E io appresso: «Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,
che l’esser loro v’è in sola credenza,
sopra la qual si fonda l’alta spene;
e però di sustanza prende intenza.
E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanz’ avere altra vista:
però intenza d’argomento tene».
Allora udi’: «Se quantunque s’acquista
giù per dottrina, fosse così ’nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista».
Così spirò di quello amore acceso;
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ’l peso;
ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
Appresso uscì de la luce profonda
che lì splendeva: «Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda,
onde ti venne?». E io: «La larga ploia
de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
è silogismo che la m’ha conchiusa
acutamente sì, che ’nverso d’ella
ogne dimostrazion mi pare ottusa».
Io udi’ poi: «L’antica e la novella
proposizion che così ti conchiude,
perché l’hai tu per divina favella?».