In prima fummo assaliti e combattuti dall’impeto e furore de’ venti, e a questo s’aggiunsero le ruine delli gran monti di neve, i quali hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra città. E, non si contentando di questo, la fortuna, con sùbiti diluvi d’acque, ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città; oltre di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena d’acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate con radici, sterpi e ciocchi di varie piante, e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea sopra di noi; e in ultimo uno incendio di fuoco parea condotto non che da’ venti, ma da diecimila diavoli, che ’l portassino, il quale ha abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non vi è cessato.
E que’ pochi, che siamo restati, siamo rimasti con tanto sbigottimento e tanta paura che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare l’uno coll’altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine, piccoli e grandi, a modo di torme di capre. I vicini per pietà ci hanno soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici, e se non fusse soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti di fame.
Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi mali son niente a comparazione di quelli, che in breve tempo ne son promessi.
So che, come amico, ti contristerai del mio male, come già, con lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene.
FRAMMENTO.
Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia sopra diverse sorta di navili, fatti brevissimi per la necessità.
Li lustri dell’onde non si dimostravano in que’ luoghi, dove le tenebrose pioggia colli lor nuvoli refrettevano.
Ma dove le vampe generate dalle celesti saette refrettevano, si vedeva tanti lustri fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran l’onde che a li occhi de’ circustanti potean refrettere.
Tanto crescevano il numero de’ simulacri fatti da vampi delle saette sopra l’onde dell’acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor risguardatori, — com’è provato nella descrizione dello splendore della luna.
E così diminuiva tal numero di simulacri, quanto più si avvicinavano agli occhi che li vedeano, — com’è provato nella definizione dello splendore della luna, e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole vi refrette co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal refressione sia lontano dal predetto mare.