che era la Terra Promessa, tante volte da Dio magnificata col chiamarla terra stillante di latte e miele e la più ubertosa di tutte le terre, a lui per contrario non piacque, e disse che il Dio de' Giudei non dovea aver mai veduto il paese d'ond'egli veniva, cioè Terra di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia, perchè altrimenti non avrebbe più celebrata tanto quella terra che aveva promessa, e che diede agli Ebrei, de' quali poi si dice anche che poco apprezzarono la terra del loro desiderio. Perciò dice l'Ecclesiaste 5.º Non esser precipitoso nel tuo parlare, e il tuo cuore non s'affretti di proferire alcuna parola nel cospetto di Dio. Quarta stramberia fu di mandare più volte sino al fondo dello Stretto di Messina, benchè fosse renitente, un certo Nicola, d'onde poi sempre ritornò incolume. Ma volendosi a pieno assicurare, se realmente avesse toccato il fondo, e sin di là avesse potuto ritornare, gettò una sua coppa d'oro là dove credeva che l'acqua fosse più alta; ed esso mandato giù la pescò e la riportò all'Imperatore, che ne restò molto meravigliato. Finalmente volendolo mandare un'altra volta, Nicola gli rispose: Non obbligatemi a discendere ora laggiù, perchè il mare al fondo è tanto tempestoso ch'io non potrei salvarmi. Nulla ostante lo costrinse a calarsi giù, ma non si rivide: poichè in quel fondo di mare, vi sono scogli, e quando infuria la tempesta, vi nuotano grossi pesci, e, come il Nicola riferiva, vi si trovano navi naufragate. Costui poteva ripetere a Federico ciò che si legge in Giona 2.º Mi gettasti nel profondo ecc. Questo Nicola era un Siciliano, ed un giorno offese gravemente ed irritò sua madre, la quale gli imprecò che abiterebbe sempre nelle acque e di rado riapparirebbe a terra; e così gli accadde. Si noti che lo Stretto di Messina in Sicilia è un braccio di mare presso Messina, ove talora la corrente è così impetuosa e vorticosa, che aggira, ingoia e sommerge le navi; e in quello Stretto vi sono anche Scilla e Cariddi, e grossi scogli; onde frequenti disastri. Sul lido, che vi si stende di fronte, sta la città di Reggio, di cui parla il beato Luca, quando narra che dalla Giudea andava a Roma coll'Apostolo Paolo, negli Atti degli Apostoli 28.º Quindi costeggiando (cioè da Siracusa, che è la città di S.ª Lucia) giungemmo a Reggio. Tutto ciò, che ora ho contato, l'ho udito cento volte dai frati di Messina, che erano de' miei migliori amici. Io poi aveva nell'Ordine de' frati Minori anche un mio fratello consanguineo, frate Giacomino da Cassio[158], Parmigiano, che dimorava a Messina, e queste stesse cose mi riferiva. Molte altre furono le stranezze, le manìe, le maledizioni, le atrocità, le perversità e le soperchierie di Federico, di cui alcune notai in altra cronaca, come sarebbe quella di chiudere un uomo vivo entro una botte finchè vi morisse, volendo con ciò dimostrare che anche l'anima era mortale.... Perocchè era epicureo, e tutto ciò che poteva trovare nella divina Scrittura o per sue ricerche, o per mezzo de' suoi sapienti, che servisse a dimostrare che dopo morte non vi è altra vita, tutto raccoglieva.... Il che prova che Federico e i suoi sapienti non avevano fede, e credevano che al di là della presente non esistesse altra vita, per non avere ritegno a secondare più sfrenatamente le loro passioni e la loro libidine. Perciò abbracciarono l'epicureismo, che ripone la pienezza della felicità dell'uomo nella sola voluttà carnale, per contrapposizione allo stoicismo, che la fa derivare dalla sola dolcezza della virtù.... La sesta pazzia, o ribalderia di Federico fu quella di dar bene da mangiare in un pranzo a due uomini, poi mandarne l'uno a dormire, l'altro a caccia, e la sera far loro aprire sotto a' suoi occhi il ventricolo per conoscere quale dei due avesse fatto miglior digestione; e da' medici fu giudicato aver meglio digerito colui che aveva dormito. La settima stranezza fu la seguente, che raccontai già in altra cronaca. Trovandosi egli un giorno in palazzo, interrogò Michele Scoto suo astrologo, quanto era egli distante dal cielo, e gliene rispose quel che ne pensava. Dopo la risposta, col pretesto di fare un viaggio, lo condusse in altre parti del Regno, e ve lo intrattenne per più mesi, e comandò a' suoi architetti e falegnami che nel frattempo abbassassero la sala del palazzo stesso in modo che nessuno potesse addarsene; e così fu fatto. Ritornato di nuovo l'Imperatore dopo il viaggio al medesimo palazzo, e dimoratovi alcuni giorni col prenominato astrologo, un dì condusse bellamente il discorso a domandargli se erano allora tanto distanti dal cielo, quanto aveva detto altra volta. E Michele Scoto, fattasi sua ragione, rispose che o il cielo doveva essersi alzato, o la terra abbassata. D'onde l'Imperatore dedusse che esso era un vero astrologo. Molte altre consimili stranezze ho udito contare di lui, e so, cui io non ridico per brevità, per premura di passar ad altro, e poi perchè mi secca parlare di tante scioccherie. Federico usava anche talora scherzare in casa co' suoi domestici, e pigliando l'aria canzonatoria, contraffaceva, discorrendo e gesticolando, quegli ambasciatori Cremonesi che di volta in volta erano inviati a lui da' loro concittadini; i quali ambasciatori solevano sempre prendere le mosse del discorso dal lodarsi reciprocamente, e dal dire l'un dell'altro a vicenda: Questi è nobile; Questi è un sapiente; Quegli è straricco; Quell'altro è potente; e, dopo le scambievoli lodi e presentazioni, cominciavano a trattare degli affari loro. Parimente tollerava le beffe, i lazzi, e le risposte pungenti de' giocolieri, e li ascoltava senza punirli, o dissimulava di averli uditi. E questa è una lezione contro altri, che si pigliano subita vendetta dei motti che toccano le loro persone. Ond'è che egli trovandosi una volta a Cremona, dopo che i Parmigiani ebbero rasa al suolo la sua città di Vittoria, e battendo colla mano sulla gobba di un giocoliere, di quelli che si chiamano cavalieri di Corte, e intanto dicendogli: O mio Dallio, quand'è che si aprirà questo cofanetto? Egli rispose: Non si potrà aprire così facile, perchè ho smarrita la chiave fuggendo da Vittoria. L'Imperatore sentendosi rinfacciare l'onta patita, e rinnovarne il dolore, trasse un sospiro e disse: Sono stato turbato, ma non ho fiatato; e non si prese alcuna vendetta. Questo Dallio era Ferrarese, mio conoscente ed amico; prese moglie una Parmigiana, e, subito dopo la distruzione di Vittoria, venne a dimorare a Parma. Sua moglie era sorella di frate Egidio Budello dell'Ordine de' Minori. Se la detta risposta l'avesse fatta ad Ezzelino da Romano, era sicuro d'averne cavati gli occhi, e d'esserne impiccato. Altra volta, quand'era all'assedio di Berceto, lo beffò e lo prese in canzone Villano Ferri, e non se ne offese. L'Imperatore gli domandò che nome avessero i mangani e i trabucchi che erano là; e Villano Ferri con certe parole canzonatorie rispose che si chiamavano sbegni e sbegnoini. Al che l'Imperatore sorrise soltanto, e si allontanò. Qui pare luogo opportuno, di dire come l'Imperatore Federico sia nato, cioè di quali genitori. Dirò dunque che suo padre si chiama Enrico VI, sua madre Regina Costanza, che era Siciliana, figlia di Guglielmo Re di Sicilia; ma, per conoscere meglio l'origine di Federico, ti fa d'uopo guardare più sopra. L'anno del Signore 1075 fu fatto Papa Gregorio VII; si chiamava Ildebrando monaco, e tenne il Pontificato 13 anni, un mese e quattro giorni. Fu fatto prigioniero la notte di Natale presso S.ª Maria Maggiore. Dopo di che, il ventun di Maggio, venne a Roma Re Enrico; e nell'anno medesimo dell'apostolato d'Ildebrando, entrò pure in Roma, il ventotto di Maggio, Roberto Guiscardo Re de' Normanni. E mentre soggiornava in Roma, arrivò Enrico III Imperatore con Guiberto Arcivescovo di Ravenna per deporre Gregorio, e far Papa Guiberto; ma il popolo romano, per pretesto di riguardi ai Papa, non voleva aprire le porte all'Imperatore, che era un maledetto, e, finchè visse, osteggiò la Chiesa. Ma l'Imperatore arietando aprì una breccia nella muraglia di cinta della città, e
Depopulans urbem, Papam statuit ibi turpem.
In cathedra locat hunc, falso Clemens vocitatur:
Hic est Guibertus fallax, vastator apertus
Ecclesiae Christi, merito quem signat abyssi
Bestia, quam vidit dilectus in Apocalypsi.