—Se tu regge la fameglia,—non la regger de l’altroi;
al poder tuo t’arsomeglia,—quegne spese far ne pòi;
non morir pro i figliol toi;—ca poco n’èi regraziato.

—Frate, se l’altrui sí rendo,—giran li me’ figli mendicati;
nol posso far, tutto m’accendo—de lassargli desolati;
dai vicin serían chiamati—figli di quel desprezato.

—Frate, or pensa la sconfitta—che non aspetta el pate e ’l figlio;
e sí piglia la via ritta—da mucciar da quel empiglio;
e quel ch’aspetta en quel piglio—el figlio e ’l pate è poi legato.

—Frate, avuto agio en usanza—ben vestir e ben calzare;
non porría soffrir vilanza—en questa guisa desprezare;
faríame a deto mostrare:—Ecco l’uomo mal guidato.

—Testo a l’amo s’arsimiglia—ca de for ha lo dolzore,
e lo pesce, poi che ’l piglia,—sentene poco sapore;
dentro trova un amarore—che gli è molto entossecato.

—Non porría degiun suffrire—per la mia debeletate;
mename a lo morire—le cocin mal frumiate;
e sí per mia necessitate—voglio ciò che son usato.

—Frate, or pensa le pregiune:—regi e conti ce son stati,
e donzelli piú che tune—en tal fame s’on trovati,
che i calzar s’on manecati;—con que loto ci on trescato!

—Non porría veghiar la notte—e star ritto en orazione;
parme cosa tanto forte—de metterme a derenzione;
ché, se veghio per stagione,—tutto ’l dí ne vo agirlato.

—Or pensa gli encastellati—co so attenti al veghiare!
che da for so assediati—da chi lor sí vol pigliare;
tutta notte sto a gridare,—ché ’l castel non sia robbato.

—Frate, sí m’hai sbagutito—con lo tuo bon parlamento
che nel cor sí so ferito—d’un divin accendimento;
pigliar voglio pensamento—ch’io non sia piú engannato.